A ottobre e novembre due distinte alluvioni hanno portato il terrore nel Campidano e nella Marmilla. La morte è giunta a Capoterra e a Sestu e, passata la tempesta, è balzato chiaramente agli occhi lo stato di miseria in cui si sono ritrovati gli abitanti della zona.

 

A quanto pare, però, il Sud dell’Isola non è nuovo a questi eventi e ne ha conosciuto, suo malgrado, di peggiori. Sfogliando le pagine dell’Unione e della Nuova dell’ottobre 1892 si ha notizia di un uragano che colpì i comuni del bacino del Rio Mannu, causando la distruzione di centinaia di case tra San Sperate e Assemini e provocando una settantina di morti. Ecco un piccolo passo tratto dall’Unione del 21: “Ieri notte il temporale è scoppiato violentissimo; è giunto preceduto da una pioggerella fine e da un lontano rumoreggiare di tuoni, e nel cuore della notte ha raggiunto il più alto grado di violenza, tale da togliere d’in braccio a Morfeo i buoni cagliaritani col fragore dei tuoni e lo spesseggiare dei lampi, intanto che il vento sibilava furiosamente e l’acqua veniva giù dal cielo dirotta a catinelle, sbattuta con violenza dalle raffiche di vento contro i vetri delle case”.

 

Se a Cagliari non si erano verificati grossi danni se non qualche albero caduto, diversa la situazione ad Assemini e San Sperate. Degno di nota fu il comportamento del sindaco asseminese Dionisio Scalas che raccolse i suoi paesani nella parrocchiale di San Pietro. Ecco come l’Unione del 22 descrive i fatti: “Erano i primi, per la maggior parte, donne e vecchi e bambini, che inzuppati d’acqua, affondando in molti punti nella melma e procedenti a stenti si dirigevano alla chiesa, ove il sindaco aveva ordinato di ricoverarsi. Gli uomini erano gli ultimi a lasciare le pericolanti abitazioni, cercando di porre in salvo o denari o qualche derrata, o qualche attrezzo o masserizia”. L’acqua aveva travolto tutto: case, campagne, strade, linea ferroviaria.

 

Pare che la causa dell’inondazione fosse da attribuire alla confluenza dei due torrenti Flumini Mannu e Flumineddu, che da San Sperate investirono Assemini. La Nuovadel 25 ottobre riporta: “La strada provinciale che dentro l’abitato di Assemini divide il paese in due parti, diventò dopo l’uragano il letto di un torrentaccio melmoso e rumoroso travolgente sulle sue onde strumenti rurali, tronchi di alberi e qualche masserizia”. Ma se Assemini se l’era cavata con cento case distrutte e la rovina per la sua popolazione, la situazione a San Sperate era anche più drammatica. Dall’Unione del 22 ottobre leggiamo: “Quanti avevano tentato di raggiungere San Sperate vi avevano dovuto rinunziare, per l’impossibilità di procedere oltre”.

 

L’inferno. Ecco che dice il quotidiano cagliaritano del 24: “Per chi arrivi dalla via di Assemini, non pare possibile che in quel paesetto che conserva ancora un aspetto ridente, possano essersi verificati quei disastri che lo hanno così crudelmente colpito”. E andando avanti si legge: “Di molte case più non rimane traccia. L’area ove esse sorgevano è ricoperta completamente di mota (fanghiglia, ndr), che l’acqua ha pareggiato. Di molte altre non rimangono che macerie che si ammassano al suolo, assieme a masserizie, a cumuli di grano, di fieno, di fave, a lini e botti piene di vini. Ogni tanto troviamo dei cadaveri di bestie, maiali, asinelli, galline”. Ogni frase che segue è un dramma: “Un ragazzo tredicenne è sdraiato in mezzo alla via, per terra, e sembra inebetito. Egli ha perduto padre e madre, nel disastro, e non gli resta che una sorella ventenne. Risponde a stento alle nostre domande, quasi inconscio di ciò che accade attorno a sé”.

 

E ancora: “Piredda Tomaso lamenta la perdita di 700 starelli di grano; a Saras Cosimo le acque hanno ingoiato 20 ettolitri di grano e 400 buoi, e seppellito ogni altra cosa; Giuseppa Lai chiama ad alte grida il marito, un suocero e un figlio perduti”. Cinque righe dopo: “Un vecchio cui chiediamo quali danni abbia sofferto ci risponde che egli non ha più né ricovero, né cibo, né un centesimo, né altri abiti oltre quelli di cui è vestito. Comenti mi binti, conchiude disperatamente, mi porinti scriri”. Poco oltre l’alluvione svela il suo volto più feroce: “Mentre continuiamo il giro un bracciante narra che sulla strada di Villasor, al confine tra il territorio di San Sperate e Villasor, ha rinvenuto, a piè di una siepe, il cadavere d’una bambina. Domandiamo conto dei morti.

 

I cadaveri, una settantina, mano mano che venivano rinvenuti, furono trasportati nella chiesa parrocchiale, e di là nella chiesa del vecchio cimitero l’altro essendo allagato. I cadaveri vennero seppelliti in una gran fossa che occupa quasi tutto il cimitero. Quando ci siamo recati nel cimitero, ieri, la terra era ancora smossa, e, accanto alla grande fossa ricoperta, ne era stata aperta un’altra in previsione del rinvenimento di altri cadaveri”. A San Sperate due terzi della case furono distrutti, circa trecento. Enorme la perdita di derrate e animali. Nella Nuova del 25 troviamo un primo elenco dei morti e dei feriti. Sebbene in modo minore furono colpiti anche Decimo, Elmas, Villasor, Monastir. La macchina della solidarietà si mosse tempestiva: sottoscrizioni da parte dei comuni e della gente in ogni parte dell’Isola, dei parlamentari, del re. Tutto andava ricostruito, ogni cosa era necessaria.

 

A oltre centoquindici anni dall’alluvione dell’ottobre 1892, e a pochi mesi dalle recenti sfuriate del tempo nel Sud dell’Isola resta il dubbio sulle principali cause che hanno determinato, oggi più di allora, la morte di tanti innocenti. Da una parte la furia della natura, spesso e anzi quasi sempre benigna e amica ma talvolta indomabile mostro, dall’altra l’opera dell’uomo che, regolarmente, pensando alle sue comodità non tiene conto, con suo grave danno, delle più elementari regole di convivenza con la sua sacra madre: la terra.