Furat, chie ’enit dae su mare” (’Ruba, chi arriva dal mare’), mette in guardia un antico proverbio. Parole che possono suonare stonate in un’epoca in cui la Sardegna investe sulla bellezza delle proprie coste e del proprio mare per attirare un numero sempre maggiore di visitatori. Per comprenderle è necessario fare vari passi indietro nella storia (bistrattata) dell’Isola, e ricordare che fin dalla notte dei tempi, fin da quando il mare portò in Sardegna i Fenici e i Cartaginesi, i Sardi impararono sulla loro pelle quale pericolo rappresentasse per loro quella distesa d’acqua che li separava dalle altre terre e che allo stesso tempo li univa ad altri popoli.

 

Nel corso dei secoli ogni nave portò il suo carico di sofferenza o di morte: iniziarono appunto i Fenici e i Cartaginesi, continuarono i Romani, i Vandali, i Bizantini i Pisani e i Genovesi, gli Aragonesi e gli Spagnoli, gli Austriaci, e infine i Piemontesi.

 

Non si vuole qui fare un excursus sulle conseguenze che questo tragico sudario di asservimento portò sull’etnia sarda e sulle speranze del popolo sardo. Interessa però ricordare che progressivamente i Sardi arretrarono lasciando le coste al dominio incontrastato dello straniero. La Sardegna divenne un’ ”Isola senza Isolani in cui la vita è tutta volta alla terra, al pascolo, agli alberi, ai monti, alla caccia”, in cui la lingua non conosce parole per indicare le spiagge e le onde, ”in cui si può pascolare il gregge nelle stoppie della costa, senza vedere la bellezza incomparabile del mare luccicante a pochi metri.” (Gin Racheli, La Sardegna – Un’isola, un mondo, Milano, Mursia, 1985). Il mare divenne per millenni un nemico da cui fuggire e da cui guardarsi con diffidenza, perché portatore di sventura.

 

Una delle pagine più nere nella storia della Sardegna ha il mare come protagonista: è quella che vide le lotte delle popolazioni costiere contro il flagello della pirateria saracena. È anche, se vogliamo, una delle pagine più eroiche dell’Isola dal momento che più volte i Sardi, pochi e impreparati, dovettero lottare contro pirati numerosi e bene armati, distinguendosi spesso per il valore e meritando il rispetto dei Saraceni, il cui geografo Edrisi scrisse: ”[I Sardi] sono un popolo valoroso, che non abbandona mai le armi”.

 

Naturalmente, poiché è opinione comune che la Sardegna non abbia una storia degna di essere raccontata, nessun ragazzo studierà mai a scuola né i nomi né le gesta di quegli uomini dimenticati che, lottando contro un temibile nemico, riuscirono a proteggere le popolazioni inermi dal pericolo saraceno e dalla minaccia della deportazione in schiavitù.

 

Le incursioni sulle coste sarde iniziarono nell’VIII secolo dopo Cristo e si ripeterono poi a intervalli regolari, tenendo in scacco e in condizione di all’erta le popolazioni costiere per secoli, e seminando lutti e terrore. Agli albori del secondo millennio spuntò un capo saraceno che avrebbe costituito un pericolo mortale per la Sardegna: il suo nome era Mugehid al Amiri, meglio conosciuto in Sardegna come Musetto. Più avanti, nel XVI secolo, i Sardi della costa nord -orientale dovettero lottare contro il più grande corsaro della storia, Ariadeno Barbarossa, e il suo luogotenente Dragut.

 

Solo nell’agosto 1816, con l’invio di una flotta inglese a bloccare i porti delle tre Reggenze africane e a costringerle alla firma di una Convenzione che vietava per sempre le scorrerie e il commercio degli schiavi, e con il contemporaneo accordo del re di Sardegna con il bey di Tunisi, la Sardegna trovò la pace. Si chiudeva così un dramma storico che aveva seminato lutti e terrore nel Mediterraneo per 1.100 anni.

 

Anche le coste di Bosa e del circondario furono vittima delle incursioni saracene. In particolare Magomadas fu teatro di feroci scontri contro i pirati al punto che nel 1226, dopo un’invasione particolarmente feroce che distrusse il paese, i superstiti furono costretti a ricostruirlo in un luogo meno vicino al mare. Ciò non impedì tuttavia la successiva invasione piratesca del 1684, durante la quale il paese venne sorpreso nel sonno. Tuttavia il popolo di Tresnuraghes, avvertito dell’invasione, si armò e affrontò i pirati che tornavano verso il mare con il bottino e gli schiavi.

 

Il giovane capitano dei barracelli Giovanni Maria Poddighe guidò l’assalto, riuscendo a strappare da una delle navi lo stendardo che ancora oggi si conserva nella chiesa parrocchiale di Magomadas.

 

Anche gli abitanti di Seneghe, in un periodo precedente, erano accorsi in aiuto di quelli di Narbolia, attaccati dai pirati che erano sbarcati fra Is Arenas e S’Archittu.

 

Oggi di queste lotte non si ha più memoria, nemmeno fra i ricordi dei più anziani. Restano le torri di avvistamento lungo le coste, ma quasi nessuno sa più dire per quale ragione vennero costruite.

 

E restano le parole della saggezza popolare attraverso le quali, per chi ne ha voglia, è possibile ricordare che il mondo non l’abbiamo inventato noi e che quello che oggi è risorsa, ieri era danno.