Si sapeva dell’esistenza di una maschera tipica del carnevale macomerese e se ne conosceva il nome, Zenobiu oppure Donna Zenobia, ma la sua ultima apparizione risaliva a prima della grande guerra mondiale, e troppo tempo sembrava ormai trascorso perché qualcuno ne ricordasse le caratteristiche dell’aspetto o del modo di vestire o i tratti salienti di comportamento.

 

Grazie ad una ricerca lunga e puntigliosa della Proloco di Macomer e del Comitato di quartiere del centro storico si è riusciti a ricostruire la maschera attraverso le testimonianze di persone che l’hanno conosciuta e descritta: tia Pramira Cùccuru Putzolu di anni 95, tia Bangia Dore di anni 97, tia Rosa Pireddu centenaria al momento della testimonianza e tia Maria Uda di 90 anni. Tutte queste donne hanno concordato nel descrivere la maschera come sgradevole nell’aspetto ma benevola nel comportamento e con una doppia fisionomia facciale: una faccia grande come unu pane de chivarzu e con un naso a patata, o una faccia affilata e smunta e con un grande naso aquilino.

 

In entrambe le versioni la maschera aveva un carattere androgino, impersonando contemporaneamente la natura maschile e femminile. La Maschera nella duplice caratterizzazione usciva per l’accensione dei fuochi di Sant’Antonio Abate, sa Tuva, e procedeva a una allegra distribuzione di piccoli doni consistenti in castagne secche, (castanza giunisca), fichi secchi, (càriga), uva e frutta secca, (pabassa), o sestava tiri mancini ai malcapitati astanti incutendo paura ai più piccoli, i quali pur fingendo di impaurirsi intascavano i doni per sentirsi rasserenati. Un gioco delle parti che rasentava la rappresentazione teatrale più che l’interpretazione rituale dei personaggi come avveniva per altre forme di mascheramento.

 

Zenobiu o Donna Zenobia chiudeva poi il carnevale con l’ultima apparizione il giorno del mercoledì delle ceneri andando a farsi dare le uova in giro per le case dell’antico borgo. Vestiva di stracci scuri come una vecchia signora decaduta e calzava la maschera che poteva essere intagliata nel legno o ricostruita con la carta pesta, lasciando intravedere, da unu mucadore che le copriva il capo, lunghe ciocche di capelli neri ricavati intrecciando il filato di orbace (fresi). Faceva parte delle cosiddette mascheras brutas, anche perché sa bisera veniva spesso dipinta con lunghe e pesanti striature di tintieddu ricavato dalla carbonella del sughero.

 

Come molte maschere del carnevale era certamente una interpretazione di Dioniso, del suo morire sbranato dai cani e del suo risorgere nel ciclo delle stagioni. Sognare le uova in tutta la Sardegna è interpretato come la possibilità di ricevere un torto o addirittura di essere bastonato, e la cerca rituale delle uova alla fine del carnevale, fa di Donna Zenobia-Zenobiu unu Maimone de fune, altrove unu batileddu, una interpretazione di capro espiatorio della comunità che si riscatta del periodo folle del carnevale con un simbolico atto di purificazione.

 

Viene anche riferito essere stata Donna Zenobia una persona realmente esistita, nobile ma impazzita, che prese a comportarsi in questo modo a causa delle sue malattie, e si dice che la comunità ne rispettasse il comportamento bislacco perché suggestionata dalla sua pazzia più che divertita dal suo modo di fare, vedendo nella follia un segno di dio più che una semplice disgrazia nel corpo. Quando Donna Zenobia morì se ne perpetuò il comportamento introducendo l’usanza di mascherarsi nel suo modo di vestire. La maschera di legno è stata intagliata dagli artigiani macomeresi Nino e Mario Enna sulle precise testimonianze precedentemente citate