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L’idea è di mettere le mani sulle straordinarie ricchezze minerarie sarde. La soffiata gliel’ha fatta un suo ‘amico’ genovese: Giuseppe Pezzi, che poi, però, lo tradirà. Dopo averlo mandato in avanscoperta, infatti, si farà dare le concessioni prima di lui. Per lo scrittore è l’ennesimo buco nell’acqua, che gli lascia una pessima impressione della Sardegna, riflessa marcatamente nelle sue lettere.
La partenza da Parigi – Balzac impegna i gioielli di famiglia per pagare la ‘trasferta’ – è del 15 marzo 1838, passando per Marsiglia, Tolone e quindi Ajaccio. Eccolo, ai primi di aprile, in viaggio verso l’Isola. Ma fin da subito la malasorte accompagna la sua avventura: l’imbarcazione su cui viaggia, infatti, è costretta, a causa del colera, a stare nella rada di Alghero per vari giorni. In un paio di mesi, il progetto di arricchirsi sfruttando le miniere utilizzate in modo superficiale, secondo lui, dai Romani, fallisce miseramente. E così non matura nemmeno il suo proposito di scrivere un romanzo ambientato nell’Isola. Vediamo alcune righe scritte da Balzac alla sua amata contessa sul suo soggiorno sardo:
[8 aprile, Alghero] Dopo cinque giorni di navigazione tranquilla in una gondola (sic) di corallari che vanno in Africa, sto fermo qui; ma ho subito le privazioni dei marinai, avevamo da mangiare il pesce che pescavano e che facevano bollire per ottenere un’orribile zuppa. Abbiamo dovuto dormire sul ponte, divorati dalle pulci che – dicono – in Sardegna abbondano. L’Africa incomincia qui. Intravedo una popolazione cenciosa, completamente nuda, scura di pelle come fosse etiope. [17 aprile, Cagliari] Ho girato tutta la Sardegna e ho visto cose come se ne raccontano degli Huroni e della Polinesia. Un regno interamente deserto, veri selvaggi, nessuna coltivazione, savane di palme selvatiche; dappertutto capre che brucano tutte le gemme ed hanno gli altri vegetali a portata di mano. […]
Ho attraversato foreste vergini, abbarbicato al collo del cavallo rischiando la vita, perché per attraversarla bisognava avanzare in un corso d’acqua, coperto da un groviglio di liane e di rami che t’avrebbero accecato, strappato i denti, spaccato la testa. Sono gigantesche querce verdi, piante di sughero, d’alloro, ed eriche alte trenta piedi. Niente da mangiare. Tornato dalla spedizione, ho dovuto pensare al ritorno, e senza nemmeno riposarmi sono montato a cavallo per andare da Alghero a Sassari, seconda capitale dell’isola dove c’è una diligenza prenotata due mesi fa per portarmi al porto a prendere il battello a vapore per Genova; ma siccome il maltempo ritarda la partenza, dobbiamo restar qui due giorni. Allora, da Sassari ho attraversato tutto l’interno della Sardegna. È dappertutto la stessa. C’è un borgo in cui gli abitanti fanno un orribile pane riducendo a farina le ghiande di quercia che mescolano con argilla, e questo a due passi dalla bella Italia. Uomini e donne stanno nudi, con un pezzo di tela, uno straccio attorcigliato, per coprire le parti intime. Il giorno di Pasqua, ho visto creature ammassate come gregge, al sole, lungo i muri di terra dei loro tuguri. Nessuna abitazione ha il camino, accendono il fuoco al centro dell’alloggio che è tappezzato di sego. Le donne passano la giornata a macinare, impastare il pane, e gli uomini badano alle capre e alle greggi, e il paese più fertile del mondo è una sodaglia, è tutto una sodaglia. Al centro di una così profonda e incurabile miseria, ci sono villaggi con costumi di stupefacente ricchezza…
