Angelo Cossu, Giovanni Cossu, Gavino Mura e Giovannantonio Faedda: quattro amici. Stando in loro compagnia ci si sente come uno di casa, tra persone ospitali e cordiali che sembra di conoscere da sempre. Osservarli è un piacere. Sguardi complici, carichi di intesa e di sintonia genuina, di quelle che nascono nel profondo dell’animo e accompagnano l’intero arco della vita, difficili da costruire a tavolino o da ostentare. Sorrisi sinceri, scambiati con generosità reciproca, frasi scherzose che rivelano una familiarità collaudata e un senso profondo dell’amicizia quale valore umano imperituro, forte e saldo come la parola data.

 

Quattro nomi per iniziare il racconto di un’unica storia, un rapporto importante che matura nel tempo, si consolida nella complicità, cresce nella reciproca stima e si rinsalda anche nelle situazioni dolorose. Un’amicizia bella come tante altre che si fregia dell’unicità sin dai tempi dell’infanzia, impreziosita dalla scoperta e dalla condivisione di un meraviglioso dono comune: quello del canto. Cantare è una passione grande, nata ancor prima di averla scoperta e figlia di una millenaria tradizione locale, più che mai viva nella voce e nel cuore del tenore Santa Sarbana di Silanus, tanto amato dagli appassionati di questo genere.

 

Un gruppo che esiste felicemente da ormai trent’anni e con fedeltà profonda, senza mediazione alcuna di inutili innovazioni, propone nella sua veridicità la poesia e la musicalità del canto a tenore, riconosciuto finalmente quale patrimonio dell’umanità. Un’arte tutta sarda, nostra fino in fondo, che si manifesta attraverso una dote innata, un’inclinazione naturale reale seppure intangibile capace di fondere singole voci accordandole armoniosamente, generando infine una melodia atavica, antichissima, dal sapore quasi divino.

 

È Giovanni Cossu, mesa ’oghe, ad aprire per primo la scatola dei ricordi più cari raccontando il percorso compiuto dal gruppo fin dagli esordi. ”La nascita del Tenore risale al 1976, quando eravamo ancora ragazzini e ci si riuniva per giocare a calcio e trascorrere del tempo insieme. Erano occasioni normali di incontro tra adolescenti, in cui emergeva sempre il desiderio di cantare, di provare a cimentarci in ciò che avevamo imparato dai nostri genitori, in anni di ascolto e apprendimento spontaneo. L’esordio è avvenuto quell’anno stesso durante la festa di San Lorenzo, nella quale abbiamo accompagnato la gara poetica tra Mura, Masala e Carta. Al 1982 risale invece la scelta del nome Santa Sarbana –spiega ancora Giovanni– in omaggio alla chiesetta e al nuraghe omonimi che sorgono nelle vicinanze di Silanus”.

 

I toni scherzosi divengono seri e profondi quando si parla del canto a tenore, la devozione per questa pratica antica impone compostezza e rispetto, un rispetto che è amore per la tradizione e riconoscenza verso di essa. Inutile cercare di chiarire con le parole un’attitudine impalpabile ed intima, sebbene fruibile, e dare una spiegazione al perché ci si appassioni a questa tipologia di canto.

 

”È una cosa che senti dentro, che è già tua –confida Angelo Cossu, sa boghe del gruppo–. Un sentimento istintivo forte, che da sempre hai nel sangue e continua a crescere. Anche mio padre cantava. E come lui e prima di lui tanti altri in paese lo facevano. Nelle strade, nei bar, durante le feste, ovunque vi fosse possibilità di incontro tra le persone, quello era il momento giusto per cantare. E non lo si faceva esclusivamente sul palco. Era pratica comune e diffusa, una parte importante della vita della comunità locale e dei suoi componenti”.

 

Tenore si nasce e pian piano si scopre di esserlo. A volte si comincia per gioco, imitando quei suoni sentiti innumerevoli volte ed infine acquisiti con l’orecchio, senza l’apporto di spartiti musicali ma solo grazie ad una straordinaria abilità naturale. Fino a che cantare non diventa quasi un bisogno, un modo di esprimersi, una pratica vitale come il bere e il mangiare. ”Io cantavo inizialmente come contra, ed in seguito sono passato al basso, ruolo che calza meglio con le mie caratteristiche vocali” racconta Gavino Mura, figlio del grande poeta estemporaneo Frantziscu, morto prematuramente pochi giorni prima della Pasqua di sette anni fa proprio nel bel mezzo di una gara poetica. Un’eredità non facile da sostenere, ma sempre portata avanti con molta fierezza ed umiltà. Veterano del Tenore Santa Sarbana, insieme all’amico Giovanni Cossu, ha vissuto in prima persona i cambiamenti avvenuti all’interno della formazione. ”Nel 1988 c’è stato l’arrivo di Angelo –spiega Gavino– mentre nel 1994 è entrato a far parte del Tenore anche Giovannantonio Faedda, sa contra”.

