Esistono maniere di raccontarsi che appartengono al silenzio, modi d’esprimersi che non necessitano del frastuono di parole affastellate di fretta una addosso all’altra per riempire sonori vuoti di senso. La vastità di spazi sconfinati lascia assaporare al meglio la profondità del silenzio e permette di andare al di là dell’abbraccio del mare. “Mi sorprese il silenzio, un silenzio che vorrei dire fondamentale, perché veniva proprio su dalla terra e aveva risalto dal fruscio del vento e, d’improvviso, dai rintocchi di un campanello al collo di una capra affacciatasi sulla strada dall’imminente argine”, svela Goffredo Bellonci in un brano tratto da Sardegna, terra biblica. È, questo silenzio, la parola che la terra affida all’uomo lasciando che sia lui a trasformarlo sapientemente.

 

C’è un luogo nella Sardegna centrale dove l’invito della terra madre si manifesta nella semplicità del fare quotidiano, nella freschezza di un amabile verso improvvisato o nell’intensità di un canto che è dialogo eletto con la natura o ancora, nella solitudine di un santuario campestre. Per scoprirlo è necessario giungere sino alla catena del Marghine e soffermarsi ai piedi di una rilucente roccia calcarea.

 

Situato nella parte centrale della basaltica catena, Silanus è un paese collocato a 500 m. d’altezza che si estende per circa 48 Kmq e con una popolazione di 2.350 abitanti che i paesi limitrofi amano definire conchitortos. Il pendio della montagna circostante è caratterizzato dalla macchia mediterranea, ricco di selvaggina e importante testimonianza dell’avvicendarsi di diverse epoche storiche. Nell’opinione del prof. Massimo Pittau “la forma ufficiale del nome di questo villaggio è frutto di una errata ricostruzione semidotta; infatti nel dialetto locale e anche in documenti medievali il toponimo ricorre come Silanos (…).

 

La spiegazione etimologica è chiara ed abbastanza certa: il toponimo deriva dal gentilizio e cognomen lat. Silanus, al plurale per indicare una famiglia di latifondisti romani, i quali avranno avuto numerosi possedimenti in tutta la Sardegna centro-settentrionale”[1]. E tale toponimo si trova in effetti anche nei territori di Ottana (Badu ’e Silanus), Orgosolo (Riu Silanus) e Villagrande Strisaili (Sa ’orta ’e Silanus). Lo studioso Salvatore Dedola[2] ci informa che “nel sardo medievale Silanus significava anche in Solio ossia in trono ed era riferito precisamente alla chiesa ex-bizantina di S. Nicola Silanus di Sèdini che nel 1122 venne donata ai Benedettini dal giudice di Torres Furatu di Gitil e dalla moglie Susanna Dezzori”.

Il luogo che più di ogni altro racconta il taciturno trascorrere del tempo che lascia traccia di sé è il complesso di Santa Sabina, situato lungo la statale 129 in un’area che fin da tempi remotissimi pare essere stata eletta a località sacra. Questo complesso monumentale (vedi scheda) è costituito da un nuraghe, un pozzo sacro a tholos, una tomba dei giganti e un’antica chiesa medievale (ancora meta di sentita devozione popolare) quasi a fissare una continuità tra le varie epoche storiche a cui da voce il nero silenzio del basalto come lo definì Francesco Masala.

 

Altra testimonianza di sacralità all’interno del territorio silanese è la Chiesa dedicata a San Lorenzo Martire ubicata nella periferia alta del paese, la cui costruzione risale alla seconda metà del XII secolo, probabilmente ad opera dei frati cistercensi dell’Abbazia di Santa Maria di Corte di Sindia. La costruzione in stile romanico-gotico pisano con influssi lombardeggianti è a navata unica absidata e custodisce al suo interno resti di affreschi del Trecento. Esternamente si presenta con una facciata semplice che termina con un campanile a vela a doppia campana. Particolare che conferisce al luogo una singolare aurea di sacralità sono i bètili sistemati nel giardino che circonda la chiesetta. Non molto distante si trova una tomba dei giganti (Pedra Longa) e il maestoso nuraghe Corbos, una delle preziose testimonianze di epoca nuragica all’interno del territorio.

 

Tra le altre torri nuragiche che si innalzano nella regione del Marghine vi è certamente il nuraghe Orolio detto anche Madrone, costruito prevalentemente in granito con la torre quasi intatta: presenta un crollo interno che attualmente minaccia l’equilibrio dell’intera struttura. La popolazione si è dimostrata molto sensibile al problema ed è nata un’associazione (Sotziu culturale – Salvamos Orolio, Salvamos sos nuraghes) che si sta battendo affinché questo e altri nuraghi, patrimonio indiscusso della storia e della cultura sarda, siano salvati dall’oblio e dall’abbandono totale. Cliccando su www.petitiononline.com/orolio/petition.html si può portare il proprio contributo firmando per la petizione a salvaguardia di questa testimonianza nata anch’essa dal silenzio della terra.

 

“La ricchezza più importante che possediamo è quella archeologica e culturale” afferma pacatamente il primo cittadino Luigi Morittu. “Il nostro territorio è ricco di monumenti e di siti ambientali da valorizzare” continua il sindaco, già presidente della Comunità montana del Marghine-Planargia, mostrando consapevolezza nel sostenere che la piena valorizzazione di un territorio si raggiunge  solamente uscendo da certi schemi campanilistici che troppo spesso portano alla chiusura totale.

