Questa è una storia di cent’anni fa, più o meno. La storia di un poeta sconosciuto e maledetto. Perandria Manconi nacque a Oliena il 17 ottobre 1868 nel rione Sa Funtanedda: rimasto orfano di madre ancora bambino, lasciò la sua casa per fare su teracu. Secondo il poeta olianese Antonio Canu, Perandria lavorava alle dipendenze dei Podda-Mattu, orgolesi, che atonzavano ogni anno nelle foreste della Barbagia di Seulo: portavano cioè, in autunno, le loro bestie, principalmente porci, a pascolare allo stato brado e a rimpinzarsi di ghiande nei salti di questa contrada.

 

I maiali venivano contati, si faceva una media del loro valore pesando il più magro e il più grasso, tanto all’arrivo quanto alla partenza e, a seconda dell’aumento di peso, cresceva anche il conto dello sfruttamento del pascolo. Fatto sta che Perandria, noto Luca, finì per piazzare le tende a Sadali quando passò, sempre secondo il Canu, all’età di 14 anni e ancora come teracu, dalle dipendenze dei Podda-Mattu a quelle di Rosica Pilia. La stessa Rosica che, divenuta vedova in seguito alla morte del marito Antonio Pirisi, segretario comunale di Sadali e Seulo – ucciso col figlio e col cavallo, nel 1884,  all’età di 41 anni da tale Conca ‘e Puncia, seulese, in un agguato presso il Rio Su longufresu – convolerà a nozze con l’orgolese Mauro Podda l’8 aprile 1886. C’è da dire, però, come alcune fonti orali sadalesi sollecitano (Pilia Marino, Marci Marco), che il borgo votato a San Valentino e Oliena, già dal ‘700 erano legati in modo non blando, per la presenza a Sadali di un ramo della famiglia Tolu, nobili olianesi di origine spagnola, congiunti ai sadalesi Pilia, antenati di Rosica Pilia.

 

La ricchezza di quest’ultima, il cui nome all’anagrafe era Rosa Gaudiosa Paola – figlia di Valentino, a sua volta figlio di Gerolamo nato il 23 gennaio 1774 dal notaio Sadorro Pilia – discendeva da uno stretto rapporto dei suoi antenati con don Salvatore Locci, nobile sadalese nato nel 1644, laureatosi in Spagna a Saragozza e nominato Reggente del Supremo Consiglio d’Aragona nel 1711.

 

È possibile, perciò, che Perandria sia giunto a Sadali non con gli orgolesi Podda-Mattu, bensì tramite il canale privilegiato dei Tolu-Pilia. Si dice che Perandria fin da piccolo fosse scaltro e intelligente, e che la sua lingua fosse più tagliente del coltellaccio di un pastore. In un vecchio scritto su di lui, Antonio Canu ricorda come Perandria, da adolescente, in un bisticcio avesse apostrofato un ragazzetto come “fizu ‘e tres babbos”. E che, dopo una vagonata di botte da parte del padre del ragazzo, avesse confermato l’epiteto giustificandosi così: “Emo, ch’est fizu ‘e tres babbos, e pretzisamente de sa santissima trinidade”.

 

Con uno spirito così sarcastico, Perandria sviluppò naturalmente una grande passione per la poesia in lingua sarda logudorese – intrisa però di termini sadalesi, dato che buona parte della sua formazione umana e poetica avvenne in casa Pilia, e dato lo stretto contatto con gli stessi poeti locali, che avevano nelle loro corde l’utilizzo del logudorese – poesia che esercitò specialmente per puntare il dito sulle ingiustizie che gli venivano al naso.

 

Tra queste, una strana, stranissima faccenda che ha per protagonista un prete di Sadali, originario di Escalaplano, certo Don Cauli, bramoso di denaro, profanatore di reliquie e bruxu temutissimo per le sue maìas. Questo è un fatto che oggi può far sorridere, ma per l’epoca era serissimo e ritenuto vero praticamente da tutta la popolazione, quasi nessuno escluso. Predi Cauli – come la memoria popolare ricorda tutt’oggi – mostrò le sue arti nefaste sin dal suo primo arrivo nel borgo. La casa parrocchiale, infatti, data l’assenza di pievano, era locata da un impresario forestale, con tanto di moglie e cinque figli al seguito.

