Il paese dei Mamuthones accoglie i visitatori sfoggiando il bel sole di un pomeriggio primaverile. Si avverte il carattere di un’identità forte e consapevole nelle strade di Mamoiada, incastonata tra le colline a nord del Gennargentu. Un sentire che si traduce in esperienza culturale da proporre anche all’esterno. Ad attirare turisti e studenti nel piccolo centro nel cuore della Barbagia di Ollolai è da un anno a questa parte il “Museo delle maschere mediterranee”, portatore del fascino incorrotto e ammaliante della tradizione. ”E’ un museo piccolo, ma grande”, così lo definisce Gianluigi Paffi, uno dei giovani responsabili della cooperativa Viseras che gestisce questa scommessa culturale. Insieme al fratello Mario hanno vinto l’appalto del Comune per la gestione del museo e continuano a lavorare sodo per acquisire maschere etniche da diversi paesi esteri, mettendo ogni giorno alla prova passione e voglia di farcela.

 

I risultati non si sono fatti attendere e sono lusinghieri. Dal giorno dell’inaugurazione del 12 gennaio del 2002 ad oggi sono più di diecimila i visitatori, accompagnati quasi per mano nella visita guidata con spiegazioni semplici ed esaurienti. ”Stamattina è arrivato un pullman di turisti svedesi e danesi, questo pomeriggio studenti delle superiori provenienti da Cagliari – spiega Mario, impegnato ad accogliere i visitatori illustrando il percorso museale – Abbiamo buoni contatti anche con tour operator francesi e tedeschi”. Il viaggio all’interno della struttura, che verrà presto ampliata, inizia con le suggestive immagini della multivisione. Si parte dalla festa di Sant’Antonio Abate e il suono dei campanacci de ”sa carriga”, oltre trenta chili di peso portati dai mamuthones, scaldano il cuore accompagnati da musiche emozionanti. Le varie teorie sull’origine e il significato di queste maschere scorrono davanti agli occhi senza scalfirne il mistero.

 

Forse i mamuthones sono come sostiene Dolores Turchi ”maschere dionisiache coperte di pelli, che da millenni ripetono la stessa danza, ritmata dal suono dei numerosi campanacci che si scrollano sulle spalle. Un suono cupo, lugubre che vuole allontanare gli spiriti del male, ma vuole ricordare anche il sacrificio del dio che si fa vittima per rinascere ogni anno come la vegetazione nei campi”, oppure come scriveva Salvatore Cambosu sono una rappresentazione del geronticidio, congettura ripresa anche da Francesco Masala, o ancora rappresentano le anime dei morti e degli spiriti infernali. Tante congetture che fanno pensare a sovrapposizioni e trasformazioni del primo ed originale nucleo rituale fino ai nostri giorni. Intatto rimane il fascino di queste maschere, capace di far nascere una struttura che ha trasformato il paese in una straordinaria attrazione turistica: ”All’inizio c’era un po’ di scetticismo, alcuni non credevano che questo museo potesse davvero essere utile per il paese – ricorda Mario – Ora invece sono tutti contenti dei risultati. A Mamoiada sono sorti tre ”bed and breakfast”, un agriturismo, un ristorante, e l’artigiano che prima faceva anche altri lavori ora invece realizza maschere a tempo pieno per soddisfare le richieste. La cosa importante poi è che siamo collegati con paesi come Orgosolo, Fonni e la ricaduta turistica c’è per tutta la zona. Vogliamo lavorare insieme con gli altri centri”.

 

Ma non è solo una questione economica i due giovani ci tengono a dirlo: ”Lo scopo è far conoscere la nostra storia e le nostre tradizioni – spiega Gianluigi – non solo quelle di Mamoiada, ma di tutta l’isola. Stiamo lavorando molto con le scuole offrendo una giornata completa con pranzo in loco. Dopo la visita al museo e la proiezione di documentari portiamo gli studenti anche a vedere l’artigiano che lavora, la vestizione delle maschere nelle associazioni e i siti archeologici”. Si resta colpiti dal potere di attrazione delle maschere, che raccontano di società agricole e pastorali evidentemente dal forte impatto emotivo nell’immaginario di tutti. Nella sala espositiva del museo oltre a due maschere complete di Mamuthones e una di Issohadore ecco i Boes e i Merdules di Ottana, un Thurpu di Orotelli e in una vetrina a parete si possono ammirare maschere facciali di Mamoiada (la più antica è dei primi dell’ottocento, una vera rarità) e di Ottana nelle diverse tipologie zoomorfe ed antropomorfe.

 

Il progetto museale punta alla raccolta di maschere delle società agricole e pastorali di tutta l’area del mediterraneo. Si vogliono evidenziare in questo modo gli aspetti comuni, valorizzando affinità e vicinanze tra i vari reperti, piuttosto che difformità e distanze. Così sempre nella sala espositiva è possibile ammirare  la maschera di Geros, dell’isola greca di Skiros; la maschera di un Kurent della Slovenia, lo Halubajski Zvoncar, maschera della Croazia, e in una grande vetrina a parete ecco una varietà di maschere facciali come la Facèra da Brut della Valle di Fassa in Trentino, fatta di legno intagliato e dipinto. Il museo è aperto dal martedì alla domenica dalle ore 9 alle 13 e dalle 15 alle 19. Su Internet l’indirizzo è www.museodellemaschere.it.