In un articolo per il quotidiano di Pavia, La Provincia Pavese, del  7 dicembre 1985, passando in rassegna,  a vantaggio dei lettori pavesi,  le opere dello scrittore Giuseppe Fiori, invitato dal Circolo culturale sardo Logudoro di Pavia a presentare la sua biografia di Emilio Lussu intitolata Il cavaliere dei Rossomori (Einaudi), mi è capitato di accennare alla breve esperienza di lavoro in terra pavese  vissuta da Peppino Marotto.

 

Scrivevo:  “Nel 1968, nel pieno del malessere della società (italiana e internazionale) di cui sono sintomo le rivolte degli studenti, Giuseppe Fiori dà alle stampe, presso Laterza,  un libro che sembra tradire nel titolo La società del malessere un abbandono delle tematiche sarde a favore di una riflessione sociologica su fenomeni nazionali e internazionali (in contrapposizione, tanto per intenderci, alla conclamata ‘società del benessere’): invece no, si tratta ancora una volta di storie sarde legate alle cronache dei sequestri di persona e al diffondersi di una allarmante disgregazione sociale, che dai paesi dell’interno comincia a lambire i centri urbani.

 

Tra i vari racconti, può essere di qualche interesse per i lettori pavesi quello di Peppino Marotto, arrivato a 38 anni, nel 1963, da Orgosolo a Santa Cristina e Bissone (in provincia di Pavia), per farvi il mungitore e, in seguito, fermatosi alla frazione Lambrinia di Chignolo Po (sempre in provincia di Pavia) prima in una piccola fonderia artigiana e poi in una grande fattoria: ‘a trentanove anni ho sposato una ragazza di Orgosolo, è salita a Lambrinia, sono stati due anni buoni. Ma inutile. Fisicamente vivevo a Lambrinia, con l’animo ero ad Orgosolo.

 

Mi sembrava di essere diviso in due, difficile spiegarlo … Una cosa mi mancava: il calore della mia gente… Qui ad Orgosolo ero conosciuto come dirigente politico, già l’essere emigrato mi sembrava una fuga…Ora ho ripreso ad occuparmi della Camera del Lavoro”.

 

Ora  che Marotto, a 82 anni, è stato vilmente freddato alle spalle nella “sua” Orgosolo, queste sue parole acquistano un raggelante suono sinistro.

 

Con sgomento cerco e ritrovo altri due documenti relativi a Marotto, valido e apprezzato  poeta e cantore in lingua sarda. Il primo è un Disco del Sole del novembre 1969: Peppino Marotto e un coro di Orgosolo cantano “Sa bandiera ruja (la bandiera rossa). Nuove canzoni di Orgosolo”: due sonetti (uno sulla dignità del montagnino in cella; un altro su Gramsci ), una serie di brevi “muttettos” e una lettera in terzina al fratello della Lombardia.

 

A Gramsci  sono dedicate anche numerose “cantate” in sardo raccolte da Marotto nel volume Su pianeta ’e Supramonte, pubblicato dalle edizioni Condaghes nel 1996, con importanti testimonianze sul poeta di Paolo Pillonca, Pietro Sassu, Tonino Cau e Giuseppe Fiori  (il quale ricorda che Franco Cagnetta, autore di una famosa “Inchiesta su Orgosolo” pubblicata dalla rivista “Nuovi Argomenti” nel 1954, aveva riservato uno specifico capitolo a Marotto). 

 

Con una poesia in rima Marotto onora la memoria di Guido Rossa, il sindacalista ucciso a Genova dalle Brigate Rosse;  con  una quartina  tratta e tradotta in italiano da questa composizione e adattata a Marotto disinteressandoci della rima, vogliamo commemorare questo battagliero difensore dei diritti dei deboli e infaticabile sostenitore delle ragioni della poesia: “Quando il piombo del vile sicario/ ha trapassato il corpo di Marotto/ onore gli hanno reso nella fossa / come a un eroe leggendario”.