C’è quasi un filo diretto tra Banari e l’Asia. Da uno dei più piccoli paesi dell’Isola si parte per la Cina lungo i sentieri dell’arte.

Giuseppe Carta è appena rientrato da Pechino. Mostra con orgoglio le foto della sua ultima scultura: cinque peperoncini rossi, alti sette metri, colorano la grande piazza di Chongqing, metropoli del Sud, con 8 milioni di abitanti. Poi mi parla delle mostre di Pechino e di Chengdu, dell’expo di Milano, e delle altre grandi iniziative che lo vedranno protagonista, non solo in Cina, anche nel 2016.

L’artista di Banari è conosciuto e apprezzato come pittore iperrealista. Il suo figurativo si esalta con i ritratti: basta osservare quelli realizzati per Andrea Bocelli e per Mario Draghi, commissionato dalla Banca d’Italia ed esposto nella galleria dei Governatori.

Poi la natura morta. Ceste di limoni, vassoi carichi di cipolle, zucche, brocche d’acqua, cassapanche, libri accatastati, bicchieri di cristallo. Il loro equilibrio precario come metafora della fragilità della vita: vetro contro vetro, uno sull’altro, poggiano su tovaglie candide, le vecchie tiatzas di un tempo, quelle che le nostre nonne usavano nei giorni di festa. Tutto in un magico gioco di luci e ombre.

Tanta pittura, poi l’approdo alla scultura. “ Ho sentito un forte richiamo interiore al quale non ho saputo resistere” dice mentre mi conduce nella grande sala delle sculture. C‘è una mela di bronzo davanti a noi. Ha colori soffusi che mischiano verde, giallo e rosso.

Giuseppe Carta accarezza la sua opera e spiega: “Nei quadri, ogni cosa che dipingo è davanti ai miei occhi, la vedo crescere dal primo all’ultimo istante. Con il pennello definisco anche il più piccolo dettaglio. Quando il lavoro è completo, osservo l’opera ma non la posso toccare. Ecco, questo invece è possibile con la scultura.”

L’artista va al cuore della materia, cercando il dialogo diretto con ciò che realizza.

La sua casa museo, immersa nella campagna logudorese, racconta il percorso di un artista famoso, che ha conosciuto l’emigrazione, la sofferenza e il successo prima di lasciare la Penisola e fare ritorno nella terra d’origine. A Banari, appunto, il paese della trachite rossa, da dove era partito, alla fine degli anni Cinquanta, quando aveva dieci anni.

Il giardino di palazzo Tonca, a Banari, e le sale del museo mettono in mostra, accanto alle tele ad olio, gli ultimi lavori realizzati su bronzo policromo. Anche con la scultura la gara artistica con la realtà prosegue. C’è continuità tra le due forme d’arte quando il legame è costruito sulla bellezza e sulla semplicità.

Come nella pittura, i soggetti sono quelli di sempre: tanta frutta e qualche ortaggio, tutto ciò che produce una campagna generosa, come quella sarda.

Mi fermo davanti alla melagrana, sinonimo di fecondità e passione. Nella scultura di Carta, esposta al Teatro del silenzio di Lajatico, il paese di Andrea Bocelli, il frutto è aperto, non riesce a trattenere i suoi 600 chicchi rossi. La germinazione è in atto. E’ la vita che continua.

Il sogno del realismo scultoreo si completa con la ciliegia, la pera, la mela, la cipolla e, infine, ecco i peperoncini rossi tanto cari ai cinesi. Ma non si ferma qui la grande sfida di Giuseppe Carta che prolunga, senza soste, il suo cammino nel mondo dell’arte.

 

Tonino Oppes