Ite podet esser s’identidade de nois Sardos a die de oe, postos de fronte a sas relatas noas de su mundu e a su mercadu chi nos diat cherrer fagher totucantos isciaos? Cale médiu tenimus de nos distingher in custu mare mannu? Nd’arrejonamus un’azigu cun Bachis Bandinu, chi de sa Sardigna est fizu distintu e contivizosu de su jambu chi sa terra nostra est connoschende in custos annos. S’arrejonada cun isse, in ambas limbas coment’est resultada cando l’amus fata, resultat in peràulas iscritas puru, pro no che li leare sa naturalesa e sa friscura de cando est nàschida.

In custas chidas, Bachis Bandinu est completende unu trabagliu subra sas caratzas, in limba italiana pro un’imprenta de Terramanna. At a cumbènnere a moer propiamente dae sa caratza, la maschera.

-Tue naras chi nois Sardos tenimus in su matessi tempus timorìa e disizu de nos caratzare. Comente, proite?

Est sa maschera, sa caratza chi nos amus postu nois pro resìstere. Cando Juanne Lilliu faeddat de ”costante resistenziale” e Cicitu Masala sighit a arrejonare de nois ”vinti ma non convinti” est commente a nàrrere: jeo ti resisto, no isco comente ma ti resisto.

Si tratta, detto in italiano, di una resistenza oppositiva: che ti salva dalle novità ma ti impedisce di esplodere nella creatività.

-Una caratza chi nos amus postu nois o chi nos at postu àtere?

Nois e sos àteros puru, ce l’ha messa la storia con le dominazioni. Ma oggi bisogna ridisegnare il tipo di resistenza, nella difesa dell’identità. La costante resistenziale, altrimenti, diventa improponibile.

-Ses pensende a s’aparitzu de sa globalidade?

Oe tue no as prus unu nemicu in daenantis chi ti si parat. Cuddu ti narat: as rejone tue. Còmpora su chi cheres, ma còmpora. A chie resistis? Oggi la controparte non è repressiva. Tutt’altro: è permissiva. Pro custa sotziedade, la crisi si supera solo aumentando i consumi, no l’as intesu? E questo è un gioco terribile.

-Che cosa ne consegue?

Ne consegue che, oggi, questa nostra identità conviene giocarla attraverso differenti gradi di permissione. Filtrando. Tu selezioni: respingendo, accettando e proponendo a tua volta. Io scelgo A, rifiuto B, propongo C. L’identità si forma nell’intelligenza degli intrecci relazionali.

-Una scelta autonoma unita a una produzione nostra?

Esattamente. Intelligenza deriva da intelligere, che in pratica consiste nello scegliere autonomamente ma anche e soprattutto nel creare cose proprie proiettandole in una dimensione comunicativa mondiale: sia come oggetto-segno e merce-messaggio, sia come produzione più propriamente culturale. Oggi non c’è distinzione fra prodotto materiale e prodotto culturale. Ogni prodotto materiale è culturale e viceversa.

-In pratica questo significa?

Se noi siamo produttori di senso perché abbiamo una forte identità, l’essere produttori di senso significa che ci possiamo affermare anche a livello di mercato, di produzione merceologica.

Prendi il pane: noi probabilmente abbiamo il miglior pane del mondo. Per il formaggio è lo stesso: un prodotto di eccellenza. L’agroalimentare sardo, tutto quello marcato come sardo, è un prodotto di eccellenza. Il sughero e il granito idem, il prodotto ambientale  ugualmente. Tutti prodotti di eccellenza.

-A questo punto cambiano molte cose?

Senza alcun dubbio. Se noi diventiamo produttori di identità creando e producendo oggetti-segno e merci-messaggio nel contesto mondiale, a quel punto noi accettiamo e diamo. Non più, come qualcuno vorrebbe, portando tutto da fuori perché così semus moderneddos. Un diminutivo ironico, nel senso della diminutio.

Nono, jeo so modernu, poto esser modernu cando semus uguales.

-Vogliamo definirla, questa benedetta identità?

L’identità per me è la capacità di mettersi davanti al mondo e dire: ci sono anch’io.

Offro e accetto, non sono più disposto soltanto ad accettare. E non penso nemmeno esclusivamente di dare per conquistare il mondo. I nostri limiti, del resto, intendo i limiti della identità sarda, non sono certamente dipesi da un desiderio di spazio vitale di dominio ma da una sorta di complesso di inferiorità di tipo difensivistico, non aggressivo. In psicanalisi c’è un discorso interessante, su questo.

-In che cosa consiste?

La dominazione produce inconsciamente, nel dominato, l’accettazione del proprio stato d’inferiorità: su sardu molente. Nella prefazione al mio libro sulla Costa Smeralda, Lombardi Satriani inizia proprio con il concetto della sottomissione del mondo agrario campidanese e baroniese. Da noi, nelle zone interne, certo non c’è.

