Nella notte piovosa del 3 giugno 1893, gli impresari Marcello e Martino Berattino e gli operai impegnati nella costruzione della linea ferroviaria di Seui, si accingono ad andare a letto per riposarsi dalle fatiche della giornata. Ma non sarà una notte serena. Avendo infatti saputo che gli impresari portano con sé le paghe dei lavoranti, una banda di una trentina di malfattori, armati e mascherati, fa irruzione nel loro capannone. Dopo averli picchiati e aver messo a soqquadro la baracca dove riposano, ed essersi appropriati del denaro – circa settemila lire – i malviventi entrano nella vicina cantina di generi alimentari di Remo Bertelli, devastandola e derubando a suon di botte il suo proprietario.

 

Ma ecco una più dettagliata descrizione del fatto, tratta dalle colonne della Cronaca dell’Isola dell’Unione Sarda, in data giovedì 8 giugno. “L’impresa di costruzione della linea ferroviaria Berattino-Calappaj ha il proprio baraccone, di solo legno, nella campagna aperta di Perdas Arbas (non Masa Usala), vicino all’imboccatura della galleria più lunga del tronco Mandas-Tortolì, che porta lo stesso nome, distante dal paese circa sei chilometri.

Il signor Marcello Berattino e il di lui figlio Martino, con evidente imprudenza, sogliono, al contrario di tutti gli altri impresari, pernottare e far la paga agli operai nel baraccone, anziché in paese. […] Verso le 9 della stessa sera, i Berattino mentre andavano a letto, ciascuno nella propria stanza, sentirono una scarica di moltissimi colpi d’arma da fuoco. Immediatamente un malandrino, more solito, mascherato e tinto il viso, sfondata la porta d’ingresso, s’avventò contro Martino Berattino. Questi prese un revolver, ma disgraziatamente, gli rimase in mano il solo fodero: ne estrasse un altro piccolo che soleva portare in tasca e ne esplose un colpo che andò fallito; volle esplodere un altro colpo, ma non vi riuscì.

 

Accorse un giovine che trovavasi nella vicina cantina di Remo Bertelli, e, con un manico di pala, assestò al malfattore un bel colpo. Sopraggiunti parecchi altri malandrini costrinsero all’inazione il giovine accorso, facendolo coricare e ricoprendolo di sacchi, e, turandolo fortemente, precipitarono il Berattino nella scarpata della linea ferroviaria. L’oscurità della notte permise a questi di allontanarsi inoltrandosi nelle vicine boscaglie. Bisogna notare che nella galleria lavorano parecchi operai a’ quali il Berattino diede il segnale di sciolta; ma una ben nutrita scarica fatta da’ malandrini impostati alla imboccatura impedì loro di uscire.

 

Il Berattino, appena si vide salvo, pensò di recarsi in paese per avvisare l’arma dei R R. Carabinieri. Nello stradone si incontrò con l’ing. Urbano, il quale, avendo dal suo baraccone posto in faccia a quello dei Berattino, ma lontano circa mezz’ora di cammino, visto l’attacco, aveva avuto uguale idea; e col servo s’era incamminato verso il paese. Poco dopo, nonostante la pioggia cadesse a rivi, il bravo brigadiere Masini con altri suoi due dipendenti, vari barracelli, il medico dott. Caocci ed il sig. Tabai erano sul posto. Quando arrivarono, i malandrini, dopo aver fatto il bottino, s’erano ritirati appena da dieci minuti. L’oscurità, la pioggia, i sentieri malagevoli favorirono la loro ritirata e non fu possibile raggiungerli non potendosi trovare le tracce. Nel frattempo che il Berattino si recava in paese e l’arma accedeva sovraluogo i malandrini consumarono la rapina.

 

Fattisi far luce e guidare dalla serva dei Berattino – una simpatica ragazza cagliaritana – alla quale facevano tenere lo sguardo rivolto a terra perché non potesse fissarli e così riconoscerli, svaligiarono la camera dei Berattino, asportandone circa lira 7000 in danaro che trovavansi poste in un tiretto e parte in una cassa forte e vari altri effetti, dopo aver rotto, anzi reso in frantumi, tutto. Si ritiene perciò che al bottino si unisse la vendetta per parte di alcuni lavoranti scontenti e licenziati. La cantina del Bertelli, dopo essere stati maltrattati e feriti, alcuni leggermente altri gravemente (tra questi il controllore e nipote dei Berattino) quelli che vi si trovavano, fu dai malandrini completamente saccheggiata.

 

Il povero Bertelli – che in fondo in fondo è il vero grassato essendo rimasto quasi sul lastrico – corse serio pericolo. Coi denari – un dugento lire – che aveva nascosti sotto una damigiana, alla quale s’era avviticchiato, come naufrago ad àncora di salvezza, s’era accovacciato sotto il banco di spaccio. Scopertolo i tristi lo percossero; e poiché si lamentava, secondo essi per poco, le busse aumentavano. Avendogli scorto un anello d’oro all’anulare, siccome questo non voleva uscire si disponevano addirittura a tagliarli il dito; ma persuasi dal Bertelli del poco o niuno valore di esso, desistettero. Intanto il vecchio Marcello Berattino, con un buon remington di dodici colpi, aspettava il suo turno, pronto e deciso a far pagar cara ai malandrini la propria vita. Fortunatamente, lo lasciarono, contro ogni sua aspettativa, illeso. Si calcola che la banda fosse di trenta uomini. Gli impresari e gli impiegati addetti alla costruzione della linea ferroviaria, costernati, hanno telegrafato a vari deputati ed al comm. G. Marmaglia, direttore della società italiana, perché facciano rilevare alla Camera ed al Governo la mancanza di forza pubblica lungo la linea in costruzione, implorando pronti ed energici provvedimenti.

 

La mattina del 4 per tempissimo, si recò sul posto immediatamente l’egregio vice pretore, avv. Salvatore Gaias col cancelliere Funedda per le prime indagini. Più tardi vi si recò pure il tenente dei Reali carabinieri d’Isili. Il 5 poi è arrivato il Procuratore del Re di Lanusei, accompagnato dal proprio segretario. Oggi per lo stesso oggetto è tra noi un delegato di P.S. È insussistente che sieno pervenute lettere minatorie ai più ricchi proprietari del paese, dove le condizioni di sicurezza pubblica sono state sempre ottime, e, a memoria d’uomo, non si ricorda altra rapina di grande entità”.