Michele Schirru nasce a Padria nell’ottobre 1899, ma cresce e si forma a Pozzomaggiore, paese della madre. Giovanissimo, lascia l’Isola alla volta degli Usa, dove aderisce agli ideali anarchici. Da qui, nel ’31, torna in Italia con l’intenzione di uccidere il Duce, nella convinzione che con l’eliminazione del suo leader lo stesso partito fascista, e quindi la dittatura, sarebbero crollati in breve tempo. Purtroppo per lui la polizia politica italiana, informata da una spia fascista a New York, lo coglie in un albergo romano in compagnia di una ballerina ungherese e lo prende in consegna.

 

Durante l’interrogatorio, al grido di Viva l’anarchia, Schirru cerca, maldestramente, di suicidarsi, finendo per ferire alcuni carabinieri oltreché se stesso. Trovato in possesso di due bombe e di una rivoltella, viene processato per aver “pensato di attentare”, per sua stessa confessione, alla vita del capo del governo italiano.

 

Condannato a morte per fucilazione alla schiena, la sentenza viene eseguita da un plotone scelto di camicie nere sarde il 29 maggio del ’31. La storia del giovane anarchico sardo ha ispirato il celebre film di Lina Wertmuller: Storia d’amore e d’anarchia, interpretato da Giancarlo Giannini e Mariangela Melato. Il passo che segue è tratto dal volume di Giuseppe Fiori: Vita e morte di Michele Schirru. L’anarchico che pensò di uccidere Mussolini, edito da Laterza.

 

 

La gabbia, alla sinistra del presidente, è ancora vuota. Battiti di tacchi di stivaloni speronati segnalano l’arrivo di ufficiali dell’esercito e della milizia, che assisteranno al dibattimento, in tribune laterali, insieme a personalità del fascismo. Nella zona centrale dell’aula, i banchi per il difensore, in prima fila, e per i giornalisti, un’ottantina, parte dei quali stranieri… Mike Schirru entra in aula (sono le 9.20) sereno, però senza jattanza. Insiste nel contegno di chi ha scelto una linea di riparazione-dimostrazione-espiazione. Salutando D’Angelantonio, con un sorriso e un movimento del capo, si mette seduto in gabbia. […] Entrano, separati, l’accusatore Carlo Fallace, secco, stempiato, la bocca a taglio di coltello, quasi senza labbra, poi i consoli del collegio giudicante (‘Sui loro petti brillano i segni del valore: una medaglia d’oro e quindici d’argento’), poi, ‘alle 9.30 precise, con puntualità militare’, il presidente Cristini. Tutti, anche l’imputato, si levano in piedi. Militi e carabinieri sono irrigiditi sull’attenti. La ‘colazione del cannibale’ comincia. Schirru è chiamato al pretorio: l’affiancano due carabinieri.

 

Cristini. Dunque, voi avete ammesso nei vostri interrogatori di essere venuto in Italia col fermo proposito di attentare alla vita del Primo Ministro, è così?

Schirru (freddamente). Sì.

 

[…] L’Avanti! di Zurigo, 6 giugno 1931: Poteva negare, arzigogolare, trincerarsi dietro il fatto che il delitto attribuitogli non aveva avuto nessun principio di esecuzione. Il solo testimone d’accusa era lui, Michele Schirru. Tranquillo, ha detto come sorse nel suo spirito l’idea di un attentato contro Mussolini; come, questa idea avendo messo radice, egli si preparasse a darle forma; come, giunto a Roma, egli esitasse, davanti alla possibilità che gli si offriva di compiere l’attentato durante una pubblica cerimonia. Non era in lui alcun sadismo di strage e di sangue. Mussolini impersonava, ai suoi occhi, un sistema, e Mussolini doveva essere colpito. Non altri.