-Che cos’altro può essere, oggi, un’identità distinta?

Un grave difetto degli studiosi est cussu de picare s’identidade dalla sociologia, dall’antropologia culturale, dalla psicanalisi, dalla psicologia sociale, dall’economia.

L’identità è anche un modo di vivere quotidianamente. L’identità è anche un sapore.

-Per esempio?

Custa est sa peta ’e crapa, veru sapore nostru. Su nuscu, custa est s’identidade. Noi abbiamo rischiato di perdere questo tipo di identità per l’influenza nefasta del mercato che tende al non-sapore, all’omogeneizzato al plasmon.

La neutralità dei sapori e degli odori non è casuale. Riflette l’ideologia della classe dominante nel tendere all’unificazione mondiale di odori e sapori. Quando ti abitui a quel sapore nuovo non gusti più il sapore antico, se non hai avuto un’educazione ai sapori. L’ho visto con i miei figli a Varese: abituati ai formaggi svizzeri, non gustavano più il sapore del formaggio bittese stagionato. Cherjo nàrrere su casu de mannedda chi lu lassaiat 48 oras in sa murgia. Quello è un sapore vero, definito, mentre il neutro è una doppia negazione: neutro vuol dire né l’uno né l’altro.

-Stai parlando di prodotti di nicchia?

Sì. La nicchia è l’identità che conserva lo specifico dei sapori, degli odori, di tutto ciò che abbia un marchio identitario. Così non solo sei tu a riconoscerlo, ma anche gli altri te lo riconoscono. Ricordo un venditore di formaggi originario di Leggiuno, il paese di Gigi Riva: diceva che un formaggio sardo stagionato per un anno e mezzo non ha eguali in Italia. E aggiungeva: ma deve essere stagionato bene perché è l’unico formaggio che resiste alla stagionatura senza perdere nulla. E m’ammento chi babbu, in domo, cando assazaiat casu anzenu naraiat: custu no est casu meu. E magari era formaggio fatto dal suocero.

-It’est, pius a sa larga, su casu meu?

Est a connoscher unu modu distintu dae totu sos àteros in su fagher su casu. In parole diverse, potrei dire che si tratta di un investimento proiettivo dell’immagine. Credo che si debba tornare al concetto di su casu meu, un concetto che deve essere valido anche per gli altri. Unu casu sanu, saboridu e ”meu” pro sos àteros puru. Nella storia esistono i salti, i recuperi possibili di un’identità tradizionale che diventa identità d’avanguardia. I teorici degli stadi dello sviluppo non ci credono. Io invece ritengo cha abbiano torto.

-Perché?

Oggi, in un mondo che non ha più unità filosofica ma è molteplicità, tu puoi recuperare dimensioni del passato in ri-significazioni assolutamente moderne, molto più moderne della struttura mediana che ha elaborato per secoli l’idea dello sviluppo obbligato. Si tue como a su mercadu li das su casu chi faghiat babbu in Osidda, a 800 metros de altària, o in Su Carru, a 850 metros, chene ghetare perunu erbàriu e chene concimes, as unu casu inue bastan bator litros e mesu de late pro fagher unu chilu de casu. In su  ’e Terranoa sa ’erveghe produit de prus ma su casu est renosu.

-A cale preju, su casu de Osidda e de Su Carru?

Cussu casu, cun-d-una fozighedda de armidda intro, devet costare a barantamiza francos su chilu, vinti euro e prus. Sono più che convinto di questo, e credo anche che ormai occorra passare dal concetto di chilo a quello di etto, come per i formaggi francesi aciduli. Formaggi così hanno secoli di elaborazione, ma ridiventano nuovi mano mano che il mondo si inquina.

Senza voler sfidare Locatelli e Galbani, dobbiamo combattere la battaglia di mercato proprio sul versante identitario. Quanto più è identitario e profondamente locale, tanto più il nostro formaggio diventa profondamente globale.

-E con il notevole vantaggio di costare di più.

Un vantaggio che ha il fondamento preciso della salubrità della nostra terra. In questo la nostra insularità è un vantaggio. Prendiamo gli asparagi di Serrenti: se la Germania li compra in blocco una ragione ci dovrà pur essere. S’arrejonau est de la finire cun su connotu.

-Comente diat essere?

Deo dia cherrer fagher un’iscumissa. Custa: andamus a s’isconnotu, a su chi depiamus isperimentare e no amus isperimentadu. Ma non in senso malinconico, nel senso di una scommessa con il tempo presente. L’identità non è nulla di statico, ma un gioco di combinazioni in movimento. Jeo mi mesuro chin totus ma chene perder su chi so jeo. Lacan dice: prima nasce il tu, poi l’io.

 

(Lacanas n. 1 – martzu 2003)