Non ha potuto vedere il suo ultimo lavoro nel libro“Andirivieni” (Matteo Porru, Il Maestrale, maggio 2026). Bachisio Bandinu aveva titolato il suo intervento: “Sguardo da vicino e sguardo da lontano” dove ha incorniciato la sua vita errante di antropologo e scrittore tra nuraghi e nuove tecnologie perché “su mundu annat dainnantis”, il mondo progredisce. In poco meno di ottomila battute ha sintetizzato il suo percorso da intellettuale moderno (sardissimo, prima da zone interne e poi lungo le coste della sua Itaca) ma allo stesso tempo universale, perché “la distanza tra Bitti e Milano sembra enorme nell’immaginario, di fatto per coprirla basta un’ora di viaggio. Vicinanza e lontananza”. Ha demolito incrollabili miti atavici e costruito verità globali partendo dalle giornate passate in cattedra a Verona a insegnare materie letterarie nelle superiori. Un dramma epocale la fuga in Continente e in Europa? No. “Vent’anni di emigrazione in Lombardia mi hanno segnato e mi hanno arricchito proprio per il valore della differenza e per come le due esperienze conformavano una mia nuova identità”. Constatava, con nettezza, lo stato dell’oggi tra mondi quasi contrapposti: “Differenza riguardo al fare e al farsi delle cose: per i lombardi i problemi si pongono per essere risolti, altrimenti non bisogna neppure porseli, mentre in Sardegna ci si avvita ripetutamente intorno ai problemi senza risolverli”. In un altro passo folgorante, con tempi verbali bilanciati: “a Bitti il tempo eccedeva, a Milano manca. In paese non succedeva nulla, nella città lombarda eventi e cose precipitano”.
È stato tra i primi, col libro “Costa Smeralda. Come nasce una favola” (Rizzoli 1980), ad analizzare il fenomeno del turismo con tutte le innovazioni e le trasformazioni che portava nella società, a partire da quelle sotto il Limbara e dell’alta Gallura che, comunque la si legga, cambiavano stili di vita, geografie e linguaggi: Cala di Volpe cancella Monti di Mola, Poltu Mannu per il mondo è Porto Cervo, Romazzino seppellisce la dolce parlata attorno ad Arzachena di “Li Rumasìni”, Battistoni tradito dall’arbitrio sudamericano di Baja Sardinia, Poltu Li Coggi – addirittura – in Spiaggia del Principe, Cala Romantica era Isola di lu tamburu. E l’industria? Il passaggio dalla solitudine in “su pinnettu” al confronto nei consigli di fabbrica? E la tuta blu che archivia i gambali? Con la sua presenza politica nella Fondazione Sardinia, analizza le tante metamorfosi dell’isola facendo la tac sociale al “Pastoralismo in Sardegna” (2006 Zonza Editori) dove si legge la sua summa antropologica dopo tanti a tu per tu con i pastori dell’Ogliastra, dell’altopiano di San Giovanni tra Nule e Bitti, di Sa Ferula a Orune, dei caprai di Arbus.
Quanta passione, quanti tormenti nell’immaginare il futuro terribilmente incerto dei giovani. In “Lettera a un giovane sardo” del 1996 scrive: “Il mondo vitale quotidiano a cui appartieni è il produttore primario di senso e di identità”. In un’altra “lettera”, questa volta in italiano e in limba, “a un universitario sardo” del 2023, parla come Antonio Gramsci: “Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Oggi la Sardegna ha bisogno di tutta la tua intelligenza. Di tutto il tuo entusiasmo, di tutta la tua forza”. E poi il lascito politico in “Noi non sapevamo”, per parlare di “lingua, turismo, industria, basi militari, ambiente”. Per invocare “la cultura come materia prima”.
Con Manlio Brigaglia e Paolo Pillonca – in questì ultimi trent’anni – ha arricchito il dibattito culturale e politico tra la gente, mai privilegiando i salotti. È stato uno degli “oratori” più amati e più capiti in Sardegna: non solo nelle aule universitarie ma soprattutto nei piccoli centri, villaggio per villaggio, dal Sulcis al Goceano. “Quando sono nei paesi, in bidda, a parlare in qualche biblioteca, a tenere una conferenza, a sentire una gara poetica, sto bene”. Arricchiva il linguaggio con orgogliosa metrica bittese. Parlava a braccio e la gente, tutta la gente, apprezzava. “Appu cumprendiu tottu su chi at nau”, ho capito tutto ciò che ha detto, aveva commentato un pastore analfabeta di Perdasdefogu, Giovanni Murgia, quando Bandinu – erano gli anni di Tiscali che spopolava a Piazza Affari – aveva spiegato l’avvento di Internet. Animatore libero dentro, mai accondiscendente, mai prono, nel dibattito tra fine novecento e i primi vent’anni del duemila. Da tempo temeva “un’isola muta”, sperava in una Sardegna ricca di cultura “che è un pensare e un produrre, un fare e un dire”. Sì. Cultura. Per Bachisio Bandinu “materia prima”.
Giacomo Mameli



