E’ un’isola particolare Sant’Antioco. Situata all’estremità sud-occidentale della Sardegna, la si può raggiungere comodamente in automobile percorrendo la statale 126, lasciata la 130 dopo aver superato Iglesias. Collegata alla terraferma da un istmo naturale su cui passava l’antica strada romana, ha recuperato il proprio status di isola nel 1981 quando venne inaugurato il ponte e le acque della laguna comunicarono nuovamente con quelle del golfo di Palmas.

Deve il suo nome come l’omonima cittadina (l’altro comune presente nell’isola è Calasetta) ad Antioco, medico mauritano, martire cristiano sotto l’imperatore Adriano. Approdatovi miracolosamente, continuò a esercitare la professione medica e a diffondere il Cristianesimo. Il culto del Santo africano è tra i più antichi e diffusi della Sardegna tanto che già dal XVI secolo è venerato come ”Patrono”.

 

Al riparo dal turismo che fa notizia e compare chiassoso su giornali e tv, Sant’Antioco continua, pigramente, a cullarsi nei ricordi del suo glorioso passato. La città più antica della Sardegna. La fenicia Solki, la romana Sulci. Città ricca e potente, vicinissima alle zone di estrazione mineraria, con il suo porto sicuro costituiva un’importante scalo commerciale e militare.

Già sede vescovile sino al XIII secolo, subì pesantemente le scorrerie saracene. Abbandonata dalla popolazione venne ripopolata a partire dal XVIII secolo. Ricca di testimonianze archeologiche, alcune delle quali impreziosiscono prestigiose collezioni private e il Museo archeologico di Cagliari, offre ai suoi visitatori i resti straordinari della propria storia fenicio-punica e romana di cui molto si è detto e  scritto.

 

Appare, invece, alquanto strano come sia stato trascurato l’elemento nuragico prepotentemente presente e visibile nell’isola. Merita al riguardo particolare attenzione il sito chiamato Grutt’i acqua. Si trova a circa 15 km dal paese, seguendo la strada che porta a Maladroxia e Coa ’e cuaddus, poco distante dal mare sull’impervia costa occidentale. Una dei tanti rilievi che compongono il gradevole paesaggio agreste. Il toponimo indica un chiaro legame con l’acqua ed è proprio questo l’elemento più rappresentativo e conosciuto dai visitatori che dopo una leggera salita, superato il primo ”pozzo sacro” e ancora una seconda salitina possono ammirare in una piscina circolare immersa nella macchia mediterranea: il laghetto nuragico artificiale, unico nel suo genere, con l’acqua tutto l’anno, il cui fondo è nteramente lastricato.

 

Probabilmente è proprio a causa di questa suggestiva visione che si perde il quadro d’insieme del territorio e non si ha la consapevolezza che quello che non si vede o meglio che non percepiamo come definito e concretamente distinto costituisce la reale specificità di Grutt’i acqua, il suo tesoro nascosto. E allora torniamo indietro, riguadagniamo la stradina dove abbiamo lasciato l’automobile, vicino al medau Massa. Volgiamo lo sguardo nuovamente a quella che ci era sembrata una semplice collinetta. Il dubbio ci assale, tentiamo la scalata, 137 metri sul livello del mare non sono poi tanti. Arrivati alla meta lo sguardo incontra il mare, da una parte e dall’altra.

 

Ci troviamo su un nuraghe imponente, la cui sommità è ben visibile e segnata da massi squadrati che scompaiono nel terreno dando origine a un’norme buca,  quasi un cratere ricolmo di terra. Tutt’intorno, a valle, sono ancora visibili i resti del villaggio alla cui difesa, probabilmente, era preposto. Ma le sorprese non sono finite.

Lungo l’antico sentiero nuragico continua l’esplorazione. Grandi pietre (i cosiddetti megaliti) segnano il territorio, nascoste dalla vegetazione due cisterne su livelli sfalsati, un tempo comunicanti a prestar fede al racconto di alcuni anziani pastori che da ragazzi si avventuravano nei bui cunicoli di collegamento. Il pensiero ricompone l’immagine mitica dei famosi giardini pensili di Babilonia.

 

Altri segni, altre pietre enormi anch’esse celate dal folto cespugliato, l’abbozzo di una probabile cinta muraria. Si arriva, così, smarriti nel tempo e nello spazio, alla vicina ”tomba dei giganti” e proseguendo ancora, del tutto inatteso, appare il mare e il sentiero termina lì, dove in epoca lontana c’era l’approdo delle navi, il porto ormai dismesso: Portu sciusciau. Eloquenza dei toponimi!

E’ tutto chiaro, finalmente. Grutt’i acqua, di fatto, è un complesso e articolato sistema nuragico dalle dimensioni gigantesche. Un ambiente unico, esclusivo per la quantità e la qualità delle testimonianze presenti.Il professor Giovanni Lilliu ne ha proposto una datazione prossima alla fine del secondo millennio a. C., di molto anteriore all’arrivo dei fenici sull’isola (IX sec. a. C.). E’ lì da quattromila anni, integro, anche se mostra gli acciacchi del tempo e di qualche maldestro tentativo di sistemazione. Non sappiamo esattamente chi l’abbia progettato e costruito, quale popolo l’abbia abitato e come trascorressero le giornate quei nostri antenati lontani.

 

Paradossalmente possiamo dire che il disinteresse generale abbia prodotto un ”salutare ritardo” nel recupero di questo immenso patrimonio archeologico. Avviare una corretta, quanto necessaria, campagna di scavo è doveroso e non solo sul piano culturale. In un territorio afflitto dai problemi di sempre, dove l’industria ha fallito e il turismo stenta a decollare, potrebbe rappresentare un momento importante della progettazione economica e della produzione di benessere. Frutto dell’intelligenza, questa volta.