 

Piuttosto sarebbe necessaria un’apertura verso le altre comunità che consenta all’intero territorio di fare sistema e di essere ricordato per ciò che complessivamente riesce ad offrire. I problemi da affrontare non sono pochi e di facile risoluzione: il continuo spopolamento delle zone interne, la crisi occupazionale che tocca da vicino anche i piccoli centri (basti ricordare il comparto industriale di Tossilo che rappresenta un punto di riferimento lavorativo per questa regione), la crescente globalizzazione che tende ad offuscare le piccole realtà.

 

A tali difficoltà i comuni di questa regione della Sardegna hanno dato una prima risposta associandosi nell’Unione dei Comuni del Marghine, una buona iniziativa per fare sistema in un territorio costituito da 10 paesi con una popolazione totale di 25.000 abitanti  e accomunati dallo stesso tipo di attività. In agro di Silanus essa è prevalentemente di tipo agro-pastorale e artigianale con la produzione di tappeti e di dolci in particolare.

 

Ottime le produzioni ovine e bovine. Inoltre si coltivano cereali, orzo, legumi, viti e alberi da frutta. Alcune attività commerciali presenti nel centro abitato animano la vita del paese che è resa ancora più interessante dalla vivacità di numerose associazioni le quali spaziano dallo sport, alle tradizioni popolari, al teatro, all’archeologia e alla cultura in genere. Di una certa rilevanza il forum giovanile sul web, una forma di discussione sui problemi reali che il paese affronta giorno dopo giorno. Il primo cittadino non pare condividere il metodo col quale si discute paragonandolo alla vecchia lettera anonima: all’interno del forum la propria identità rimane nascosta e la non conoscenza del proprio interlocutore non porta ad un vero e proprio dialogo costruttivo.

L’attivismo giovanile e la laboriosità della popolazione si rafforza soprattutto nei momenti rituali dell’anno in occasione delle numerose feste, siano esse a carattere religioso (molto sentite sono quelle di S. Lorenzo e di S. Sabina) o culturale come il Premio giornalistico “Funtana Elighe” giunto alla sua 20ª edizione o la Sagra de “Su ìschidu” nata con l’intento di proporre al pubblico un prodotto di alta qualità.

 

Avventurandosi tra i vicoli del centro storico si ha l’impressione di essere avvolti in un labirinto dai percorsi quasi identici, ma il visitatore spinto da un pizzico di curiosità sarà sorpreso nel trovarsi d’improvviso al centro di una qualche piazzetta che pare rivolgergli un caloroso saluto. La presenza di piccole chiese all’interno del centro abitato (quella di Sa Maddalena risalente al XV secolo, quella periferica di S. Itria e la chiesa parrocchiale di S. Antonio Abate, entrambe datate al XVII secolo), contribuiscono poi a provocare sollecitazioni cromatiche ed emozionali del silenzio sempre rifacendosi a Cicitu Masala.

 

Ma il patrimonio di questa comunità non si limita al rigore e alla compostezza dei beni materiali. Qui il silenzio che sale dalla terra e si riconosce nel vibrare del vento ha seminato una saggezza popolare che parla una lingua fatta di versi, improvvisati in una notte dal cielo stellato o meditati a lungo nella solitudine dei pascoli autunnali. I famosi poeti improvvisatori Francesco Mura e Mario Masala hanno calcato i palchi di tutte la piazze isolane avvezze all’arte della poesia a bolu. Ma ci sono anche altri poeti che, nonostante la minor fama, concorrono a dare lustro alla grande ricchezza orale e scritta del paese e che l’Associazione Poetica Silanese sta cercando di recuperare e valorizzare con la ricerca storica e anche con le pubblicazioni.

 

Di origini silanesi uno degli intellettuali più importanti nella Sardegna della seconda metà del Novecento: il giornalista e scrittore Giuseppe Fiori, autore, tra l’altro, di importanti biografie, da Antonio Gramsci a Silvio Berlusconi, passando per Emilio Lussu ed Enrico Berlinguer. Non poteva mancare in questo fiorire di sfumature culturali una delle manifestazioni più antiche ed apprezzate da sardi e non: il canto a tenore. Due formazioni in particolare si sono distinte nel panorama isolano: il Tenore Santa Sarbana – Battista Morittu e il Tenore de Silanus – Santu Larettu.

 

L’ascolto di una boghe seria o di una silanesa antiga richiedono il silenzio, che non è semplicemente l’assenza di voci o rumori di fondo, ma è quello conquistato nell’intimo dialogo con la terra madre che pazientemente consiglia e attende. Scrisse Elio Vittoriani: “È Sardegna, per questo silenzio, per questa solitudine di ogni cosa, di ogni rupe che pare chiusa in se stessa, meditando”.

 

 

 

 


[1] Massimo Pittau, I nomi di paesi città regioni monti fiumi in Sardegna, Ettore Gasperini Editore, 1997

[2] Salvatore Dedola, Toponomastica Sarda, Grafica del Parteolla, 2004