L’appuntamento con Giampietro Carta è a Margine, al km 169 della SS 125, dieci chilometri dopo Baunei in direzione di Dorgali. Un cartello ci indica lo sterrato da percorrere per arrivare all’Ovile Carta, la piccola azienda familiare oggi adattata a rifugio montano, base d’appoggio per i molti escursionisti che da marzo a novembre si avventurano nelle codule e nelle valli del Supramonte. Giampietro Piriciolu, così lo chiamano i baunesi, mi accoglie col suo consueto sorriso e, dopo un malcelato rimprovero per il tempo fatto trascorrere dal nostro ultimo incontro (ahimè, circa due anni), ci invita ad entrare in quella che definisce la sua tana.

 

Il gruppo di escursionisti che ha ospitato la notte appena trascorsa è già partito. ”Li incontreremo lungo la strada per i barracos –ci dice–: sono una decina di toscani, innamorati del Supramonte, che vanno a trascorrere la notte a Cala Luna”. Un grande caminetto domina lo stanzone dove ci fa accomodare per il rito che precede qualunque attività in questa parte di Sardegna, su cumbidu, liberamente tradotto in italiano con il termine ”invito”. Mentre ci versa un caffè, più che gradito prima della camminata, ad attrarre la mia attenzione sono i muri bianchi all’interno della piccola costruzione di pietra e legno, ricoperti di attrezzi e suppellettili che richiamano, inconfondibili, una vita, quella del pastore, fatta di totale simbiosi con la natura selvaggia, di lunghe giornate trascorse all’ovile in solitudine e di interminabili camminate lungo le piste della transumanza. Una vita ai nostri occhi romantica, certo, ma in realtà dura e a tratti spietata.

 

Il rifugio è stato realizzato ristrutturando uno di quei barracos – pinnetos nella variante linguistica nuorese – che per secoli sono stati costruiti, disfatti e ricostruiti dai pastori che dominavano, rispettandone le leggi, l’intero Supramonte: la base circolare è fatta in pietra bianca calcarea e il tetto conico è realizzato con tronchi di ginepro. Alla struttura principale nell’ovile Carta oggi si sono aggiunte altre capanne che fungono da dormitorio per gli escursionisti. La vita del pastore di un tempo è appena intuibile dal recinto dei maiali attiguo alle costruzioni, anche se, confessa Giampietro, suo padre continua a curare gli animali con la stessa dedizione e lui condivide appieno, anche se alla sua maniera.

 

”Anni fa in coile si rimaneva anche mesi – spiega Giampietro che prima di fare la guida ambientale ha fatto il pastore come suo padre e suo nonno – e si tornava poche volte in paese: le capre o i maiali avevano bisogno di cure continue. Anch’io ho aiutato mio padre in quest’attività: la mia prima transumanza in solitudine la feci a 12 anni. A piedi per chilometri fino all’Oristanese in cerca di ghiande”.

 

Raggiungere le ultime testimonianze di questa vita romantica e spietata non è semplice. L’avvertimento di Giampietro ci ha preceduto: almeno due-tre ore all’andata e altrettante al ritorno. Il primo tratto della nostra escursione avviene con un fuoristrada che si inerpica agevolmente sulle carrarecce che solcano i bacos (canaloni) e le giroves (vallate ricoperte di alberi), fino alle rovine della dispensa rurale di Tesulali. ”Questa è una delle stradine – spiega Giampietro – che venivano utilizzate dai carri a buoi per il trasporto del carbone ai tempi delle carbonifere piemontesi”. Poi, lasciato il mezzo meccanico, scarpe da trekking e zaino in spalla, dalla valle di Bidunie proseguiamo a piedi per la parte alta di Codula Elune verso punta Onnamarra e da lì verso Girove Lopiru. Sedotti dalla sfrontata bellezza dei paesaggi, dalla ”poetica” ascesa della pedra nascendo – così i baunesi chiamano le caratteristiche pietre dei campi solcati – e dai secolari ginepri modellati dalla violenza del Maestrale, veniamo accolti dalla maestosità del piccolo agglomerato di capanne noto come Coile Onnamarra.

 

Stupore sopra stupore. ”Questo ovile – ci spiega Giampietro – è su coil’e eranu di Billia Mereu che, dopo averlo costruito nel secondo dopoguerra, ci vivette con le sue capre per almeno vent’anni”. Questo splendido esempio dell’architettura agropastorale del Supramonte (620 metri circa s.l.m.), che richiama la struttura delle costruzioni nuragiche, rappresenta insieme al coile Mereu (prossima tappa del nostro cammino) uno degli insediamenti meglio conservati. Costituita dalla classica base circolare in pietra e dal tetto conico in legno, la capanna principale è stata eretta intorno a una grossa pianta di ginepro modellata dalle intemperie. Oltre a su barraccu, utilizzato dal pastore per dormire, fare il formaggio, la ricotta, ma anche tagliare e cucire la pelle per fare as cassolas (gli scarponi) o as tascheddas (gli zaini) oltre tutte le altre cose che necessitavano per la vita in montagna, sono presenti altre due costruzioni simili ma un po’ più piccole, utilizzate come ricovero per attrezzi o animali.

