All’affacciarsi del 24 giugno 1891, mentre Belvì festeggia San Giovanni, all’una circa di notte, una banda di malfattori circonda la casa dell’anziano – nonché, stando alle loro informazioni, ricco, Antonio Casula. Dopo aver bloccato gli sbocchi delle vie e dei viottoli che permettono l’accesso alla dimora, e essersi impadroniti de su meri de domu, della moglie e della loro piccola, i malviventi si danno a frugare ovunque col pensiero di far bottino. Sebbene le loro aspettative siano maggiori riescono a trovare e a portare via, oltre a pochi altri denari, solo il valore di settecento lire in oro e argento.

 

Inizialmente nessuno si accorge di quanto accade, ma col procedere delle grida e degli schiamazzi i furfanti catturano l’attenzione di qualche vicino, che si rende presto conto, al fischiare rabbioso delle pallottole, del triste fattaccio. Il più sfortunato tra loro è un giovane di ventiquattro anni: Felice Cattaneo, che avvicinatosi nei pressi della casa credendo che si tratti dei propri amici ancora in festa, viene gravemente ferito da un proiettile all’addome.

 

Ma ecco come l’Unione Sarda, nelle sue colonne della Cronaca dell’Isola di sabato 26 giugno, descrive la bardana: “A complemento del mio telegramma vi comunico qualche notizia più dettagliata e precisa intorno alla grassazione consumatasi la notte scorsa nel vicino villaggio di Belvì. È mestieri premettere che, la sera della vigilia di San Giovanni, è consuetudine in questi paesi far festa; quindi spari, suoni, canti, balli, e divertimenti d’ogni sorta: perciò i malfattori scelsero bene il tempo, in cui i loro spari e grida, non avrebbero potuto destare l’attenzione dei carabinieri della vicina stazione d’Aritzo.

 

Verso l’una dopo la mezzanotte la banda, composta di venticinque o trenta individui circa, circondò la casa di certo Casula Antonio, un povero vecchio in fama di danaroso sol perché menava una vita parca e quasi di stenti. Gli sbocchi delle vie e viottoli che conducono alla casa del depredato furono bloccati: gli altri in numero non minore di dieci, penetrarono nell’abitazione; quivi, due s’impadronirono del Casula: altri due della moglie, ed altri due infine tennero di guardia una bambina; gli altri si dettero attorno a frugar da per tutto per rintracciare i soldi che per avventura si trovassero nascosti. Le loro ricerche non andarono a vuoto, sebbene le loro previsioni non siensi avverate del tutto, doppoiché fu loro dato solo di poter rintracciare lire settecento circa in oro e argento, che asportarono.

 

Prima di dar mano all’opera nefanda i grassatori cominciarono con grida e schiamazzi: gli evviva e gli abbasso si succedevano; tanto che sul principio si credette fosse la gioventù del paese che si desse il bel tempo. Ma quando qualcuno delle vicine case provò ad affacciarsi alla finestra e sentì che gli spari non erano a salve, ma le palle fischiavano in modo orribile intorno, si persuadette della realtà della cosa, e nessun dubbio più rimase che si trattasse d’una vera grassazione.

 

All’una e mezzo o le due meno un quarto tutto era finito. Una vittima si segnala, certo Felice Cattaneo, giovine appena ventiquattrenne, il quale, agli spari ed alle grida accorse credendo che fossero alcuni compagni suoi che andassero divertendosi. Il suo apparire fu salutato da parecchie schioppettate; un proiettile gli penetrò nella regione addominale; mentre scrivo è agonizzante. Il Cattaneo è un giovine muratore, buono, onesto e laborioso, il quale col frutto del suo lavoro era l’unico sostegno dei suoi vecchi e cadenti genitori. La facciata della casa del grassato è crivellata di palle: il Casula è intontito, e in preda alla disperazione perché gli venne tolto il peculio che tenea serbato per i giorni della sua vecchiaia. Ora altro non resta a lui ed alla povera moglie che qualche piccolo podere, alla cui coltivazione non può attendere per la grave sua età. È questa la seconda volta che il Casula viene fatto segno alle mire dei malfattori. Intanto la popolazione è costernata dal ripetersi di questi fatti; ed invoca dalla autorità superiore che si provveda a che venga cresciuto il numero dei carabinieri della stazione d’Aritzo.

 

Sono sei uomini, compreso il brigadiere; di questi due devono rimanere di piantone in quartiere; gli altri quattro, devono dividersi il servizio di perlustrazione tra Aritzo, Belvì e Gadoni. Iersera, dei quattro carabinieri di pattuglia, due erano in Aritzo e due in Gadoni. Il tempo ha poi favorito i malfattori, poiché a causa del vento che spirava da scirocco, qua ad Aritzo non si sentirono né le voci, né le fucilate. Urge provvedere almeno per altri due uomini, affinché possa esser esercitata con maggior profitto la vigilanza e la popolazione possa dormire tranquilla”.