La ricchezza dell’era moderna dipinge con colori scintillanti le nostre vite incastrate tra le maglie di un tempo che non riconosciamo più, persi come siamo a catturare attimi preziosi riempiti spesso di vuoti di senso. Ci siamo scordati di quanto sia bello sognare con i gomiti affacciati alla finestra, abbandonati al ristoro del silenzio. Non ci stupisce più la semplicità del paesaggio o l’umiltà della gente, nemmeno riusciamo a scorgere la bellezza dell’orizzonte.

 

Alla scoperta del piccolo paese di Siligo mi accorgo che forse qui la gente non ha mai smesso di sognare. Affacciata alle finestre è incuriosita dal forestiero interessato a percorrere le sue strade, ad ascoltare le sue voci, e sorride pacatamente allo scatto di una fotografia improvvisa. Situato nel cuore del Meilogu, a425 ms.l.m., Siligo si trova alle pendici occidentali del Monte Sant’Antonio. Nel territorio sono presenti rilievi vulcanici, in particolare il Monte Ruju, vulcano ormai spento alto circa530 m. dalle cui colate si è formato un vero e proprio muro, Su Muru ’e Ferru, che raggiunge i10 m. di altezza e i 4 di larghezza.

 

L’età più importante per questo territorio fu quella protostorica: si attesta la presenza di 25 nuraghi, di cui almeno sette complessi. I monumenti più straordinari sono però quelli di Monte Sant’Antonio e Cherchiza: “un complesso di edifici sacri gravemente danneggiati dai tombaroli, un tempio a pozzo, una torre capanna circolare, un vero e proprio accesso monumentale verso l’area sacra, un recinto, un edificio circolare ed un tempietto in antis, cioè dotato di ante sul prospetto, un edificio a doppia abside, un villaggio che vediamo come il terminale di un commercio di collane di ambra che collegava la Sardegnaal Mar Baltico nel corso dell’età del Bronzo finale. Un mondo misterioso che lentamente ritorna alla luce” (A. Mastino, Siligo, storia e società).

Nel territorio di Siligo è documentata la presenza di tre villaggi sorti in epoca medievale, Capula, Cherchedu e Villanova Montesanto, dei quali non è sopravvissuto quasi nulla. Di questi tre centri, il borgo di Capula e il suo castello pare abbiano rivestito un importante ruolo nelle vicende politico-militari del Meilogu nei secoli XIV e XV. Dalla rocca di Capula, infatti, si poteva tenere sotto controllo buona parte della cosiddetta via turresa, principale arteria che collegava le città di Cagliari e Sassari. Questo territorio conserva anche uno degli esempi più antichi di architettura religiosa altomedievale in Sardegna, la chiesa di S. Maria di Bubalis, conosciuta come Nostra Signora di Mesumundu.

La chiesa è stata costruita sopra le rovine di terme romane che utilizzavano la vicina sorgente calda di Abba de Bagnos. La parte più antica della chiesa si contraddistingue perché realizzata da filari di mattoni rossi e piccoli blocchi di basalto scuro. Altri luoghi sacri di particolare interesse sono la chiesa dedicata ai Santi Elia ed Enoc costruita sulla cima del Monte Santo e modificata poi nel 1065 dai monaci benedettini e quella di San Vincenzo Ferrer risalente al XII secolo e nella quale si celebra ogni anno la festa del paese. Alla prima i fedeli arrivano in pellegrinaggio il lunedì di Pasqua percorrendo un sentiero sul fianco della montagna.

 

Il borgo ha mantenuto il suo assetto urbanistico originario con case in pietra che si affacciano sulle strade disposte alle pendici del Monte Pelao. All’interno del paese, in piazza Segni, è localizzato un Planetario gestito dalla Società Astronomica Turritana di Sassari, mentre in località Coas si trova un Osservatorio Astronomico. Al centro del paese è la chiesa di Santa Vittoria, parrocchiale costruita in forme romaniche nel Medioevo e ricostruita nel secolo XVI in forme gotiche.

 

La via principale si svela al visitatore con semplicità e naturalezza presentando i suoi personaggi illustri: Gavino Contini, poeta improvvisatore vissuto tra il 1855 e il 1915, che con la sua vena poetica ha entusiasmato per tantissimi anni gli appassionati dei versos a bolu di tutta l’isola e Maria Carta, musicologa, poetessa, attrice e mirabile interprete della musica popolare sarda che ha contribuito notevolmente a far conoscere al mondo. A lei è intitolato il museo del paese che nelle due sale disposte su due livelli espone con foto, abiti da scena, cimeli e filmati la sua molteplice attività. Particolare interesse riveste la sezione dedicata alla sua carriera di cantante e musicologa e al suo interesse filologico per la musica popolare sarda.

 

Anche la sua attività teatrale e cinematografica occupa uno spazio importante facendo emergere la completezza di un’artista che è stata innanzitutto portatrice dei valori della sua terra. “Quando la sua voce calda e potente si alza e riempie lo spazio, si aprono infiniti orizzonti che scendono nella storia. Dopo aver conosciuto Maria Carta, ancora una volta affermo che i soli grandi uomini della Sardegna sono le nostre donne” scrisse il romanziere sardo Giuseppe Dessì. Il paese ha dato i natali anche allo scrittore Gavino Ledda, autore del famoso romanzo Padre padrone, tradotto in quaranta lingue e dal quale è stato tratto nel 1977 il film dei fratelli Taviani vincitore della palma d’oro al festival di Cannes.

 

Col suo clima raccolto ma di grande fierezza, il paese racconta ancora una volta la storia di tanta gente di Sardegna, di persone fiere e coraggiose, orgogliose di portare nel mondo l’anima della nostra isola, ma anche quella di chi in semplicità e umiltà continua ad animare la vita dei piccoli borghi coltivando con cura la capacità di sognare…poiché i sogni spalancano gli occhi come i bambini sotto i ciliegi (Hugo von Hofmannsthal).