 

Il coile di Onnamarra non ha il recinto per le capre (sa corte), andato distrutto col tempo, che invece è ben conservato nell’ovile invernale di Billia Mereu, chiamato S’ischina e su coileddu, ma noto alle carte come coile Mereu. Sa corte di questo ovile,  distante circa un chilometro, con un dislivello di 200 metri, è l’unica rimasta ancora quasi integra. È composta da una serie di grossi rami appoggiati uno accanto all’altro sul tronco di un ginepro secolare, che, reso orizzontale dal vento, fa da struttura portante. All’interno si distinguono ancora as cerinas, le stanzette nelle quali trovavano ricovero i capretti appena nati. ”Caratteristica dei barracos di Baunei, ma anche di alcuni di Urzulei – spiega la nostra guida – è l’imponenza dell’architrave della porta d’ingresso che noi chiamiamo sa runda e del cappello che sovrasta il tetto dell’ovile, su cugumale”. La sommità del tetto conico veniva così isolata dall’acqua, convogliata in modo da scorrere lungo le travi del tetto. Questo, così come le pareti de sa corte degli animali, veniva poi isolato con delle frasche.

 

”La temperatura all’interno de su barracu è più o meno costante – ci fa notare Giampietro mentre sediamo all’interno della capanna su un sedile in legno – in modo da permettere l’invecchiamento di formaggi, prosciutti e cagli”. Al centro dell’emiciclo del coile, spostato verso la porticina d’ingresso, unica apertura del barracu, c’è su fogile, un buco poco profondo nel pavimento delimitato da quattro pietre, nel quale veniva acceso il fuoco. Tutto intorno si svolgeva buona parte della vita ”casalinga” del pastore, quella delle ore centrali della giornata, tra una mungitura e l’altra o in attesa dell’accompagnamento al pascolo delle capre. Secondo le usanze del luogo, quando unu barracu veniva abbandonato poteva essere occupato da un nuovo pastore e dal suo bestiame. Così capita che un ovile possa aver avuto diversi proprietari che, di volta in volta, lo abbiano adattato alle loro esigenze. ”Questo – precisa Giampietro – è accaduto anche ai due ovili di Billia Mereu che in un secondo momento sono passati nelle mani di Pedru Cabras, noto Calzone, suo teracu, che ne acquistò il bestiame occupando l’ovile fino ad una trentina d’anni fa”.

 

L’immenso territorio di Baunei, la fetta più grande del Supramonte (che comprende anche Urzulei, Dorgali, Orgosolo e Oliena), rappresenta oggi un museo etnografico a cielo aperto: da solo ospita la metà delle oltre 200 capanne dell’intero complesso carsico, molte delle quali ancora pressoché integre. ”Ho parlato diverse volte con l’amministrazione comunale della necessità di preservare i barracos dai vandali e dagli incauti avventori – dice Giampietro senza nascondere un certo rammarico – ho chiesto che all’interno delle capanne, come da buona tradizione usate da tutti, venissero messi degli avvisi che spiegassero come fare il fuoco senza rischiare di dare tutto alle fiamme, cosa peraltro già successa. Fino ad ora nessuno mi ha dato retta”.

 

Ma il rischio incendio non è l’unico pericolo che corrono gli ovili. Molti vengono col tempo smontati e le preziose travi di ginepro utilizzate per realizzare pezzi di arredamento o, peggio, legna da ardere. Molte cortes adiacenti ai barracos hanno fatto proprio questa fine e ogni volta è un pezzo di storia del Supramonte che scompare. Salvare i vecchi coiles significa garantire continuità ad una cultura millenaria che spesso, però, va a cozzare con le esigenze della modernizzazione e questa, in nome del ”progresso”, ha spazzato via aspetti importanti della cultura delle montagne.

 

Ma trovare le soluzioni non è semplice. I recenti dibattiti sul pastoralismo hanno aperto la strada ad una nuova esigenza che è quella di tutelare l’ambiente – e il Supramonte da questo punto di vista è un bene inestimabile – inteso come “fattore inscindibile dal tessuto sociale” fatto, per intenderci, dalle persone che negli ovili, ancorché sormontati da pannelli solari piuttosto che da su cugumale, garantiscono la sopravvivenza della tradizione dei loro padri. ”Agli escursionisti che passano per il mio coile – dice Giampietro – cerco di far conoscere un po’ delle nostre tradizioni, facendogli assaporare le specialità della nostra cucina e un po’ dell’ospitalità che contraddistingue i baunesi”. E poi aggiunge: ”Ci ho pensato molte volte, ho anche avuto diverse opportunità: ma da qui non me ne andrò mai”. Il viaggio di ritorno verso il rifugio in compagnia della nostra preziosa guida ci induce a nuove riflessioni.