Un animale quasi estinto, probabile diretto discendente dei cani portati in Sardegna al seguito della migrazione caucasica, prezioso collaboratore del pastore, cacciatore formidabile e spietato guerriero nelle guerre coloniali.

 

Da qualche anno va di moda riscoprire razze dimenticate. Anch’io sono stato colpito da questa sindrome dopo che, per caso, mi fu donato un cucciolo che in effetti somigliava più ad un bastardino che ad un nobile Cane di Fonni : h o quindi contribuito, assieme ad altre persone (Marco Zedda, Giorgio Zara e Raffaele Maloccu), a costituire un’associazione, con sede in Fonni, che ha come scopo principale la valorizzazione ed il riconoscimento dell’omonima popolazione canina.

 

Nell’articolo ”Considerazioni sul cane di Fonni” pubblicato nel Notiziario Forestale n. 19 del mese di Aprile 2002  (www.assfor.it)  ho scritto di questo animale e di quello che oggi ritengo sia un suo progenitore, il Dogo Sardo o Dogo Sardesco, un animale sicuramente più raro del primo che sopravvive in Sardegna (perché quasi estinto), in relativa purezza, con pochissimi esemplari grazie alla passione ed alla tenacia di alcuni allevatori.

 

Identifico il Dogo Sardesco con ”su cani pertiatzu ”, il cane tigrato per antonomasia (dal petto ampio e dai posteriori stretti), comune in tutta la Sardegna sino alla seconda metà del secolo scorso. Oggi ancora di taglia medio-grande, questo bellissimo cane tigrato veniva un tempo considerato il miglior cacciatore ed il guardiano perfetto, intelligente, intrepido ed affidabile, di buon temperamento anche se reattivo.

 

Lo stesso aggettivo pertiatzu, ancora usato in Sardegna, è derivato da questo cane e dalla sua indole, apprezzata unanimemente: il termine è riferibile al mantello tigrato del cane caratterizzato dalle pèrtias, strisce formate da peli di colore chiaro o scuro che attraversano tutto il corpo dell’animale, con esclusione a volte della testa, caratterizzata dalla cosi detta maschera facciale nera. Un mantello del tutto simile a quello dei piccoli bovini, anch’essi oggi rarissimi, sui quali vigilava questo mitico ed antico cane.

 

Ebbene, il termine pertiatzu viene usato per indicare una persona autorevole oppure un balente, uno tosto, ma anche  chi è testardo o invece è considerato poco di buono, a seconda dei frangenti, nei cui confronti bisogna comunque tenere un comportamento adeguato.Non sempre chi utilizza questo aggettivo, riferendosi alle persone, ne conosce il reale significato.

 

Il cane sardo tigrato era in origine un animale di taglia grande, robusto, rustico e frugale. Le sue doti e la sua preziosità facevano sì che fosse presente in tutti i medaus (stazzi) della Sardegna, impiegato soprattutto come cane da guardia e come conduttore del bestiame soprattutto bovino e per questo era anche chiamato su cani de is bacarxius antigus  (il cane degli antichi mandriani).

 

Le tracce lasciate da questo animale sono ancora presenti in quasi tutta la Sardegna. Nel Sulcis sopravvivono rari esemplari, molto imbastarditi, del peso di circa venti-venticinque chili, così come in alcune aree della Barbagia lo stesso animale, più robusto e dalle caratteristiche di un cane da presa di tipo levrieroide o anche lupo-mastinoide, viene chiamato Trighinu o Tigrinu (Gavoi) oppure Sorgolinu (Orgosolo e Mamoiada). Nelle Baronie, nel Supramonte ed in Ogliastra vivono i migliori esemplari, molossi veramente tipici, quadrati nel corpo, dal pelo corto o cortissimo (quasi raso) provvisto di abbondante sottopelo e dai masseteri (muscoli della bocca che danno forza alla presa dell’animale) incredibilmente sviluppati.

