Due mesi fa è morto Sergio Bonelli, editore di Tex Willer e di altri fumetti, tra cui Dylan Dog e Zagor.  C’è un qualche rapporto tra Tex Willer e la Sardegna perché se le storie di Tex aveva iniziato a scriverle Gian Luigi Bonelli, padre di Sergio, i disegni nascevano dall’ispirata matita di Aurelio Galeppini, in arte Galep, nato in Toscana ma figlio di genitori sardi.

 

E forse nei deserti, nei pueblos o nelle praterie che facevano da sfondo alle storie del ranger amico degli Indiani c’era un po’ della Sardegna vissuta e immaginata da Galep. Tex Willer, gli  Indiani e i cow boys erano i miti della mia infanzia. Da bambino vivevo in una casa lungo la strada principale del paese. Con noi abitava un fratello di mio padre, gestore dell’unica edicola del paese in quegli anni, frequentata da tanti personaggi curiosi.

 

Ricordo i “compagni” del Pci che passavano a ritirare l’Unità per distribuirne le copie ai simpatizzanti, quando ancora la militanza di partito aveva un senso. Poi c’era il vecchio maestro in pensione che argomentava di tutto, in particolare dei morti di cui gli riferiva il banditore-becchino del paese che arrivava a comprare il giornale in groppa al suo asino. L’asino si fermava sempre davanti all’ingresso dell’edicola, scostava l’uscio con il muso e aspettava pazientemente il suo turno. Il vecchio maestro aveva un commento per ogni morto ed era solito dire: “Caro Peppino… a tempos de oe sa gente si morit chena narrer nudda”. Poi c’erano gli intellettuali che compravano i settimanali seri: Epoca, l’Europeo, la Domenica del Corriere, con le illustrazioni di Walter Molino.

 

Ricordo che mio padre, attraverso la lettura dei quotidiani, si appassionava alla cronaca giudiziaria di quegli anni, come il caso della maestrina di Borore, e si esaltava per gli articoli sugli incontri di pugilato, con protagonisti Nino Benvenuti e Mazzinghi e i sardi Salvatore Burruni e Piero Rollo. Noi bambini leggevamo i titoli sulle “gesta” di Mesina, scappato dal carcere con Miguel Atienza, e pensavamo a quest’ultimo come a uno dei fuorilegge messicani (i satanassi avrebbe detto Kit Carson) che razziavano i ranch del Texas. In quell’edicola sono cresciuto, respirando le notizie quasi in diretta e leggendo i fumetti: Tex Willer, Zagor, Capitan Miki, Blek Macigno, ma anche Diabolik e Kriminal. Quelle quattro pareti ingombre di testate colorate erano il mio mondo ed ho ancora nella mente e nelle nari l’odore inconfondibile della carta fresca di stampa e dell’inchiostro. Lì stavo per ore a leggere i giornalini e con la fantasia vagavo dietro a quegli eroi tra i deserti al confine del Messico dove Tex tutelava i deboli, di qualsiasi colore fosse la loro pelle, o tra i boschi a cavallo tra il Canada ed il Nord America dove Blek Macigno combatteva per la libertà dei Bianchi Americani contro le Giubbe Rosse, che poi erano i soldati di Sua Maestà Britannica.

 

Tex Willer era un ranger texano che spesso, per far trionfare la giustizia e la verità, era costretto a violare la legge. Ma Tex era anche diventato il capo del valoroso popolo dei Navajos (gli indiani lo chiamavano Aquila della Notte), dopo aver sposato Lilyth, figlia del capo Freccia Rossa, che poi sarebbe stata assassinata da fuorilegge bianchi. Dal matrimonio con la squaw era nato Kit, che seguirà il padre nelle avventure insieme agli altri due pards di Tex: Kit Carson, con i capelli, i baffi e il pizzetto bianchi e che gli indiani perciò chiamano Capelli d’Argento, anch’esso ranger, e poi Tiger Jack, un guerriero navajo fratello di sangue di Tex, abilissimo, come tutti gli indiani, a cavalcare e a seguire le tracce e che usava oltre al fucile anche l’arco ed il tomahawk. Ho molta nostalgia per quegli anni e per le storie fantastiche di quei fumetti che mi parlavano di un mondo lontano eppure vicino, di foreste e montagne così diverse dai nostri boschi e dai nostri monti eppure simili perché quasi sempre i luoghi ed i tempi del mito hanno le stesse radici.

 

Mi lasciavo incantare dagli sceriffi e dalla loro stella lucente. E quando, con gli altri bambini, costruivamo per gioco il nostro forte tra i rami contorti di un vecchio sambuco, immaginavamo anche noi di portare una stella sul petto e sul fianco i cinturoni e dentro la fondina la Colt. E quando andavamo nei boschi o ci arrampicavamo su pareti di roccia  a stanare i falchi dai nidi pensavamo di essere come quei mitici pionieri conquistatori del West, costruendo le ferrovie e le stazioni, avamposti del progresso, dove poi sbuffava il cavallo d’acciaio. Forse perchè anche qui, più di cento anni prima, erano arrivati come pionieri i miei bisnonni per la costruzione della ferrovia centrale della Sardegna che ancora si arrampica per impervi dirupi attraversando vallate e gole selvagge. Ma se anche portavo la colt nella fondina, stavo allora (e anche adesso) dalla parte dei pellirosse e sognavo di riuscire a scoccare una freccia verso il Cielo per farlo sanguinare.

