”Eravamo ragazzine prive di paure, incoscienti di quello che stava accadendo a noi e al resto del paese. Ci preoccupava più la mancanza delle cose che la guerra stessa, perché era una cosa lontana. Ricordo che ci davano delle pastiglie di chinino per la malaria ma che noi usavamo per colorare i tessuti. Oppure quando gli aerei americani hanno affondato il Trieste, ma non ricordo che i cannoni di Batteria Ferrero abbiano mai sparato un colpo.”

 

Già, i cannoni di Batteria Ferrero, quei cannoni, quelli che una volta costruiti con l’aiuto della manovalanza locale ”non hanno mai sparato un colpo”. Da queste parti sono famosi, la storia la conoscono tutti. E nel ricordarla a qualcuno scappa anche una risata sarcastica. Adesso, a distanza di tanti anni, è una situazione che provoca ilarità. Ma prima…

 

Caterina Fioredda e Pietrina Paggiolu ricordano il secondo conflitto mondiale sedute tranquillamente attorno al tavolo del loro soggiorno. Ricordano Santa Teresa di Gallura e la guerra. Un periodo triste, il paese invaso dai militari che rubavano quel poco che c’era, anche gli spazi fisici come le scuole e i campi. E poi le minacce: ”Ci dicevano che esisteva una lunga miccia che dalle Batterie arrivava sino al paese,  per farlo saltare in caso di ritirata delle truppe”.

 

Di quel tormentato periodo bellico restano oggi soltanto alcune storie e le vestigia di un  sistema fortificato, a pochi chilometri dal paese, ovvero quelle batterie militari di Punta Falcone che tutti conoscono come  Ferrero e De Carolis. ”Al semaforo che aveva il compito di segnalare ogni movimento sulle bocche di Bonifacio c’era la Marina Militare, mentre alle Batterie stazionava la Milizia fascista, la MilMart. Durante le esercitazioni ci dicevano di non mettere le tazzine di caffè una sopra l’altra perché potevano saltare”. Ma solo esercitazioni e di poco conto perché qui, giurano, quei cannoni non hanno mai sparato.

 

La Sardegna, terra inutile per la conquista della penisola, veniva utilizzata per la logistica di basi aeree per bombardieri e, soprattutto, per le fortificazioni antisbarco.

 

Dislocate in prossimità della costa in modo tale da battere i punti d’approdo e lo specchio d’acqua antistante, di queste costruzioni militari oggi non esiste più niente se non qualche soffitto crollato per le intemperie del tempo e mura perimetrali che a stento si reggono in piedi.

 

Si iniziò nel 1926 con le Batterie Ferrero. Oltre cento uomini armati di picco e pala guidati dalla Ditta di costruzioni locale, la Fastame. ”Lavoravo dieci ore al giorno con il mio carro trainato dai buoi. Avevo il compito di portare via le pietre in eccesso. Usavano le mine per spaccare le rocce  e creare le piazzole per i cannoni da 305 mm” spiega Diego Nieddu classe 1910, mentre Luciano Marongiu è più preciso: ”Dunque, se la memoria non mi inganna Batteria Ferrero aveva quattro cannoni da marina da 149 mm mentre la De Carolis era attrezzata con degli obici grosso calibro da 305 mm. Queste ultime venivano utilizzate come molo d’attracco creato appositamente per rifornire le altre batterie, quelle che dovevano servire per proteggerci dagli attacchi. Garassino invece serviva per la contraerea”.

 

Nino Sposito del ’34 ha la sua opinione: ”Quello delle batterie era un militarismo passivo. Se i soldati non sparavano – e non lo hanno mai fatto sia ben chiaro – per passare il tempo si mettevano a fare pulizie, o legna per il fuoco visto che la corrente elettrica non c’era”.

 

Dello stesso parere è Domenico Poggi (1915): ”Mi ricordo che una volta i soldati ci aiutarono a rubare seicento mine dai miliziani e che noi pescatori utilizzavamo per pescare mentre altre volte ce le vendevano. L’unico regalo del fascismo invece è stato un premio di cinquecento lire se ci si sposava entro il mese di agosto di non mi ricordo quale anno. Con quel contributo ci ho comprato il letto matrimoniale”.

 

Un militarismo fantoccio, sant’arrangia, sottolineato anche da  Vittorio Pilo (1922) che in quel periodo era geometra e assistette ai lavori di banchinaggio delle Batterie che non hanno mai sparato: ”A Mussolini i francesi non erano molto simpatici. Era un po’ una guerra psicologica. La Milizia Marittima che si occupava della difesa dei punti fissi della costa e piazzeforti in prossimità di porti era composta da tutti quelli che in un certo senso non erano addestrati a combattere direttamente o avevano una certa età. Messi li a non so cosa fare. Direttive ed ordini provenivano dal Ministero della Marina ”.

 

Al di là della storia del cannone che non ha mai sparato, a Santa Teresa la guerra la ricordano anche per qualcosa di positivo come le strade che dal paese portano alla zona costiera (costruite proprio in quegli anni ”per poter accedere alle batterie”) e le origini di qualcuno perché molti dei militi che stazionavano nelle batterie si sono poi sposati a Santa Teresa.

 

E il cannone? Che fine ha fatto l’arma tanto vituperata? Molti raccontano che terminato il conflitto mondiale i lungonesi, per la legge dei pesi e dei contrappesi, abbiano fatto razzia delle armi presenti nelle Batterie e che oggi, se qualcuno controlla in qualche soffitta, potrebbe trovare una bella sorpresa…