I fassonis sono imbarcazioni fatte di erba lacustre utilizzate dai pescatori per gli spostamenti all’interno dello stagno di Cabras. In nessun’altra zona lacustre del mondo esistono uguali imbarcazioni, per questo i fassonis diventano peculiarità di un luogo ed emblema di una storia.

 

L’origine dei centri abitati attorno allo stagno ha radici profonde e la motivazione della loro antica nascita è legata proprio alla presenza dello stagno. La rivoluzione neolitica conquistò, nel VI secolo a. C. tutta la Sardegna, ma sarà il Sinis a presentare con gli stagni la ricchezza di risorse alimentari (pesci, uccelli e altra selvaggina) oltre ai materiali per la costruzione dei primi ripari: palafitte fatte di legno ed erbe palustri. Lo stesso territorio viene attraverso il tempo scelto da diverse genti (arrivate dall’Oriente e dall’Asia Minore) sino ad arrivare alle comunità odierne.

 

Per questo chi del fassone cerca una data di nascita perde il proprio tempo. L’imbarcazione si origina cellula dopo cellula attraverso modificazioni ed evoluzioni lunghe secoli di storia. Non è improbabile una forma originaria simile ad una zattera che la mano dell’uomo continua a migliorare e trasformare attraverso movimenti che il tempo non ha cristallizzato. Anche per quanto riguarda il luogo di nascita le tesi sono due: quella che vede l’imbarcazione autoctona, e quindi vede il fassone creatura sarda, e quella che vede il fassone imbarcazione importata da popoli orientali. Forse proprio con imbarcazioni simili ai fassonis i neolitici solcarono i mari, e la conferma che imbarcazioni di questo tipo potessero reggere il mare è stato dimostrato da più spedizioni scientifiche, la più celebre fu la traversata atlantica del RHA 2, il 12 luglio 1970. Inoltre imbarcazioni simili ai fassonis oltre alle balsas peruviane del lago Titicaca, sono proprio le barche dell’antico Egitto, costruite con fasci di papiro legati insieme e ripiegati all’estremità, come attestano alcune riproduzioni in bassorilievi sulle piramidi.

 

Comunque sia, il fassone diventa sardo grazie all’abilità, duttilità e ingegno degli uomini che hanno vissuto in queste lagune, dei padri che lo insegnarono ai figli e dei figli che a loro volta lo insegnarono ai propri figli. Cosi il fassone ha navigato attraverso i secoli portando il segreto degli antichi movimenti che lo realizzano.

 

Anastasio Caddeo è stato l’ultimo costruttore dei fassonis, ma prima di lasciare questo mondo è riuscito a realizzare il suo sogno più grande: insegnare ai ragazzini di una classe delle scuole medie di Cabras la costruzione dell’imbarcazione, dal reperimento del materiale sino alla navigazione, grazie ad un laboratorio didattico ideato e finanziato dall’Area Marina Protetta e dalla cooperativa Penisola del Sinis. Nelle fotografie che rimangono a ricordo di quel periodo colpisce la luce negli occhi dei ragazzi, la stessa degli occhi del vecchio pescatore.

 

Anastasio Caddeo aveva imparato a costruire fassonis dalle mani grandi del vecchio zio Salvatore Manca. A nove anni il primo fassone e la prima notte di pesca sotto una luna che tutto colora d’argento, accanto ad uno zio indimenticabile e amato come un padre.

 

Nascere e crescere in uno stagno che prima era una cosa e che poi il tempo piano piano trasforma. Vedere morire i vecchi pescatori, vedere sempre più numerose barche di legno e veder sparire silenziose le barche d’erba. Vedere andare via anche l’amato maestro, capire che le cose cambiano e rischiano di morire per sempre se non si ha la forza di trattenerle. Ma le mani di Anastasio Caddeo erano, come quelle dello zio, molto grandi e forti, e salde hanno trattenuto il mito che stava scomparendo. Il vecchio pescatore ha continuato a costruire fassonis sino ai suoi ultimi giorni, malgrado l’età e i problemi di salute ha continuato a ricevere curiosi, studiosi e giornalisti e continuava a raccontare, parlare, costruire e far conoscere, perché a lui la parola fine proprio non piaceva. Più di venti anni fa, assieme a Giorgio Guerra, Ireneo Ledda e Carlo Sanna, diede vita alla Regata de is fassonis, nello stagno di Santa Giusta, regata che diventa sempre più conosciuta e negli ultimi tempi ha visto anche il gemellaggio con il Perù.

 

Per questo, due anni prima di morire, ha insegnato ai ragazzi a riconoscere l’erba, a navigare e aver cura del fassone come di una creatura preziosa, perché sapeva che le tradizioni si conoscono dai libri ma vivono negli uomini.

 

Perché sapeva che sarebbe stato un modo per non morire mai, per non dimenticare l’odore dello stagno e le notti di luna e la fatica del freddo e il peso dei muggini. Per far vivere per sempre Salvatore Manca e tutti i pescatori e tutti i padri attraverso i quali il fassone aveva viaggiato.

 

Secoli di storie e di grandi uomini che non vogliono essere dimenticati.