 

E sognavo di cavalcare sui mustangs per le immense praterie, di costruire cento totem e di inseguire il bisonte dopo aver invocato la protezione del Grande Spirito. E mi sarebbe piaciuto portare le penne di un grande e saggio Sakem e di avere sul volto i colori di guerra. E avrei voluto trovare sui sentieri sassosi le tracce di immaginari nemici. E stare in silenzio a osservare le stelle come i guerrieri, che sanno tacere e non hanno paura del buio ma solo dei tanti silenzi dei Bianchi. Ammiravo tutti gli Indiani e sognavo di avere anch’io un nome come Bisonte che Corre, Lupo Notturno, Coda di Lince. Anch’io sono stato una volta guerriero Seminole: tendevo gli agguati nelle paludi della Louisania, combattevo al fianco di Apaches e Sioux,  Cheyenne e  Arapaho: mi chiamavo Alce Invincibile.

 

Ma mi piaceva soprattutto pensare di essere un guerriero Navajo: ammiravo Aquila della Notte e soprattutto Tiger Jack, che nei suoi lunghi silenzi e nel suo opporsi alle ingiustizie mi faceva pensare alla Sardegna ed ai Sardi. Sfogliando Tex si poteva rileggere la storia dal punto di vista degli Indiani, un grande popolo che ha una concezione nobile della vita e un rapporto armonico con la Natura. Mi piacevano gli indiani perché pensavano che un Grande Spirito regolasse i rapporti tra gli uomini e tra questi e gli animali e le piante. Quella degli Indiani è una saggezza antica: come quella dei Sardi, di quei Sardi che, come ha scritto Sergio Atzeni, camminano sulla terra leggeri. Da una parte gli uomini bianchi che si prendevano le terre degli Indiani, che cacciavano i loro bisonti e non credevano nel Grande Spirito; dall’altre parte gli Indiani, selvaggi forse, ma con una grande armonia, uno stile di vita semplice fondato sul rispetto, l’amicizia, la tolleranza, la saggezza.

 

La Grande Nazione Indiana non esiste più: molti Indiani sono stati massacrati perché si opponevano al progresso e alle leggi dell’uomo bianco. Gli Indiani superstiti in America sono relegati nelle riserve. Non cavalcano più i mustangs, non hanno più le loro immense praterie né possono cacciare l’amico bisonte o correre incontro al vento con la faccia dipinta d’antico. Da bambino mi sono opposto alla conquista di quella lontana frontiera del West ed allo sterminio degli Indiani. Oggi non potrei nemmeno farlo: non ho più l’arco e le frecce e nemmeno la fantasia con la quale avrei potuto stracciare i nemici, come ha cantato De Gregori. Oggi i discendenti di quelle orgogliose popolazioni dalla pelle rossa che occupavano le terre d’America da millenni prima dei bianchi, sono ormai pochissimi. Alcune Tribù contano solo poche decine di individui: quando saranno scomparsi spariranno per sempre le loro lingue. E verrà meno anche la loro ancestrale saggezza. Molte tribù ancora oggi vivono nelle riserve.

 

Tantissimi non si sono integrati e vivono con miseri sussidi, magari schiavi dell’Acqua di Fuoco, retaggio della civiltà dell’Uomo Bianco. Ed a poco vale l’equo indennizzo per le terre espropriate che Obama ha riconosciuto agli Indiani. È una goccia nel mare, ha un valore simbolico: la Nazione Indiana non esiste più e non potrà più esistere. C’è chi ha accostato gli Indiani d’America ai Sardi: forse perché sono due popoli fieri, che hanno in comune il rispetto per  le tradizioni, condividono la saggezza, il rispetto per il prossimo e hanno anche una storia comune di sopraffazioni subite nei secoli da parte di altri popoli. Navigando in Internet ho trovato una poesia dei Navajos. È una lirica che riflette una concezione di vita assai lontana dalla nostra ma traduce la filosofia e l’anima di quel popolo. Sono parole bellissime che io, pensando all’ancestrale legame che pare affratellare la nazione sarda a quella indiana, ho tradotto in sardo logudorese.

 

SONO ANDATO..

 

Sono andato

alla fine della terra

sono andato

alla fine delle acque,

sono andato

alla fine del cielo

sono andato

alla fine delle montagne:

non ho trovato nessuno

che non fosse mio amico

 

So andadu…

 

So andadu

a inue finit sa terra

so andadu

a inue finin sas abbas

so andadu

a inue finit su chelu

so andadu

a inue finin sos montes:

no apo agatadu a niunu

chi non mi fesset amigu