 

Un esemplare monitorato a Dorgali somiglia in modo impressionante ad un Pitbull gigante, del peso di oltre quaranta chili, mentre altri animali (Lula, Orosei) hanno il fenotipo del cane corso rustico, del quale risultano leggermente più leggeri e agili.

 

Anche nel Goceano alcuni animali sono stati descritti come degli enormi Pitbull tigrati. Questa regione della Sardegna è oggi sicuramente una delle aree più interessanti in quanto lì portano tutte le strade della ricerca: in origine doveva esservi veramente numeroso. L’animale viene spesso impropriamente chiamato Cane di Fonni in  quanto sono conosciute nascite di Dogo Sardesco da questa popolazione canina, soprattutto da esemplari della linea Cussuggia: un gene recessivo che testimonia l’influsso di questa antichissima razza sull’animale che da poco più di un secolo a questa parte viene accomunato all’omonimo paese.

 

La descrizione del Cane di Fonni fatta nel 1899 da Giovanni Valtàn nella pubblicazione In Sardegna conferma questa ipotesi: ”(…) grossi alani robustissimi e d’una ferocia inaudita (…) la loro forza è tale che permette loro di arrestare un bue od un cavallo afferrando coi denti la capezza o addentandoli per l’orecchio (…) sono ottimi cani da guardia ma troppo pericolosi (…) devono stare sempre legati (…) che se per disgrazia la catena si spezza, saltano alla gola del malcapitato (…) la loro mole è considerevole, hanno il corpo tozzo, il muso largo, dalle robuste mascelle, le orecchie piccole ed erette, le zampe muscolose, il petto ed il collo larghi e leonini, la coda corta (…) il manto fulvo dal pelo fitto e corto e lo sguardo fiero e molto intelligente.”

 

Una descrizione che onestamente rispecchia poco lo standard attuale del Fonnese (considerato dai più uno spinone) che fa pensare ad interventi di selezione o di imbastardimento successivi all’anno 1899, data della descrizione fattane dal Valtàn.

L’ipotesi attuale che affascina non solo il sottoscritto è quella che ritiene effettivamente molto probabile la discendenza del cane di Fonni dal Dogo Sardo, quest’ultimo identificato nel passato anche nel Cane di Bonorva, oggi dato per estinto, descritto dal Cav. Salvatore Saba (Itinerario-Guida Storico-Statistico dell’Isola di Sardegna) come un mastino abilissimo che aiutava il proprio padrone nella cattura dei bovini allevati allo stato brado inseguendo, affrontando ed arrestando tori indomiti addentandoli alle narici.

 

Ipotesi avvalorata anche dal fatto che Emanuele Domenech, nella pubblicazione Pastori e Banditi, considera il Fonnese una variante feroce del cane di Bonorva: ”(…) si alleva la miglior razza, o per meglio dire, la più feroce, di cani sardi di cui ho già parlato in un capitolo precedente (…) la loro educazione consiste del resto nell’affamarli e di tanto in tanto avventarli contro un fantoccio cui attaccano al collo una vescica piena di sangue (…) qualche volta i montanari di Fonni si liberano, con questi cani, d’un nemico che non vogliono uccidere né col ferro né col fuoco.”

 

Una parentesi per dire che del Cane di Fonni oramai si sa abbastanza: gli attuali Fonnesi deriverebbero da due linee di sangue originarie, Cussuggia e Addai: i primi sicuramente con standard molossoide, i secondi lupo-mastinoide e anche lupo-graioide (è conosciuto un modello più leggero di Fonnese che in passato veniva utilizzato esclusivamente nella caccia).