 

Don Cauli, appena giunto a Sadali, intimò all’uomo di lasciarla e si rabbuiò non poco quando lo vide rispondere picche. L’uomo di chiesa, dunque – come la sua padrona di casa ebbe a spargere ai quattro venti, per aver avuto l’accortezza di indagare dal buco della serratura – si rinchiuse nella sua stanza e, accese due grosse candele nere, fece una mortale legatura all’impresario, che poco tempo dopo veniva calato, da lui stesso, nella fossa.

 

Il borgo ancora mormora che il glorioso Predi Cauli andasse a espiare i suoi peccati immergendosi, anche in pieno inverno, nelle gelide acque di Piscina ‘e is Caddargiolas, nel rio a valle del paese.

 

Fatto sta che a un certo punto, preso da mistica ispirazione, il Cauli, con la scusa di voler omaggiare un suo santo predecessore con una degna sepoltura nella parrocchia di San Valentino, lo disseppellì in fretta e furia – alla ricerca di un calice e di altre orarìas interrate insieme al morto, che si dice fosse unu vicariu davvero venerabile – riseppellendolo poi lì stesso con la giustificazione che l’operaio addetto allo scavo, maldestramente, gli aveva rotto il cranio con la zappa. “De su norantases, a nomen tentu/ su die otto lu tenzu notadu/ de su mes’’e Sant’Andria, a ispaventu/ cust’errore terribile est costadu;/ causende in sa zente sentimentu,/ una conca ‘e mortu nd’an bogadu./ It’errore costadu! Ite castigu!/ A-nde ‘ogare unu mortu antigu”. Così, scandalizzato, e magari fregandosi le mani per il gusto di poter finalmente dare fiato alle trombe, Perandria si accingeva a rendere nota la sua ‘Cantone sarda pro su dissipellimentu ‘e su rettore de Sadali, su 1896’.

 

Il componimento, in cinquanta ottave, tracciava un esauriente panorama su s’avarissia, s’usurìa e sos iscàndalos de sos prèides – motivo caro ai poeti dell’epoca, anticlericali fino al midollo – e manco a dirlo gettava nella paranoia più completa Don Cauli. Il pievano, tiratosi su la gonnella, girava per tutto il paese alla ricerca della canzone, rivolgendosi in primis alle donne che frequentavano la parrocchia, intenzionato a denunciare alla magistratura lo tzeraco di Rosica Pilia.

 

Non essendo riuscito a procurarsi in altro modo la poesia, predi Cauli bussava alla porta dello stesso Perandria, che gli vendeva, sfottendolo, il componimento per quattro lire. Intanto su vicariu, in paese, andava vantandosi con tutti del fatto che il Manconi avesse liquidato per sempre, cun cussus cuatru soddus, la sua licenza di poeta. “Totu sa zente bistat critichende/ s’errore chi at fatu su devotu./ Fintzas Deus sas palas nos est dende,/ pro culpa insoro bi patimus totu./ Boghe Santa e Divina nos intende/ solu che tempestade e terremotu./ Pro culp’insoro totus bi patimos/ e brivos de sa grascias morimos”.

 

Come prima mossa il pio religioso denunciò alla giustizia il poeta Manconi, che venne condannato e scontò – a detta del Canu – tre anni di carcere. Quando poi rimise piede a Sadali, non pago della punizione inflittagli, e adirato perché i suoi versi erano per lui motivo di scherno ad ogni voltata di spalle, Predi Cauli, incontrandolo – fonte paesana Marci Mariano – gli disse: “De sa giustissia terrena gei ti ses sarvau, ma de cussa divina non t’as a sarvai”.

 

Così il prete si chiuse nelle sue stanze per qualche tempo e rinvangò le maledizioni più potenti che le sue candele potessero evocare. E, questi però sono fatti e esulano da quel che sono le credenze, la sua battaglia contro Perandria, su bruxu la vinse in un battibaleno. Già da subito il poeta di origini olianesi, trasferitosi a Sadali per fare il servo di Rosica Pilia, avvertì degli strani fastidi. La sua salute incominciò a peggiorare, e nel giro di qualche mese, all’età di soli 33 anni, Perandria Manconi noto Luca, celibe, professione ufficiale contadino, rese l’anima a Dio.

 

La sua morte, avvenuta l’8 gennaio 1902 alle ore 15.30 nella via Centrale al numero 10, veniva registrata al Comune il giorno dopo, davanti a Farris Serafino, assessore anziano per assenza del sindaco, da Mauro Podda Mattu, segretario comunale e marito della sua padrona Rosica Pilia, vedova Pirisi, e da Deidda Salvatore, usciere, sotto lo sguardo attento dei testimoni Lobina Antonio, contadino, e Pagliero Alberto, sarto.