Il grande poeta macomerese Melchiorre Murenu (1803-1854), è uno dei più popolari e amati cantori isolani. Lo Spano lo dice di viso abbronzato, significante, espressivo e butterato. E di memoria potentissima, tanto da riuscire a recitare un’intera predica – in prosa o in versi – dopo averla sentita una sola volta e da sfidare l’amico poeta Maloccu a ripetere a ritroso tutte le ottave improvvisate in ore di gara.

 

Cieco fin da bambino a causa del vaiolo e dotato di affilata satira, l’aedo fu gettato da una rupe come paga del suo tagliente comporre. Le circostanze dell’assassinio sono proposte da vari autori in differenti teorie, tanto che un alone di mistero ne circonda ancora l’orribile fine. Un compendio delle versioni sulla morte del poeta ce lo fornisce Fernando Pilia in “Melchiorre Murenu, tutte le poesie”, edito nel 1979 da Della Torre:

 

 

Secondo lo Spano, il vate cieco sarebbe stato fatto precipitare dalla rupe di Santa Croce per vendetta contro gli insulti ripetuti nella celebre poesia Su campu fioridu. Secondo Raimondo Carta Raspi, il movente dell’assassinio del Murenu andrebbe ricercato nel contenuto delle ottave sulle terribili condizioni di squallore della Sardegna determinate dall’applicazione della legge delle chiudende: si tratta però di un errore grossolano, sia perché il Murenu in questa sua composizione non accenna minimamente all’infausto editto del re sabaudio, sia perché la miseria de s’istadu de Sardigna era causata da una lunga serie di annate pessime che avevano diffuso il malessere in tutta l’isola.

 

Secondo Francesco Alziator, sarebbero stati i Bosani gli istigatori dell’omicidio per lavare l’onta della scurrilità e degli insulti immeritati per i famosi fiagos. Che il Murenu sia stato ucciso dai risentiti bosani è l’opinione avanzata anche da Vico Mossa in un suggestivo capitolo del suo bell’Almanacco di Sardegna con la spiegazione che il cieco verseggiatore macomerese avesse inteso denunciare la situazione reale dell’inquinamento del fiume a causa dei venefici e maleodoranti scarichi delle numerose concerie.

 

Il Mossa preferisce accogliere la versione abbastanza diffusa che furono i Bosani a gettarlo dal ponte sul Temo anche per scrollarsi di dosso il fastidio dei lazzi e dei motti dei maligni isolani che ripetevano i versi del Murenu quando incrociavano gli scaltri e vivaci mercanti di olio e di primizie. Grazie ad Angelo Dettori, l’appassionato cultore di poesia sarda, si è venuto a sapere il vero motivo dell’odio feroce che convinse esecutori prezzolati ad eliminare lo scomodo e scandaloso cantore dei vizi altrui. Sarebbe stato un esattore sassarese a fare uccidere il Murenu per vendicare le offese alla figlia, raffigurata in una spietata poesia satirica, ricca di particolari disonorevoli, come “sa dinda troppu fantastica”.

 

Il macomerese Francesco Pinna-Piras, curatore della raccolta dell’Opera Omnia del Murenu, sotto gli auspici dell’apposito comitato per le onoranze del primo centenario della morte, rivela che il poeta, la cui fama era arrivata anche nel capoluogo della Sardegna, si apprestava a recarsi a Cagliari per esporre alle autorità del viceregno alcuni soprusi di un signorotto paesano e che per questo sarebbe stato eliminato. Il Pinna-Piras racconta i particolari del delitto: la sera del 21 ottobre 1854 il Murenu era a casa di amici in una via detta Su Rizolu, che sbocca nello spiazzo di Santa Croce.

 

Vennero tre persone a pregarlo di recarsi subito nella bettola di certa Caterina Fara, situata vicino al municipio, dove lo stava aspettando l’amico Maloccu per improvvisare, come di consueto, qualche ottava in gara. Murenu tentò di schernirsi, ma, alla fine, accettò l’invito e uscì in compagnia dei tre. Questi però lo condussero quasi di peso e lo scaraventarono a S’Adde.