Valle della Luna, alias Cala Grande, come Topanga in California. Qualcuno mi racconta di hippy capelloni stile anni ’60 che bivaccano perennemente in una sorta di paradiso naturale. Grotte come gusci vuoti e silenziosi occupate da ”strane” creature; altre, come veri e propri appartamenti, che attendono di essere occupate. Mi lascio affascinare dai racconti e decido d’andare a vedere con i miei occhi questo luogo che non ha bisogno di interpreti e guide. Solo essere vissuto.

 

Capo Testa, a circa 3 km da Santa Teresa Gallura è una splendida zona turistica. Le spiagge e le calette non si contano, così come i turisti d’estate. Per arrivare a ”Valle” il sentiero è tortuoso. Ginepri pettinati dal vento e mastodontici massi di granito sezionati, pronti ad essere trasportati chissà dove, possono essere un discreto ostacolo a chi non è fortemente motivato.

 

Percorrendo la stretta valle dove sembra che le rocce ti parlino e ti indichino la strada, ad ogni passo si apre un nuovo panorama che terminerà, così mi dicono, nel mare. Sul sentiero non è raro incrociare variopinti personaggi che ti dànno del tu e salutano amichevolmente. Ho l’impressione di una umanità sui generis, che ti accarezza senza darti noia. Poi arrivo alla spiaggia e lì, l’anima zen che alloggia in ognuno di noi è difficile che non evapori e ci faccia pronunciare il fatidico ”ora mi sdraio, contemplo l’orizzonte e non mi muovo più”.

 

Ma non sono il solo a pensarlo perché la piccola insenatura bagnata dal mare è già occupata da una decina di indigeni che ascoltano musica tecno sparata da due altoparlanti alimentati da un gruppo elettrogeno. E poi abitazioni immerse della natura, condizioni igieniche ai limiti del Bangladesh, il motto la mia casa è la tua casa, un certo felice baccano, bambini che rincorrono un pallone.

 

Li osservo. Diverse generazioni vivono l’una accanto all’altra. Quel che colpisce è la vitalità del cameratismo, la forza della sicurezza che vive, in completa osmosi, con una scelta di vita. È palese e palpabile la visione che tutti sembrano avere della propria situazione.

 

Più lontano un bivacco dove si riuniscono altri abitanti di Valle. Sono più tranquilli. Chiedo di scattare qualche foto. Contratto, e infine riesco nel mio intento. Molti di loro sono restii a farsi immortalare.

 

Mimmo ha due splendidi occhi azzurri ma non riesco a capire quanti anni abbia. Vive in Valle solo il periodo estivo, poi ritorna in Continente. Non ama tanto i giornalisti perché una volta, a Roma lo hanno fotografato e il giorno dopo si è trovato su un giornale con l’epitaffio di ”drogato”. Un’ampia radura, pulitissima, domina il contesto.

 

Un signore incredibilmente somigliante a Charles Bukowski, originario di Sorso, ha piantato una bandiera dei quattro mori. Le montagne di granito fanno da barriere protettive. Ci sono tende, ma anche vere e proprie costruzioni di pietra. E proprio da una di questa fa capolino Ladja, un omone di nazionalità ceca che mi ospita nella sua dimora e, orgoglioso, mi fa visitare l’opera. Ladja in poco più di due anni e mezzo – da quando è arrivato a Valle – con picco e pala ha iniziato a scavare la roccia sino ad creare cunicoli che solleticano la montagna e che, a sentir lui, arrivano sino a 30 metri sotto terra. La sua abitazione sembra un vero e proprio fortino. Nulla è lasciato al caso. Ogni pietra è al posto giusto. Per Ladja la mancanza della comodità delle cose non è un handicap ma, al contrario, un pregio.

 

E la domanda sorge spontanea: tutto questo è il risultato del fallimento di quella che viene definita la società opulente e tecnologica?

Mi metto l’animo in pace perché lo scavatore ceco mi fa capire che la sua è una scelta, addirittura una missione. ”La montagna mi ha chiamato, la natura mi ha chiamato e io ho risposto”.

 

Valle della Luna rappresenta la quiete di esistenze che ci appaiono lontane e diverse e dove prevale l’istinto di vivere. Silenzio e attesa. Rifugiati e liberi. Ognuno ha il suo cantuccio. Il rincorrere ossessivamente ad ogni costo le cose materiali qui sembra decisamente fallito. Come rivela Ladja, ”qui non conta sapere, ma importa saper fare. Ne va di mezzo la propria esistenza”. E il grande premio dell’uomo è proprio la sua vita.

 

Il fatto è che la bellezza di Valle della Luna, il suo isolamento, nonostante la vicinanza con il centro di Santa Teresa, ha sempre fatto da calamita per gli artisti, le anime libere, e perché no anche per i balordi irrecuperabili. Gli anni ’60 in Valle non sembrano mai finiti: agli hippy di vecchio stampo sono subentrati i neo hippy, i punkaabestia, che probabilmente sanno poco o niente di controcultura e si riempiono la bocca di parole d’ordine come ”facciamo l’amore  e non facciamo la guerra” senza averne assimilato le radici profonde. È il potere del contesto culturale e geografico che ti modella e ti fa dire e pensare certe cose. Al di fuori, forse, queste stesse persone si comporterebbero in maniera diversa. Anche loro, come i sessantottini, sono il risultato di un processo culturale che ha partorito un proprio prodotto.

 

Nelle notti di luna piena a Valle si fa festa. Canti, balli e bevute intorno al grande focolare che domina l’ampia radura principale. Ognuno a modo suo esprime la propria libertà.

 

Ma non tutto e felicità anche se non si passa all’esasperazione come nella società civile. ”Rave party? Meglio di no!!” dice Ladja, perché lui è uno tranquillo e rispettoso, che scava e fa le creeps alla marmellata o agli spinaci per tutti gli abitanti della valle. In fondo non ci sono migliori compagni di quelli che con lo stesso spirito hanno fatto la stessa strada?