 

La loro stessa origine appare sempre più chiara: incroci ripetuti tra  molosso e levriero, sino all’attuale eccesso di consanguineità (nel paese di Fonni vengono segnalati sia la scomparsa del mantello tigrato che una preoccupante sterilità degli animali). E’ discussa invece l’ipotesi mitica della sua derivazione dal molosso romano utilizzato nell’anno 231 a. C. dal console M. Pomponio Mathone per stanare i sardi ribelli, anche perché entrambe le razze erano già presenti in Sardegna prima dell’arrivo dei Romani: un esempio ne sono le terrecotte figurate rinvenute a Santa Gilla negli anni 1891 e 1892 (Moscati) ed i numerosi reperti bronzei nuragici del Museo Nazionale di Cagliari (gli animali raffigurati su una navicella sono i cani da combattimento che gli audaci Shardana impiegavano nelle loro imprese guerriere?).

 

Risulta inoltre che i Romani abbiano utilizzato nella frenetica ricerca del ribelle sardo-mastrucato-bardanico nascosto nei rifugi interrati (probabilmente non troppo distanti dagli accampamenti romani), cani segugi e non molossi: la definizione sagaces canes, tramandataci dalla storia, significa appunto questo.

Ma ciò che ancor di più intriga è il ritenere ipotizzabile che il Dogo Sardesco sia il diretto discendente del molosso portato al seguito della migrazione di popolazioni caucasiche in Sardegna. Questa migrazione, avvenuta circa novemila anni orsono, è oggi sempre più alla ribalta grazie a recenti pubblicazioni tra cui  non posso fare a meno di ricordarne due:  Storia e geografia dei geni umani di L. L. Cavalli-Sforza, P. Menozzi e A. Piazza, Edizioni Adelphi, 1997 e Le Colonne d’ Ercole di Sergio Frau, Edizioni NUR Neon srl Roma, 2002.

 

A questo punto necessita fare un’altra parentesi storica per ipotizzare che il molosso antico possa aver dato origine ad una delle varie razze di cane nuragico (potremmo definirlo molosso nuragico), osservabili tra i bronzi del Museo Nazionale di Cagliari, allora tanto prezioso (un animale anche da guerra?)  da essere riprodotto in statuetta.

 

C’è infatti da dire che nuove scoperte riportano all’attenzione dei media la Sardegna e la sua storia antica. Come il recente rinvenimento nuragico di Cadice (Andalusia, Spagna, oltre lo stretto di Gibilterra), la mitica Gadir di Herakles (Ercole), una brocca askoide rituale, riportato nella pagina culturale dell’Unione Sarda del 28 Agosto 2003, che rimette ulteriormente in discussione lo stereotipo di ritenere l’antica civiltà sarda chiusa in se stessa. Probabilmente abbiamo a che fare con un popolo di esperti navigatori e le barche bronzee nuragiche, sulle quali sono raffigurati anche dei grossi cani dotati di largo collare (cani da combattimento muniti di ”gutturada”, a protezione delle giugulari) hanno questo significato.

 

Le ricerche sul Dna degli animali monitorati in occasione delle rassegne Enci tenute nel paese di Fonni negli anni 2000, 2001 e 2002 e di quelli (Dogo Sardo) sparsi nel territorio regionale potranno non solo rinforzare l’ipotesi della discendenza del Dogo Sardesco, e dei suoi derivati, dall’antico molosso (termine derivato da Molosia o da Molossi, rispettivamente regione caucasica ed etnia della stessa area, dove era allevato un particolare e grosso cane addestrato al combattimento) ma anche contribuire a far luce sul percorso preistorico dell’antica Sardegna. Ma soprattutto, i dati estrapolati dalle mappe geniche dovranno essere raffrontati a quelli ottenuti dallo studio di razze simili presenti nei Paesi Baschi (Encartacionak) ed in aree caucasiche (Kurdistan).

 

In Spagna uno studio effettuato dall’Università di Cordoba ha dimostrato, grazie ad una ricerca sul Dna del Villano de Las Encartaciones, un cane tigrato originario dei paesi baschi molto simile al Dogo Sardesco per aspetto, carattere e funzione, che questa popolazione canina è molto antica ed è incontaminata da altre razze.

