Le mani si spostano velocemente da un filo all’altro per tessere ancora un ordito con la fibra d’oro regalatale dal mare. La figura stilizzata sulla tela non è completa ma già si distinguono i colori senza che se ne possa ancora intuire la magia. C’è la terra e c’è anche l’acqua dentro il bisso perché ”è da lì che viene l’uomo”, sintetizzato dalle parabole frenetiche del fuso. Chiara Vigo lo sa e in ogni movimento al telaio mette la sapienza ereditata dalla nonna Maddalena, colei che tessè la sua anima prima di insegnarle a tessere al telaio.

 

Movimenti precisi, rapidi, di chi sa di avere un privilegio che fin dall’epoca della principessa Berenice, prima tessitrice di bisso, – secondo la leggenda sepolta sotto la chiesa di Sant’Antioco – viene tramandato di donna in donna e solo ad una per volta. Ecco la magia. A quarant’otto anni, trentacinque dei quali passati con le gambe nei bassi fondali fangosi a pescare la fibra o con la schiena ricurva sopra il telaio, Chiara è l’unica donna al mondo a conoscere i segreti del prezioso filato già usato dai fenici, dagli egiziani e poi dai greci per imprimere i simboli delle divinità negli abiti sacerdotali. La dolcezza del suo sguardo tradisce il tono duro con il quale afferma di essere un Maestro, l’ultimo depositario di un’arte antica, nobile, come la pinna (detta appunto nobilis) che secerne il filamento che solo lei sa pescare, dissalare, cardare, filare e infine tessere.

 

Con rispetto e amore, come nonna Maddalena le ha insegnato. Il carisma le appartiene e i segreti che conserva la rendono enigmatica. Chi è Chiara Vigo?

”Chiara Vigo è il passaggio tra il presente e il futuro”, dice, e conserva, o ha la presunzione di conservare per quelli che verranno, una cosa che ritiene già loro. ”Finché sarò viva io il bisso rimarrà esattamente quello che è e cioè la profondità delle nostre acque e lo spirito con il quale ogni sardo accetta di essere ciò che è”.

 

Una promessa ribadita ad ogni colpo di battente e insita nel fatto stesso di essere l’eletta: ”Mia nonna ha capito che non avrei fatto un uso commerciale del bisso, che l’avrei serbato come una cosa preziosa. Aveva capito da subito che io amo forse troppo la mia terra: mi sento sarda fino al midollo e anche oltre. E questo nonostante mi senta allo stesso tempo, un animale senza Wwf, una donna con una cosa unica al mondo che la gente non capisce”. Cinquemila anni di storia, cinquemila anni di mani di donne che hanno dato forma a preziosi ornamenti. Come il ”Leone” che campeggia appeso nella stanza del telaio.

 

”L’ho realizzato dopo aver ricevuto nel 1996 il premio ‘Donna sarda’, che viene attribuito alle donne che si sono distinte nella loro arte: lo ha ricevuto anche a Maria Carta”, precisa. ”Il Leone è una figura che rappresenta artisticamente la donna in tutte le sue forme: la forza, la potenza, la scaltrezza. Quella sarda in più ha anche la diligenza che le deriva dal matriarcato. Nel ricevere questo premio ho pensato a quante donne nella loro vita non avrebbero mai potuto avere un riconoscimento, donne morte prima che il loro paese potesse sapere e scoprire la grandezza della loro arte. Il Leone l’ho finito per loro, seguendo rigorosamente le regole della tessitura del bisso, intriso nel succo di limone perché si sbiondi per effetto della rifrazione solare”. Dei quindici pezzi da lei realizzati sparsi per i musei italiani e stranieri (rigorosamente ”donati” perché il bisso ”non si può vendere”), questo è l’unico del quale non si priverebbe mai.

 

”Se una ragazza, magari dopo aver letto un’intervista, venisse fino a Sant’Antioco per vedere il Leone, con che coraggio le direi di non averlo più”. E poi c’è il fatto che l’opera,

realizzata nell’arco di quattro anni, ha un valore inestimabile: ”Quanto costa? Dovrei riunire tutte le donne che hanno dato arte senza ricevere niente in cambio e chiedere loro quale sia il corrispettivo delle loro vite: ecco il prezzo del Leone”. L’inestimabile che si misura attraverso la magia delle mani di una donna, di un Maestro, di Chiara che lotta contro il muro dell’indifferenza sollevato dalle amministrazioni locali, troppo cieche per vedere la lucentezza della cultura dei mari di Sant’Antioco.

 

”Io sono l’unica persona al mondo che conosce i segreti del bisso e questa è una vostra responsabilità. E allora come la mettiamo? Cosa ne vogliamo fare di Chiara Vigo? Quando vi sveglierete e capirete che se mi capita qualcosa il bisso morirà con me? Mi sono stancata di urlare, di chiedere che mi mettano nelle condizioni di tramandare la mia arte, di insegnare i segreti del bisso. Sono stanca di chiedere che mi diano i mezzi per poter aprire una scuola: basterebbero cento milioni per cominciare. Ma no, Chiara Vigo è scomoda, Chiara Vigo è una che vuole fare le cose a modo suo. Ebbene Chiara Vigo ha delle regole che vanno rispettate”.

 

Regole impopolari, regole sorde alle lusinghe del commercio, regole che non si conciliano con le leggi del mercato. ”Vogliono un progetto che mostri quanto può rendere economicamente il bisso. Ma io non lo venderò mai, non lo darò   qualcuno che vuole farne denaro. Non posso. Perché il bisso è amore per la propria terra, è cultura, è arte. E allora quanto costa l’amore? E la cultura? E l’arte?” Due allieve già ci sono, per la verità. Una è Veronica che, subìto il fascino del mare, da Villacidro vuole trasferirsi a Sant’Antioco e l’altra è Maddalena, la figlia più piccola, la più introversa delle due discendenti di Chiara, alla quale ha già insegnato a pescare la seta marina nella prima settimana di maggio sotto le saline, a Stannixeddu o a Cussorgia, ”lei che è giovane e può immergersi in apnea”. Dimostra tecnica, spiega da madre orgogliosa, sa usare la delicatezza necessaria per non spaventare la pinna, che si chiude se disturbata da rumori o movimenti bruschi. Ma è presto per sapere se è la predestinata.

 

”Il tempo mi dirà se in lei c’è la vocazione”, precisa Chiara. Quel giorno le spiegherà come realizzare il componente segreto necessario per trattare la fibra in modo che non si spezzi, come filarla con il fuso naturale e poi come tessere il filo con le dita, utilizzando il pettine di canna. Allora le lascerà anche il telaio di legno intarsiato. Quello di duecento anni fa avuto dalla nonna. ”Trasmettere tutto questo sarà un problema grosso”, avverte.

 

”Ma sarà un problema vostro, della gente di Sant’Antioco, di tutti i sardi”. Ogni Maestro che muore è un pezzo della nostra cultura che se ne va, la stessa che l’Unesco sta pensando di salvare, candidando Chiara e il suo bisso a diventare ”patrimonio dell’umanità” nell’ambito del Programma tesori umani viventi. ”Siate i benvenuti nella stanza del Leone dove tutto è universale, dove tutti possono andare e venire ogni ora senza confini e frontiere e dove, però, la padrona di casa sono io”.