E’ ipotizzabile che la città fenicio-punica di Sarcapos (località Santa Maria, Villaputzu) fosse un grande porto fluviale, l’unico esistente nella costa orientale sarda in cui l’elevata profondità del Flumendosa offriva un largo corso, navigabile per circa tre chilometri anche dalle grosse navi onerarie. Esse usavano questo scalo non solo come comodo rifugio durante le tempeste, ma soprattutto come stazione commerciale, per caricare e scaricare il materiale trasportato dai carri che percorrevano la confinante Strada orientale.

 

Quanto attualmente residua della città portuale di età romana e altomedioevale in località Eringiana è veramente poco. Sulla sommità del poggio, chiamato Cuccuru Santa Maria, a 28 metri sul livello del mare, il Barreca individuò l’acropoli, munita di un edificio quadrangolare costituto da blocchi grossolanamente squadrati, che egli volle interpretare come fortezza o tempio.

 

La probabile esistenza di un santuario nell’area di Santa Maria è testimoniata dal ritrovamento di frammenti di votivi anatomici, probabilmente ellenistici, rapportabili a culti salutari diffusi ampiamente in ambito mediterraneo. Riguardo all’edificio di culto, solo recentemente gli studi hanno confermato che nei primi secoli del I millennio, in Sardegna, la maggior parte dei porti adibiti al commercio era affidata alla protezione di una divinità femminile, nel cui santuario non era infrequente che si praticasse la prostituzione sacra.

 

Il ritrovamento di alcuni oggetti dedicati a un culto femminile, nonché parti di falli ceramici e litici sembrano confermare una rilevante attività di prostituzione svolta in età fenicia nei luoghi sacri dedicati alla dea Astarte, peraltro abbastanza diffusi nel mondo antico e riservata di conseguenza ai naviganti di passaggio, i soli che, secondo le antiche fonti greche, avessero il diritto di accedervi.

 

Le indagini archeologiche hanno testimoniato che, per esempio, anche nel santuario presente nel sito di Cuccureddus di Villasimius, probabilmente dedicato alla dea fenicia Ashtart (Astarte), si svolgeva questo tipo di rito. Infatti, negli ambienti ancora visibili di questo edificio sono stati rinvenuti numerosi vasetti, che in origine dovevano contenere unguenti profumati, e un doccione raffigurante un fallo di spropositate dimensioni. A Cala Gonone (frazione di Dorgali), in località Codula di Fuili, è presente una grotta detta di Maria (dove sono state rinvenute delle ceramiche, anche bizantine), il cui nome è riferito alla Vergine, ma ancora prima era dedicata alla dea fenicia Astarte.

 

Pertanto, se si tiene conto che l’etimo sardo Sárrapos è in effetti riconducibile alla divinità egizio-greca Sárapis/Sérapis, ossia Serapide, che il faraone Tolomeo I (305-283 a.C.) diffuse in tutti i paesi del Mediterraneo, la quale probabilmente ha sostituito l’antica divinità salutare indigena Merre/Esculapio, non è improbabile che anche il santuario di Santa Maria di Sarcapos fosse inizialmente dedicato al dio pagano.

 

Attualmente non abbiamo notizia se anche a Sarcapos, come in altri centri portuali isolani, fosse praticato il culto di Astarte; fatto sta che non possiamo non rimarcare che l’immagine di Serapide, riconducibile all’etimo della città, fu adottata dal cristianesimo come l’immagine di Gesù, e che il suo culto fu considerato quello dei Cristiani delle origini, così come in onore di Maria, sua Madre, in terra sarda furono erette tantissime chiese.

 

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Tratto dal libro di Tiziana Pili Il Medioevo nella Sardegna Sud-orientale – Storia delle ville o biddas delle curatorìe di Sarrabus, Colostrai e Quirra, edizioni Grafica del Parteolla, presentato in Cagliari, località “Sa Illetta” durante la conferenza “Il Medioevo in Sardegna – Storia di ville o biddas e curatore” il 16 aprile 2011. Durante il simposio, organizzato dalla Associazione Culturale Sa Illetta, sono intervenuti Francesco Cesare Casula, ordinario di Storia medioevale nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Roberto Coroneo, preside della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Giovanni Serrali, dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea – CNR.