 

A questo proposito bisogna fare una breve parentesi per ricordare che la poesia Cani da battaglia, scritta nell’anno 1912 in occasione dell’utilizzo di cani sardi nel conflitto Italo-Turco da Sebastiano Satta, l’intellettuale sardo deceduto due anni dopo, rende onore a varie razze canine proprie dell’Isola: il Cane di Fonni, l’ Alano di Urzulei, il Mastino di Arzana ed il Dogo Sardesco.

In riferimento a tale impiego, l’Enciclopedia Militare, edizioni “Il popolo d’Italia” dell’anno 1927, pag. 625 volume II, alla voce Cani da guerra, parla in effetti di cani ”(…) raccolti affrettatamente tra quelli da guardia e da caccia della razza sarda (…)”.

 

Bisogna dire che anche Gabriele D’Annunzio, nella tragedia Più che l’amore del 1906, parla degli allora già famosi cani sardi: infatti egli affianca al protagonista Corrado Brando un fedele servo,  tale Rudu di Santulussurgiu, più che altro un amico, descritto ”(…) di membra snello, asciutto e muscoloso come quei veltri sardeschi addestrati alla piga contro la bestia e l’uomo (…)” (sa piga è la presa, bloccare animali e uomini).

Anche nel Notturno, pagine nate dopo la lesione all’occhio che lo costrinse all’immobilità, D’Annunzio ricorda sempre la Sardegna ed i suoi ”(…) cani sardeschi, i mastini di Fonni, i veltri del Monte Spada (…)”.

 

Nella guerra Italo-Turca scoppiata nel 1911, meglio nota come campagna di Libia perché in quella terra si è combattuta, i cani sardi furono i veri protagonisti e da questa esperienza nacquero gli odierni reparti cinofili. Gli animali venivano addestrati contro l’uomo: un soldato italiano vestito da arabo o da turco, con tanto di barracano o di fez, seviziava l’animale; si presentava quindi un altro militare vestito dell’uniforme italiana, che coccolava e nutriva l’animale al fine di affezionarlo a questa divisa.

 

Gli effetti dell’addestramento erano apprezzati quando l’animale scorgeva un fantoccio, vestito appunto da arabo o da turco, nascosto tra i canneti o tra le tende dell’accampamento: gli si avventava con rabbia ed il conduttore faticava a fermarlo. La tecnica utilizzata per l’addestramento non era dissimile da quella descritta dallo stesso Domenech ma anche da Baldassarre Luciano nel 1841 in ”Cenni sulla Sardegna” e dal gesuita Antonio Bresciani.

 

