Si lavorava tutti i giorni. Solo il brutto tempo permetteva il riposo. Sul Montalbo c’era sa massa, ma il carbone si faceva anche altrove, in su paris. A raccontarlo è tziu Totore Sedda di Lula, classe 1937, che ha fatto il carbonaio negli anni ’50. Negli anni successivi l’ha fatto solo a richiesta. Il consumo del carbone è, infatti, diminuito nel tempo, così lui ha dovuto fare il minatore, il maestro di muro (anche di muro a secco) e pinnetos, l’apicoltore, il taglialegna, l’agricoltore. Bisognava pure campare: aveva, ed ha ancora, moglie e cinque figli.

 

Quando ha imparato il mestiere del carbonaio aveva sedici anni e la possibilità di coltivare l’arte del fare in un paese che era una  scuola di vita. Come i più, a quei tempi. Allora, a Lula, a salire in cattedra, per insegnare i segreti del mestiere di carbonaio, erano: Sottomanu, Pretu Belledda, Dione Mureddu, Bielle Fancello, Diamante. Tutti professori di esperienza, quando la campagna era ancora teatro di mille mestieri. In quel periodo c’erano anche gli impresari del carbone. Gente di fuori. Totore ricorda certi Tamponi e Pische. Il loro carbone veniva imbarcato a La Caletta di Siniscola.

 

Lui ha imparato da tziu Sottomanu. Suo compagno nella scuola di vita era Frantziscu Moro. “Con i primi soldini ha comprato un abito, subito imprestato ad un padrino quattordicenne ancora in calzoni corti, per dargli l’opportunità di  presentarsi in chiesa  degnamente vestito. Quelli erano i tempi”.

 

A guadagnarsi il pane con il carbone erano una decina. Poi c’erano quelli che volevano aggiungere il companatico al pane. Del carbone, allora,  si faceva largo utilizzo. Le utenze erano artigianali o domestiche. Il carbone fatto in sa piatza faceva andare il mulino di Lula. I fabbri lo utilizzavano nella forgia. Ma la grande richiesta veniva dalle massaie: nei bracieri mitigava i rigori dell’inverno dentro le case. In sos furreddos serviva per cucinare. Gli artigiani lo compravano a balletas, a sacchi. Un sacco costava circa 300 lire. Nelle case si vendeva a chili.

 

Il sole dormiva ancora dietro Turuddò, quando Totore Sedda saliva sul Montalbo con i compagni di lavoro. Rientrava in paese con lo sguardo perso nel buio. Buio lui stesso, con il corpo impolverato e nero di carbone. Il paesaggio era diverso: foreste dovunque. Incendi e  disboscamenti non erano ancora arrivati. C’era di che tagliare: leccio, fillirea, mirto, corbezzolo, erica. Legname duro. Ideale per il carbone. Gli attrezzi da lavoro: scuri, roncole, seghe, picconi, mazze, cunei, pale e rastrelli. Forza, abilità, sacrificio e qualche nozione di  fisica: il corredo personale. E si viveva così. Alla giornata.

 

Arrivati in foresta si  tagliavano i tronchi, si sradicavano e si spaccavano i ciocchi, si allestiva una piatza ben livellata. Lì si trasportava e si accatastava la legna seguendo la forma circolare e lasciando un foro nel suo centro. La sommità della catasta veniva poi ricoperta con  frasche e uno strato di terra. Da un fuoco vicino si prelevavano braci e tizzoni accesi per introdurli nel foro della catasta. Ogni quattro ore, sa ’urredda si addescaiat. Si alimentava la fiamma introducendo pezzi di legno lunghi 10-15 cm.  La legna era verde, ma lentamente il fuoco si estendeva. Dal colore del fumo e della terra sopra la catasta si capiva l’andamento della combustione. La carbonaia, perciò,  cheriat vardiata, vigilata costantemente.

 

La variabile del tempo di combustione era tutta nelle dimensioni: delle cataste e dei tronchi. Neanche la pioggia influiva più di tanto. A meno che non diluviasse.  La carbonaia, infatti, era isolata dalle frasche e dalla terra.

 

A seconda del vento, si correggeva la combustione con dei fori laterali. Dopo 4 o 5 giorni  la catasta si afocaiat. Tutti i fori venivano chiusi. Ma solo dopo altri 4 o 5 giorni, con un rastrello, si potevano rimuovere  terra e  frasche bruciate. Non restava che insaccare, caricare su carri o asini e trasportare in paese  il bottino di carbone buono per le case e per uso industriale.

 

Il carbone de fraile raggiunge temperature più alte. L’uso nei bracieri era pericoloso. Il procedimento per ottenerlo era diverso. Intanto la legna: ciocchi di erica. Poi sa piatzola: scavata nella terra per circa 30 cm. Le dimensioni di piazzole e cataste dipendevano dalla quantità di carbone voluta. Il processo di sistemazione del legname con foro centrale era identico. Si addescaiat sa ’urredda, ma  la combustione era più veloce perché avveniva a catasta scoperta. 

 

Quando rimaneva soltanto la brace, si copriva sa ’urredda con  frasche e terra, ma  per un solo giorno. Infine si scopriva con vanga e rastrello e si insaccava il carbone.

 

Qualche volta Totore Sedda fa ancora il carbone, ma solo per regalarlo, perché a venderlo non c’è convenienza. I tempi sono cambiati, come i ritmi di vita e di lavoro. Nuovi attrezzi  facilitano il taglio di alberi e sottobosco, ma la legna è diventata preziosa e di carbonai non ne esistono quasi più. Il carbone si usa pochissimo.

 

Non sa se a Lula sia il solo a saperlo fare. Di sicuro è l’ultimo ad averlo fatto: l’anno scorso per necessità e quest’anno per la cronista. Parola di un custode dei ritmi e del senso profondo di  un mondo  che scompare.