Il professor Leopoldo Ortu è docente di Storia del Risorgimento e di Storia della Sardegna nella Facoltà di Lettere dell’Università di Cagliari. La sua ultima fatica intellettuale è un libro intitolato ”La questione sarda tra Ottocento e Novecento”.

 

Cos’è la questione sarda?

 

Per definirla bisogna vedere da che epoca la si vuol analizzare. Possiamo partire dalla fusione perfetta del 1847. Già Stefano Sampol Gandolfo, ne ”L’Eco della Sardegna”, giornale uscito tra il ’53 e il ’54, pur da una posizione conservatrice se non anche reazionaria vide i terribili problemi sociali ed economici della Sardegna. Gandolfo non dà il termine ”questione sarda” ma dice che la Sardegna è l’Irlanda del Piemonte. Dice inoltre che l’Isola viene trattata dai Piemontesi peggio che l’Irlanda dagli Inglesi. L’Eco della Sardegna parla del problema dei boschi, degli incendi, delle università, delle miniere, delle acque, dell’emigrazione, della disparità di trattamento tra gli impiegati sardi e piemontesi, del fatto che la Sardegna non ha infrastrutture ed è lasciata in stato di abbandono, e così via. Si era passati da una situazione feudale all’abolimento del feudalesimo, ma il peso di questa transizione era stato scaricato sulle Ville, sulla gente poverissima. Il termine ”questione sarda” l’avrebbe dato poi il Tuveri alla fine degli anni Sessanta.

 

Si può continuare a parlare oggi di questione sarda e quanti nell’Isola ne sono consapevoli?

 

I problemi che racchiude sono attuali. Ma dico anche che i Sardi non la conoscono. Bisognerebbe andare a spiegare alla gente cos’è stata e cos’è la questione sarda. Io ci provo ma sono una voce nel deserto. Basti pensare al problema dell’emigrazione così come si è presentato negli anni Sessanta del Novecento: la Rinascita, un cliché portato dall’esterno e accettato proprio da quelli che parlavano di questione sarda. Solo al pensiero mi viene la rabbia. Tanto che molti di quelli, o i figli o i nipotini di quelli, ancora oggi sono nei palazzi del potere.

 

Quanto pesa la scarsa conoscenza della storia isolana riguardo alla risoluzione dei nostri problemi?

 

Non solo presso i Sardi, ma presso tutti gli Italiani la scarsa conoscenza della storia pesa come un macigno. Studiare la storia non è tanto assorbire dati e pagine dei libri, quanto concettualizzare. Non limitarsi a dire agli studenti di leggere da pagina uno a pagina cento, facendo magari qualche approfondimento sulla figura di questo o di quel personaggio. Fare storia è la capacità di vedere qual è la prospettiva degli eventi nel tempo. La scuola e l’università italiana di questo non si sono mai preoccupate.

 

Quanto ha pesato il centralismo statale riguardo alla Sardegna?

 

Mi vengono in mente Immanuel Kant e il suo progetto filosofico della ”pace perpetua”. Come stare tutti in pace, si chiedeva Kant? Col federalismo, quella organizzazione che unisce e avvicina le persone e i popoli, rimanendo però ciascuno con la sua identità e con le sue specificità. Kant non adopera le differenze e le diversità degli uomini per contrapporli, ma per metterli insieme.

 

Secondo lei gli intellettuali isolani si interessano alla risoluzione della questione sarda?

 

Ai tempi di Vincenzo Sulis e Giommaria Angioy, appena dopo l’allontanamento dei Piemontesi, i Sardi si spaccarono tra di loro e cominciarono a pensare ognuno ai propri interessi e a salvarsi dal peccato grave che avevano fatto. Personaggi come Sulis, che pure era tra quelli che si erano dati da fare per difendere la Sardegna, abbandonano Giommaria Angioy nel momento più importante. Io penso che così come ieri, anche oggi, buona parte degli intellettuali, e dei politici sardi pensino semplicemente al loro comodo.

 

Dove la nuova intellettualità nostrana dovrebbe cercare i suoi punti di riferimento culturale?

 

Prima di tutto gli intellettuali sardi dovrebbero confessarsi ogni giorno davanti al tribunale della propria coscienza. C’è un percorso di vita, di cultura, di moralità, di principi fondamentali che tutti propagandano ma che nessuno mette in pratica, a partire dai grandi personaggi della politica mondiale. Oggi tutti si camuffano all’interno del bipolarismo, ma questo crea confusione maggiore che tenendo mille partiti. Ognuno invece dovrebbe avere il coraggio di dichiarare qual è la sua ideologia. In un paese che è stato fatto nell’800 da un ventaglio di idee, di proposte, di ideologie diverse, che andavano da quelle più spinte in senso repubblicano a quelle che avevano già un humus socialista, a quelle moderate, come si fa a fare il bipolarismo? Tutte queste anime sono ancora vive. In Inghilterra, per ridurre l’arco parlamentare a due, tre partiti, ci sono voluti secoli di lotte, scontri, sofferenza, sangue. Voler applicare il modello inglese o americano in Italia è folle, deriva dall’ignoranza della storia, non voluta e non imputabile alla gente, quanto alle istituzioni. E quando non si fa conoscere al proprio popolo la propria storia, le proprie radici, che sono sempre molte, vuol dire che la libertà e la democrazia sono sempre in pericolo.