 

Anno difficile da dimenticare, quello. ”Abbiamo attraversato un momento molto delicato e doloroso per noi stessi e per il nostro gruppo –prosegue Gavino– che ci ha profondamente segnati a causa dell’improvvisa scomparsa di Battista Morittu, un amico prima ancora che uno dei componenti storici del Tenore. In trent’anni di attività è stata questa l’unica situazione di crisi in cui abbiamo pensato di mollare tutto –rivela Gavino con grande onestà–.Volevamo smettere di cantare, ormai non esisteva più l’entusiasmo di un tempo, né la gioia che ci aveva sempre motivato. È stato grazie a sua moglie se ci siamo convinti a proseguire lungo questa strada, e da quel 1994 il nome del nostro gruppo è stato doverosamente dedicato anche alla memoria di Battista, ed al suo ricordo per noi importantissimo”.

 

La vicinanza alla gente, la fedeltà alla tradizione e l’indiscutibile bravura hanno dato fama e prestigio al Tenore Santa Sarbana, sia in territorio regionale che nel resto d’Italia. E anche l’Europa non è rimasta immune dal fascino del canto a tenore. Ne è prova l’esperienza tedesca, che ha visto la formazione di Silanus toccare diverse città, riscuotendo grandi consensi. Diversi anche i riconoscimenti, tra i quali il premio nazionale sulla musica etnica Rosa Ballestreri, vinto a Palermo nel 2000, nonché la presenza in alcuni programmi televisivi e in numerosissime manifestazioni culturali e musicali.

 

La produzione discografica, molto ricca, vanta collaborazioni importanti: con Andrea Deplano, Paolo Pillonca, Franco Madau. Importante l’incisione del 1997, S’amigu, dedicato a Battista Morittu e quella del 1999, Vidas, intitolata invece alla memoria di Francesco Mura. L’ultimo album, Bonasorte, è del 2004. Una carriera lunga e vitale, contraddistinta sempre dall’umiltà e dalla semplicità che non hanno ceduto neanche al fascino lusinghiero della fama. La genuinità di trent’anni fa è rimasta inalterata, il legame solido e determinante con la tradizione un valore cardine, da sempre bandiera del Tenore Santa Sarbana. ”Il canto a tenore è una cosa seria, con una sua storia che non deve essere assolutamente alterata –spiega con orgoglio Giovannantonio Faedda, contra del coro–. La nostra formazione ha alle spalle secoli di tradizione legata a questa pratica, e noi non facciamo altro che riproporla nei moduli propri di Silanus e con i canti che da sempre hanno identificato e caratterizzato il nostro paese: quelli de su ballu sardu, dillu, dantza e ballu torradu. Non ci si può inventare tenores –sottolinea con toni rilevanti–. Il rispetto e la fedeltà per ciò che rappresenta questo genere di canto è il nostro primo intento, ciò che da sempre ci ha spinti a cantare. Lo si fa non solo per il piacere e per una predisposizione naturale, ma perché è un bene che ci appartiene e fa parte della cultura identitaria del paese, e quindi della nostra”. Il meritato riconoscimento da parte dell’Unesco, che ha sancito la preservazione del canto a tenore quale patrimonio intangibile dell’umanità, accresce l’entusiasmo e le motivazioni dei quattro amici.

 

”Un avvenimento importante: si è finalmente attribuita a questa espressione musicale il pregio e l’onore ufficiali di cui è sempre stata degna –spiega Giovanni Cossu–. Il canto a tenore ha unicità e peculiarità non accostabili né paragonabili a nient’altro. È un genere autoctono, interamente sardo, che non ha eguali al mondo e come tale deve essere valorizzato e preservato nella sua integrità originaria, e difeso dalle contaminazioni che ne danneggiano la vera natura. Le polemiche nate intorno a questo riconoscimento ci hanno infastidito e dispiaciuto– racconta ancora Giovanni sostenuto dagli altri componenti–. Polemiche inutili che non svuotano di certo il significato del canto a tenore e la sua innegabile unicità, che è reale al di là di ogni disquisizione o tributo ufficiale”.

 

L’istituzione di una scuola di tenores che, sorta a Silanus nel 2000, ha favorito la formazione di ben tre gruppi di giovani, si inserisce lungo la linea di preservazione e divulgazione di questa modalità di canto. Una amore per la tradizione locale che ci si tramanda di padre in figlio, come fosse un cognome. Il valore di una storia non è mai in se stessa, ma nel sentire dei suoi protagonisti che le hanno dato consistenza con la propria vita, fatta di emozioni, impegno, cura e passione. Una storia ancora aperta in cui la musicalità del canto, resa ”tangibile” con la voce del Tenore Santa Sarbana, continua a tenere vivo il passato nel presente e si presenta con dignità e prestigio alle soglie del futuro.