Quest’ultimo infatti, nell’anno 1861,  pagg. 89 e 90  “Dei costumi dell’Isola di Sardegna”, narra di una particolare razza di cani: ”(…) Egli è a dire altresì d’una stirpe di cani, tutta propria dell’Isola, i quali son tanto valenti alla guardia, che i Sardi li hanno a ragione in altissimo pregio. Tendono alquanto alla nazion de’ levrieri: hanno il muso aguzzo, gli orecchi ritti, la vita lunga e slanciata, le gambe snelle e sottili, il pelo irto o rado di color lionato o bigio piombo. La bocca squarciatissima, e mascelle guarnite di sanne acute e di si dura presa, che non disdegnano le tanaglie (…) Son d’indole cupa, cogitabonda e trista in eccesso; e gli occhi hanno torvi e sanguigni. Son fedeli  al signore e dolci con i famigliari; ma turci, odiosi e feroci cogli stranieri. Mal arrivato il pellegrino, che giunge di notte alla capanna: gli saltano alla vita improvvisi, lo gittano a terra, e tenendogli il muso alla bocca sì nol lasciano, sinché al grido non esca il padrone a trarnelo di sotto. I pastori li avezzano a guardar le greggi, e i vaccai e boattieri le torme. Quando l’uomo dice loro: – Piga, e’ si lanciano come leopardi ai cavalli, a’ porci, ai becchi, a’ tori, e si gittan loro d’un salto all’orecchio o l’assanan per guisa, che non se ne spiccano se non al richiamo di colui che li aizzò alla bestia. I banditi ripongono in que’ valorosi mastini la loro salvezza; i viandanti gli hanno sempre al fianco o alla testa de’ cavalli; i cacciatori gli ammettono a’ cinghiali, a’ cervi, a’ daini, alle lepri e alle volpi. (…) Havvi presso i banditi di questi cani si crudeli e serpentoni, che s’avventano ad ognuno con una rabbia di lupo. I banditi, quando sono catolli, li attizzano, gl’inviperiscono, li affamano, li legano stretti nelle tane al buio, di che riescono ferocissimi. (…) Quindi non è a stupire quando noi leggiamo che (…) navigata una flotta della Repubblica francese alla conquista dell’Isola, i Francesi ne furono cacciati dai cani. Conciossiachè volteggiando le navi sopra il capo di Carbonara, come i montanari s’avvidero che i repubblicani disegnavano d’insignorirsi del regno, fattisi motto, convennero da tutt’i monti di quella costa, e stavano alla vedetta dai loro agguati. Perché l’ammiraglio, fatte le volte larghe, si drizzò a filo verso il golfo di Quarta, ed ivi surte le navi e messi gli scalmi in acqua, condusse a terra le truppe. Ma i montanari non prima li videro calar sulla spiaggia, che aizzati lor veltri alla piga, ‘quell’aspra falange di rabbiosi cani si dissertò precipitosa da’ monti e s’avventò addosso a’ soldati. Al primo vederseli correre a fronte, cominciarono a tirar loro contra con gli archibugi: ma quelle tigri, fatte più calde e frementi al fuoco, al fumo, al fragore delle artiglierie, correndo e nabissando colle aperte bocche, investirono l’oste nemica; ed arricciando i peli, e ringhiando e co’ morsi addentandoli fieramente non lascianvali riavere. I miseri Francesi da quelle taglienti morse pertugiati, squarciati, strambellati, gridando mercè ed altamente stridendo, si sbarattarono per salvarsi alle navi. Ma i cani assediandoli e saltando lor sopra da tutt’i lati, e sgretolando stinchi e sbranando polpe li ebbero espugnati per modo, che beato chi potea gettarsi in mare per giungere a salvamento. Per la qual cosa l’ammiraglio, vedendo i soldati messi in volta da’ cani, fatta ragione dal cruccio, dal furore e dal valore d’essi, del che doveano essere gli uomini di quella terra, stimò saviezza il non li stuzzicare di vantaggio, e pensò d’ire pe’ sarti in Francia a rattoppare e rimediare gli squarci dell’armata”.

 

Questo episodio si riferisce al tentativo di sbarco messo in atto, nell’anno 1793, dai franco-corsi nella spiaggia del Poetto, tra Quartu e Cagliari.

Antichi cani da guerra furono reclutati anche dalla Brigata Sassari nel primo conflitto mondiale ed utilizzati nelle colonie Africane (Tripolitania, Eritrea, Etiopia) e nella guerra di Spagna.

I cani sardi utilizzati nella guerra di Libia furono pagati profumatamente, anche se requisiti: da £ 27 a £ 50 ciascuno (con queste cifre  poteva acquistarsi un piccolo appezzamento di terreno o anche un giogo di buoi!).

 

Articolo dell’Unione Sarda del 4 gennaio 1912:

”L’esperimento dell’uso dei cani in guerra ha dato ottima prova. (…) A proposito di cani da guerra pubblichiamo oggi alcuni particolari sulla squadra formata a Cagliari e partita nei giorni scorsi per Napoli a bordo del piroscafo “Principe Amedeo”. Il piccolo reggimento di cani è stato reclutato tutto in diversi paesi della Sardegna ed è composto dalle più temibili ed intelligenti bestie che si trovano nella nostra isola. All’arrivo essi saranno divisi in cinque plotoni, i quali, con un adeguato numero di soldati, si porteranno rispettivamente a Tripoli, Homs, Derna, Tobruk e Bengasi. Il loro ufficio di guerra sarà quello di proteggere le nostre truppe di avanscoperta dalle insidie e sorprese del nemico, e raggiungeranno molto bene lo scopo anche perché, fin da quando giusero qui a Cagliari, furono addestrati a riconoscere il costume caratteristico degli arabi e dei turchi e a inferocirsi vedendolo.(…) Sono pure muniti di museruola e di larghe collane di cuoio su ciascuna delle quali si vede infissa una targhetta di ottone con il loro nome originario. Ve ne sono di tutti i colori e di tutte le dimensioni e notevoli specialmente due: quello del caporale Antonio Brundu di Plaghe, un bellissimo e grossissimo cane dal pelo chiaro e arruffato a cui, con precisa rispondenza al suo aspetto e alle sue dimensioni, fu imposto il nome di “Leone”; e quello, anche esso molto grosso e molto bello, del soldato orunese Antonio Goddi, e che se il nome di “Fide cum nemo” gli fu bene appropriato, va alla guerra con propositi certo non di piacere. A ogni portatore sono state inoltre consegnate due museruole e due collane di ricambio. Per l’acquisto dei cani fu spesa la complessiva somma di 2.700 lire: quindi, essendo i cani cento, in media si spesero lire 27 per ogni cane”.

 

Altri centodieci cani furono requisiti nel paese di Fonni e nel resto della Barbagia ed in Ogliastra dall’incaricato Sergente Coinu Antonio, nativo del luogo; furono pagati cinquanta lire ciascuno.

Gli animali sardi impiegati in guerra superarono complessivamente le trecento unità. La maggior parte di essi furono abbandonati in Africa, presumibilmente a causa della loro ferocia. Un cane è certo che sia rientrato in Sardegna e risulta che il suo proprietario percepì per molto tempo una pensione assegnata al reduce (il cane). Risulterebbe rientrata una coppia di cani anche a Laconi, al seguito di un ufficiale, che avrebbe dato origine ad una stirpe tuttora presente in Sarcidano.

 

Le poche testimonianze parlano di animali prima addestrati a stanare, fermare e segnalare la presenza di nemici in azioni di avanscoperta; ben presto la loro azione degenerò ed i cani iniziarono a scannare i ribelli Senussi (mussulmani appartenenti ad una setta religiosa) che, nottetempo, cercavano di introdursi negli accampamenti nemici e che sparavano sugli italiani da postazioni mimetizzate scavate nella sabbia del deserto.

 

L’antico cane sardo tigrato, animale polivalente anche nei suoi derivati, viene descritto da Arturo Baravelli in Musedda, racconto pubblicato dall’editoriale Olimpia nel libro Cacce di Sardegna del 1942. Esperienze, vissute dall’autore a cavallo tra la fine del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, che meritano di essere lette non solo dall’ appassionato cacciatore: ”Ero di residenza a Padru, nei salti di Gioss, ospite di un certo Pasquale Quaglioni, facoltoso proprietario del luogo e rinomato cacciatore di cinghiali (…) amava la caccia sopra ogni cosa; ma più che la caccia vagante col fucile, la sua grande passione era la cattura della grossa selvaggina coi cani da corsa e da presa, che egli stesso addestrava magistralmente(…) in una  sola stagione, così, senza sparare il fucile, aveva raggiunta la spettacolosa cifra di ottanta cinghiali e qualche cervo (…) ebbe naturalmente cani di meriti  eccezionali, di alcuni dei quali è ancora vivo il ricordo (…) al tempo del mio soggiorno la prediletta era Musedda, tipico soggetto di quella famosa razza tigrata che diede nel passato e dà tuttora, in quasi tutte le contrade di Sardegna, i migliori cani da caccia grossa (…) alta, muscolosa, vivacissima, il petto ampio, orecchie e coda mozze, Musedda mostrava sull’agile corpo i segni di cruente battaglie e del suo valore (…) velocissima e coraggiosissima, quando accadeva che il cinghiale, incalzato dalla muta, era costretto a uscire dal bosco in campo aperto, in quattro salti gli era addosso e se riusciva a ficcargli il dente dietro l’orecchio o sotto la spalla, i due soli punti dove non giunga l’offesa della zanna micidiale, non lo mollava più (…) anche quando la fiera cadeva finita dal coltello (…) essa rimaneva lì, coi denti conficcati nelle carni della sua vittima, tremendamente inferocita, insensibile ad  ogni richiamo, tanto che non di rado occorrevano lunghe ore di attesa e ripetute abluzioni di acqua fredda, per allentare la morsa formidabile delle sue mascelle”.

