Ci sono territori dove i discorsi al bar non si basano sull’ultima partita del Cagliari o le ultime di campionato, ma bensì sui problemi e difficoltà che l’industria è tenuta a fronteggiare oggigiorno. Questo è un ambiente nel quale essere operaio non significa semplicemente svolgere una professione o far parte di una categoria, e dove l’industria non è mai crudele o magnanima a priori.

 

Yurj Pili, sulcitano consigliere comunale a Villamassargia e responsabile delle politiche industriali di ProgReS conosce questo ambiente molto bene. Per lui come per ProgReS l’industria è un apparato fondamentale dell’economia sarda, nondimeno ritiene sia necessario un approccio differente al tema. L’industria deve essere “antropologica e funzionale al territorio che la ospita”, è su questo elemento che verte la sua visione sull’industria sarda.

 

 

 

Qual è l’approccio di ProgReS alle politiche industriali?

 

 

Scevro da qualsiasi retaggio ideologico o tara culturale, lo definirei un approccio pragmatico e razionale che considera il benessere del popolo sardo come un presupposto imprescindibile. Infatti, noi andiamo oltre i soliti luoghi comuni che vedono nell’industria in Sardegna una questione dicotomica dell’eterna lotta tra il bene e il male. Non abbiamo preconcetti o tabù su questo argomento. Noi crediamo che un’economia forte debba essere diversificata e non monocolturale come quella che è stata imposta ai sardi dagli anni sessanta sino ai giorni nostri. Noi pensiamo che lo sviluppo del settore industriale sia necessario per diventare una nazione di primo piano, ma devono essere rispettati dei principi fondamentali come ad esempio il principio della sostenibilità. Sostenibilità ambientale, economica, e soprattutto antropologica.

 

 

 

Cosa intendi quando parli di sostenibilità antropologica?

 

 

Al centro delle scelte politiche ed economiche ci devono essere il benessere dell’uomo e della collettività, non il mero profitto e gli utili delle corporation. Ogni territorio ha una propria vocazione, ogni comunità possiede una propria cultura economica. Pertanto l’industria non può esistere come elemento del tutto estraneo alla storia e alle tradizioni di un luogo, ma al contrario, deve essere in grado di valorizzare soprattutto il capitale umano del territorio che la “ospita”.

 

 

 

Puoi essere più specifico?

 

 

L’industrializzazione della Sardegna è frutto di una visione che considerava la nascita dell’industria primaria, la soluzione ai problemi economico sociali dell’isola. Sono state scelte politiche sciagurate, basate e giustificate dal principio della compensazione. Secondo questo principio, le scelte pubbliche devono essere tese a generare un incremento del reddito reale per avvantaggiare una parte della collettività in modo tale da poter compensare quella danneggiata da tali scelte. E oggi vediamo quali sono stati i risultati di quelle scelte: dalla Legler alla Lorica di Ottana, alla Vynils di Macomer passando per la Keller e arrivando all’Euroallumina. Produrre PET nel centro Sardegna non ha risolto di certo i nostri problemi socio economici.

 

 

 

Per quali ragioni ritieni che l’industria a Ottana non sia sostenibile?

 

 

Perché lo dicono i fatti. Dalla prima metà degli anni sessanta sino ai giorni nostri è stata investita una cifra esorbitante di soldi pubblici per sostenere economicamente una realtà insostenibile, causando il fenomeno della diseconomia esterna. Noi di ProgReS pensiamo che lo sviluppo di un settore economico non possa andare a discapito degli altri settori, dell’ambiente e della comunità esistente. Ottana è un paradigma, ma lo stesso discorso vale anche per le altre realtà industriali.

 

 

 

Oggi la Sardegna affronta una crisi che ha travolto la realtà della fabbrica. A cosa credi sia dovuta? E’ causa della crisi finanziaria mondiale?

 

 

La crisi finanziaria è un coperchio buono per molte pentole. Io sono Sulcitano e sin da bambino, ho ben presenti le immagini dei minatori sardi autoreclusi nelle viscere della terra durante l’occupazione dei pozzi nella miniera di Nuraxi Figus per difendere il proprio posto di lavoro, ricordo le innumerevoli manifestazioni di piazza degli ani novanta. E’ da quando sono bambino che sento parlare di crisi, di povertà, di vertenze, la crisi finanziaria ha solo inasprito una situazione drammatica, non è sicuramente la causa del fallimento dell’industrializzazione in Sardegna. Le cause della crisi sono molteplici. Se i miliardi di soldi pubblici dei piani di rinascita fossero stati investiti per valorizzare le eccellenze che la Sardegna offriva, per creare un benessere diffuso, reale e non fittizio, oggi non vivremo in questa situazione così drammatica, e i sardi non avrebbero subito in maniera così devastante gli effetti della crisi finanziaria. Le responsabilità sono tutte della classe politica autonomista sarda, dagli anni cinquanta oggi, con pochissime eccezioni. I partiti politici italiani hanno costruito il potere e il loro consenso soprattutto su un sistema clientelare che si nutre dei posti di lavoro, dell’assistenzialismo e della corruzione che esiste attorno alle industrie in Sardegna.

 

 

 

Un altro aspetto molto importante che mette in stretta relazione cittadini e industria è l’inquinamento. Credi che sia possibile un’industria meno inquinante?

 

 

Non solo è possibile ma necessaria. L’inquinamento è sempre legato a un discorso economico e di scelte politiche: la salvaguardia e la tutela dell’ambiente generano posti di lavoro, le bonifiche o le tecnologie tese all’efficienza e al risparmio energetico oggi sono un business e producono ricchezza. Se la Sardegna fosse governata da una classe dirigente indipendentista, ci sarebbe sicuramente più rispetto per l’ ambiente, per i lavoratori e per le persone in generale. Sappiamo bene di che cosa è capace questa classe dirigente quando si parla di bonifiche o di tutela dell’ambiente.

 

 

 

Il discorso che mi hai appena fatto sembra contenere una scintilla indipendentista…

 

 

La mancanza di sovranità è la causa principale della crisi di tutti i settori produttivi in Sardegna, dal primario al terziario, se anziché fare gli interessi delle multinazionali svizzere, russe, smericane, australiane e italiane si facessero gli interessi della Sardegna e del popolo sardo non staremmo, da sessant’anni, qui a parlare di vertenza Sardegna. Per parlare d’industria in Sardegna bisogna prima scogliere alcuni nodi.

 

 

 

Quali sono questi nodi che andrebbero risolti?

 

 

Ce ne sono tanti, quelli principali riguardano la questione energetica, il sistema dei trasporti e la viabilità interna ed esterna, la questione fiscale e la sovranità politica. L’indipendenza è l’unica soluzione ai mali storici della nostra terra, non l’industrializzazione selvaggia calata dall’alto: se fossimo sovrani in materia energetica, fiscale, di viabilità e trasporti sicuramente oggi avremmo un sistema industriale competitivo, sostenibile ed efficiente. All’indipendenza ci arriveremo con la sovranità politica e la sovranità politica si chiama ProgReS.