Non è un caso che Monteleone Roccadoria (siamo a pochi chilometri da Alghero) abbia scelto di legare il suo nome a quello dei Doria, fondatori del castello, con un richiamo alle antiche origini di questo importante insediamento della Sardegna medievale, collocato su un’altura a dominio di un’ansa del fiume Temo.

 

Arrivati in Sardegna come mercanti, i Doria – i documenti ne parlano per la prima volta nel 1154-1164 – si legano presto ai giudici sardi, dai quali ricevono aziende agricole ed una disponibilità all’unione matrimoniale di membri dei rispettivi gruppi familiari.

 

Così quando nel 1259 la morte della giudicessa Adelasia determinò l’estinzione della dinastia dei Lacon ed un vuoto nelle istituzioni giudicati del Regno di Torres, i Doria  erano ormai da tempo radicati in Sardegna, forti e pronti a trasformarsi da proprietari terrieri (signori fondiari) in controllori politici della regione (signori territoriali), sia pure in competizione con altre famiglie signorili (i Malaspina, i Donoratico, i Gherardesca, gli Spinola) e con le Istituzioni (il Comune di Pisa, il giudice di Gallura, Genova, il Comune di Sassari, il giudice di Arborea) presenti sul territorio giudicale.

 

La conseguenza più evidente fu il rapido comparire di castelli nel Nord-Ovest della Sardegna, per necessità di difesa, ma anche per sancire l’espressione di uno status symbol di una posizione e di un nuovo ruolo acquisito, dai Doria e dagli altri signori.

 

Così nacque Monteleone, ma anche Alghero, Castelgenovese, Casteldoria e numerosi altri luoghi forti della nuova geografia del potere signorile dei Doria nel territorio del giudicato di Torres. La costruzione di questa rete di castelli venne realizzata secondo una strategia ed una cronologia (1260-1270), comune anche alla signoria dei Malaspina, un problema al quale l’archeologia ha di recente iniziato a fornire i primi significativi contributi.

 

I Doria, rimasti di fatto padroni del territorio, rinforzarono il loro scacchiere strategico sardo, dando vita ad un vero e proprio sistema territoriale, che disponeva anche di numerosi porti, come Alghero, Porto Leone, il porto di Monteleone (oggi Porto Tangone) ed altri approdi.

 

Monteleone appare dunque, già negli anni attorno al 1270, come luogo sottoposto al forte controllo signorile esercitato da Brancaleone I Doria, figura carismatica di riferimento della casata dei Doria, mentre in età aragonese (dal secondo quarto del XIV secolo e particolarmente dopo la perdita di Alghero) emerge con chiarezza il significato strategico e di residenza privilegiata dei Doria (assieme a Castel Genovese, l’attuale Castelsardo) in questo castello, fino alla sua distruzione nel 1436.

 

A Monteleone, dal 1998 al 2004, lunghe campagne di scavo hanno impegnato diversi enti, le Università di Sassari e di Pisa, il Comune di Monteleone Rocca Doria e la Soprintendenza Archeologica, al termine delle quali sono state riportate in luce parti del tutto sconosciute del castello.

 

Gli scavi hanno evidenziato due poli essenziali ma finora sconosciuti della topografia del castello, distrutto in gran parte nel 1436: un palazzo, la probabile residenza dei Doria e della Corte ed una torre quadrangolare, nei pressi di uno degli accessi al castello, che si sviluppava su quelle linee urbanistiche in gran parte riprese anche dall’abitato contemporaneo, come si può ben apprezzare dalla fotografia aerea del sito.

 

Il palazzo, ubicato sul versante meridionale al riparo dai forti venti settentrionali, è una grande struttura quadrangolare, con murature dello spessore da m 1,50 a m 2, suddiviso in due ambienti, probabilmente magazzini, con copertura a volta a botte, i cui resti crollati sono stati rinvenuti durante lo scavo, comunicanti fra loro con un’apertura ad arco. La residenza signorile vera e propria era ospitata ai piani superiori, organizzati su solai in legno e pavimenti laterizi, le cui tracce sono state rinvenute in stato di crollo e nelle buche pontaie di alcuni lacerti murari.

 

Per la costruzione del palazzo dei Doria furono utilizzati in fondazione massici blocchi, forse prelevati dai resti di una fortezza punica a controllo del Temo, ma in questo cantiere furono chiamate a lavorare maestranze altamente specializzate, in grado di tagliare a regola d’arte il calcare locale (per le strutture a vista, fuori terra) e di produrre una malta estremamente tenace (di tipo pozzolanico) a causa della funzione difensiva del palazzo.

 

Tracce di scontri avvenuti nell’area (il castello è stato assediato per due anni, prima di cadere in mano aragonese nel 1436) sembrano alcuni verettoni per balestra rimasti conficcati nella facciata dell’edificio, negli spazi di connessione tra i vari blocchi. Su alcuni blocchi del paramento murario esterno del palazzo, crollati al momento della distruzione della struttura e su altri delle murature ancora nella loro originaria posizione, si conservano graffiti, innumerevoli segni fra i quali lo stemma del Comune di Genova forse opera di guardie armate annoiate, che suggeriscono la continuità del legame con la madrepatria.

 

L’ozio delle guardie è stato scorto anche nello scavo della torre costruita nel Trecento vicino al Palazzo, a controllo di una delle porte del castello: pedine da gioco in ceramica, dadi in osso, punte di freccia e di balestra, monete, ci fanno immaginare i militari che, nelle interminabili ore delle guardie, combattevano la noia giocando e… magari scommettendo un po’…Ed ancora, sulle mura del Palazzo dei Doria, sono stati rinvenuti numerosi graffiti a forma di calzare (orme del pellegrino), presenti anche nella chiesa di Sant’Antonio a Monteleone e lasciati dai pellegrini lungo le vie della devozione e della fede.

 

Un’opera di riorganizzazione del castello venne effettuata – forse a partire dal 1366 – da Brancaleone III Doria, in un periodo nel quale, a seguito della resa di Alghero ai Catalano-Aragonesi nel 1354, il ruolo strategico di Monteleone crebbe d’importanza nello scacchiere politico-militare dei Doria in Sardegna, diventando, a fianco di Castel Genovese, il quartier generale della signoria dei Doria e di resistenza alla conquista aragonese di questa parte dell’Isola.

 

La chiesa di Santo Stefano è un edificio romanico della seconda metà del Duecento, probabilmente utilizzato anche con funzioni di cappella signorile, successivamente ampliato nel XIV secolo. Una lastra recante a rilievo un’aquila con le ali spiegate, recuperata dalla demolizione di una casa del paese è di particolare interesse in quanto si tratta dell’insegna dei Doria (adottata a partire dall’inizio del Trecento), unitamente ad un altro rilievo con un leone di profilo di ancor più esplicita allusione, elementi che in origine dovevano essere murati sulle pareti del palazzo, a simboleggiare il potere dei Doria, signori del castello e punto di riferimento per oltre un secolo della resistenza sarda alla conquista aragonese.