 

Questi nobili e antichi animali, pastori, guerrieri e cacciatori, un tempo erano molto comuni in Sardegna e la diminuzione del loro numero iniziò nell’immediato secondo dopo guerra del secolo appena trascorso. I tedeschi in ritirata non avevano razziato solo Fonnesi ma anche i migliori esemplari di Dogo Sardesco, caricati numerosi sulle navi ancorate nel porto di Cagliari.

L’abbandono delle campagne ed il mutare dei sistemi di allevamento contribuirono a ridurre drasticamente il numero degli animali che, non essendo più considerati utili, venivano ora abbandonati a se stessi e non più selezionati ed allevati in modo adeguato, accelerando in tal modo il degrado della razza.

 

Il culmine fu raggiunto quando arrivarono nell’Isola malattie sconosciute assieme alle prime razze continentali importate intorno agli anni Cinquanta. ”I forti cani tigrati morivano come mosche…”, testimonia un novantenne capocaccia sulcitano. Allo stesso periodo può riferirsi l’iniziò di un massiccio prelievo di esemplari tipici da parte di cinofili continentali, finalizzato all’insanguamento, fuori Sardegna, di popolazioni canine emergenti: alcuni ceppi di Mastino Napoletano e Cane Corso discenderebbero dal Dogo Sardesco.

 

L’isolamento degli animali sardi, come conseguenza dell’insularità, aveva permesso il mantenimento di caratteristiche non riscontrabili in altre razze simili come, ad esempio, il cane robusto guardiano delle masserie del centro-sud italiano. I pregi degli antichi cani tigrati contribuirono a decretarne la decimazione.

Voglio ultimare dicendo che la parola ”dogo” deriva dall’inglese dog (cane) ed è un imbarbarimento medioevale. In Spagna con Dogo  viene indicato un cane di costituzione robusta e dal pelo corto, testa grande, muso potente e dentatura poderosa, in origine utilizzato soprattutto nella caccia grossa.

 

Abbiamo parlato di quell’animale che gli anziani identificano da sempre con su cani sardu antigu, dai più mitizzato. In verità, ritengo che  possano riferirsi a tale definizione non solo Su cani pertiazzu  ma anche il Fonnese, l’Alano di Urzulei, il Mastino di Arzana, il Veltro del Monte Spada, il Mastino di Bonorva, il Cane di Gavoi e Su Vertreddu (piccolo veltro) o Veltro Sardesco, descritto dal cinofilo Giovanni Bonatti Zizzoli nel 1973 in una rivista specializzata di caccia, allora presente nella provincia nuorese: un cane da corsa e da presa di taglia medio-grande (alto circa 60-65 centimetri al garrese), muscoloso, vivace, dal petto ampio, orecchie e coda mozzati, particolarmente adatto a resistere al caldo ed alla sete, dal mantello grigio o fulvo coperto di tigrature.

 

Animali per lo più estinti a causa dell’incuria, che di tanto in tanto ritornano dal passato anche grazie agli incroci a suo tempo effettuati e che dovrebbero essere recuperati attraverso una seria selezione in quanto elementi culturali di quella sardità troppo spesso predicata e sempre meno praticata.