Lo spirito di un paese è ciò che rende unico un luogo e aiuta a comprendere il suo vissuto senza inganni, nel bene e nel male. L’anima di Bonorva possiede il dono speciale del linguaggio poetico e comunica la sua antica storia attraverso un ricco patrimonio archeologico, ponte durevole tra passato e presente. Punto di incontro di molteplici civiltà, questo luogo ha saputo aprirsi alla modernità con la sua ospitalità sempre rinnovata, fatta di proposte culturali interessanti e di un cordiale rapporto umano. In segno di accoglienza, i bonorvesi amano riproporre dei famosissimi versi del celebre poeta locale Paolo Mossa:“Eo bos ispetaia: avantzade, non timedas, sas benénnidas siedas, rùndinas, a domo mia”. Un sentito benvenuto con cui la comunità bonorvese apre le sue porte a chiunque desideri visitarla. Paese di circa 3800 abitanti, Bonorva sorge sul costone settentrionale dell’altipiano di Campeda, area geografica del Logudoro. Il toponimo potrebbe derivare dal latino bona arva, buona terra, in riferimento alla fertile piana di Santa Lucia, famosa per la presenza di una sorgente di acque minerali.

 

A 508 metri sul livello del mare, Bonorva ha un’economia prevalentemente agropastorale. Notevoli testimonianze archeologiche gli attribuiscono rilevanza fin dal periodo nuragico. La necropoli di Sant’Andrea Priu rappresenta infatti una della aree archeologiche più interessanti del bacino del Mediterraneo. Il complesso, risalente all’epoca neo-eneolotica, è composto da venti tombe ipogeiche (domus de janas) scavate in un costone di trachite. Tra le domus più belle c’è quella denominata tomba del Capo, costituita da ben diciotto ambienti tra cui un atrio semicircolare e due vani con pilastri. In epoca bizantina e medioevale le tre principali stanze di questa tomba furono utilizzate per il culto cristiano, ampiamente testimoniato dai bellissimi cicli di affreschi recentemente restaurati. Vicino all’area delle domus si trova un enorme blocco di trachite di due metri circa, detto il Toro, probabilmente un antico altare sacrificale dall’aspetto zoomorfo.

 

Il territorio di Bonorva viene anche definito “valle dei nuraghi”. La copiosa presenza di queste antiche costruzioni, una sessantina circa, ne fa una vera attrazione per gli appassionati di archeologia che potranno dilettarsi a coglierne le differenze di architettura, pianta e materiali. Nell’altopiano di Su Monte si trova il complesso di San Simeone comprendente diversi monumenti: otto recinti costituiti da poderose muraglie, possibile teatro della resistenza dei sardi ai cartaginesi, una fortezza punica, utilizzata anche in epoca romana, e i resti di un antico villaggio medioevale, con la chiesa dedicata a San Simeone.

L’architettura dell’abitato bonorvese è tipica dei paesi a cultura agro-pastorale, con strade strette e case in pietra con ampi cortili. L’attuale insediamento ha avuto origine intorno alla chiesa di San Giovanni Battista, nel XII secolo. Durante la guerra contro gli Aragonesi ed il giudicato di Arborea, nel XV secolo, i bonorvesi furono costretti a scappare e si rifugiarono nell’altopiano di Su Monte. In questo luogo diedero vita al villaggio di Sanctus Simeon che cinquant’anni dopo dovettero abbandonare a causa di una pestilenza. Fatto ritorno nella originaria Bonorva, rifondarono la città nell’area del quartiere di Muristene, vicino all’attuale chiesa di Santa Vittoria. Il centro storico del paese è ora dominato dalla chiesa di Santa Maria Bambina dove confluiscono diversi stili artistici: la facciata gotico-romanica ed il campanile gotico-aragonese. Di interesse è anche la chiesa di San Salvatore da Horta, inserita all’interno di un imponente complesso adibito nel passato a convento dei francescani. Quest’ultimo è recentemente diventato un importante struttura ricettiva che offre ospitalità tutto l’anno, accoglie gruppi ed organizza pacchetti ed escursioni guidate sul territorio.

 

L’economia agro-pastorale di Bonorva vanta apprezzabili produzioni casearie ed la realizzazione del famoso pane tzichi, prelibata specialità locale a cui è dedicata una sagra nel mese di agosto. L’Angius- Casalis, riguardo alle attività svolte nel paese, si esprime così: “La maggior parte sono applicati all’agricoltura, ed alla pastorizia; i rimanenti lavorano in qualche mestiere, e tra gli altri sono più numerosi i ferrari, che portano in vendita le loro opere ad altri paesi, e le espongono in tutte le fiere. Le donne tessono tele e panni foresi di molta durata: però le più belle manifatture di tal genere sono le coperte da letto, ed i tappeti variamente figurati”.

 

Questa antica tradizione della tessitura si conserva ancora con grande dedizione. Utilizzando il tipico telaio orizzontale vengono realizzati pregevoli tappeti, arazzi e copriletto dai disegni raffinati. Di grande importanza per il paese risulta anche l’imbottigliamento delle acque minerali che sgorgano dalla sorgente di Santa Lucia. Per valorizzare e far conoscere le variegate produzioni locali, nel mese di agosto si svolge l’evento Mustras, mostra-mercato dell’artigianato ormai frequentata da un discreto pubblico. Bonorva vanta una discreta rosa di personaggi rinomati, poeti e letterati: Paolo Mossa, a cui è stato intitolato un premio letterario, Peppe Sozu, maestro di poesia improvvisata (a lui è stato initolato di recente il polo culturale del Comune), Giovanni Antioco Mura fondatore del partito comunista di Sardegna.

 

Una gita in questa zona non può dirsi ultimata senza visitare la suggestiva frazione di Rebeccu. Isolato su uno sperone calcareo, con le sue poche viuzze in pietra e le casette scavate nella roccia, Rebeccu conta oggi un solo abitante ma resiste con tenacia all’erosione del tempo. I paesaggi rigogliosi e i siti archeologici presenti nei dintorni offrono piacevoli passeggiate. Luogo dal fascino arcaico, di magia e di leggende, sospeso a metà tra il passato e il presente, l’antico borgo di Rebeccu è di una bellezza particolare, fatta di silenzi e di serenità in cui l’uomo possa ritrovarsi.