roberto melisParla Roberto Melis, 31 anni, tecnico delle industrie elettriche, graduato della Marina Militare Italiana, cofondatore del Gruppo U.R.N. Sardinnya e fra i responsabili del magazine www.sanatzione.eu. Non un movimento, ma un’associazione politico-culturale di matrice liberale nata nel 2005 e interessata a promuovere il dibattito attorno ai temi della sovranità e della crescita politica dei partiti Sardi.

 

Subito al dunque: come si arriva all’indipendenza?

 

Sette anni anni fa abbiamo detto che l’epoca del folk-ribellismo era finita, oggi esiste solo quella delle riforme. Dopo tante polemiche, questi giovani, come noi, hanno capito che la sovranità si conquista nel tempo, per gradi. Diffidate da chi urla slogan senza contenuti.

 

Si arriva all’indipendenza alimentando lo scontro politico con lo Stato Italiano attraverso i due pilastri della nostra specificità: quello linguistico-culturale e quello fiscale. Il sardismo ne parla da 90 anni con imperdonabili ritardi. Sono gli strumenti con i quali i movimenti politici Sardi dovrebbero orientare l’agenda delle riforme. Perché solo con il controllo della fiscalità territoriale si può calibrare verso lo sviluppo la nostra economia e solo con la specificità linguistica e culturale si può far crescere la consapevolezza dei sardi nei riguardi della propria identità e del proprio dovere politico. Senza queste riforme i cittadini rimarranno subalterni di Roma e non verranno mai educati all’autogestione del proprio futuro.

 

Bisogna sostenere la creazione di una Costituente per la riscrittura dello Statuto Autonomo Sardo. In seguito, sarà il popolo stesso, grazie ai potenziali benefici che ne deriveranno, a valutare se affrontare un referendum per la piena indipendenza o per una federazione con l’Italia. Per adesso abbiamo ancora i rimasugli del vecchio folk-ribellismo… movimenti che parlano ambiguamente di qualche riforma e di sovranità ma che non hanno alcuna posizione in merito alla possibile riscrittura dello Statuto Autonomo.

 

Quale Sardegna e quale modello economico immaginate?

 

Una Sardegna indipendente, partner dell’Unione Europea e del Patto Atlantico. Dove la nostra agricoltura non subisce passivamente le decisioni di Bruxelles ma le coordina da protagonista sulla base degli altri partner europei. Una Sardegna che riforma il suo sistema dell’istruzione in base alle ricchezze del territorio: infatti, a differenza di ciò che avviene oggi, non abbiamo bisogno di un avvocato ogni 300 abitanti e di un esercito di camerieri, ma abbiamo bisogno di persone istruite al management, all’imprenditoria, alle lingue straniere e capaci di tutelare il valore aggiunto determinato dalla valorizzazione del nostro imponente patrimonio storico-archeologico.

 

Pensiamo inoltre ad una Sardegna dove si sviluppano le fonti di energia rinnovabile ma dove non si rinuncia dall’oggi al domani ai combustibili fossili, nell’interesse della nostra economia (come ad esempio il metano). Una Sardegna dove il turismo sviluppa la sua destagionalizzazione grazie al valore aggiunto della sua cultura unita al patrimonio ambientale. Una Sardegna dove il “Made in Sardinia” è un brand riconosciuto e tutelato su scala internazionale. Una Sardegna dove la “zona franca” è una misura di politica economica non integrale ma mirata a defiscalizzare e sburocratizzare il costo del lavoro, dell’energia e quindi dei trasporti, al fine di incentivare e attirare capitali di investimento dal settore primario al terziario dell’economia (la stessa misura in Francia e nelle Canarie ha ridotto le aree
spopolate).

 

Vediamo una Sardegna munita di un sistema radiotelevisivo distinto da quello italiano e capace di tutelare seriamente la lingua sarda, le sue varianti e le varie minoranze linguistiche dell’Isola, così come l’italiano regionale che conosciamo. Una Sardegna che, seppur parte della NATO, rinuncia all’eccesso di servitù militari italiane che oggi gravano sulle spalle del popolo, magari riconvertendo alcuni poligoni, come Quirra, in centri accademici di eccellenza internazionale per la ricerca.

 

Immaginiamo ad esempio un polo per l’Agenzia Spaziale Europea, l’Italia nel 2005 vi ha investito il 14,2% del suo budget. Immaginiamo anche di porre le basi per la creazione di un’industria farmaceutica destinata a valorizzare l’imponente ricchezza endemica della nostra flora sarda. Tutti questi punti possono essere avviati ben prima di una piena indipendenza.

 

Secondo una recente ricerca universitaria il 40% dei sardi sarebbe favorevole anche subito all’indipendenza, voi che cosa ne pensate?

 

Che i movimenti c.d. indipendentisti non raggiungono il 3% di consensi. Questo inconfutabile dato elettorale è sufficiente a dirci quanto sia lontana l’indipendenza della Sardegna. Nonostante la crisi e gli scandali che investono i partiti italiani, mentre aumenta il numero degli astensionisti non aumenta quello degli elettori indipendentisti. Infatti prima di chiederci con quale modello economico vogliamo renderci indipendenti dovremmo chiederci: “a cosa ci servono tanti movimenti indipendentisti?”

 

Oggi solo un movimento parla apertamente di “Agenzia delle Entrate” e si prodiga nella raccolta firme per attuarla, altri parlano di “autonomia fiscale” senza alcun intervento pratico in suo sostegno e, nel complesso, tutti e 12 i movimenti autonomisti e indipendentisti sardi non fanno uso abituale della lingua sarda. Partito Sardo d’Azione, Sardigna Natzione, UDS, Riformatori Sardi, Fortza Paris, IRS, A Manca pro s’Indipendentzia, Rossomori, PAR.I.S. – Malu Entu, Manca Democràtica, ProgReS e la neonata Sardigna Libera.

 

Come possiamo pretendere che i Sardi trovino credibile un nazionalismo diviso, che non sostiene fattivamente l’automazione fiscale del territorio e che ignora completamente il potere politico derivante dalla sua condizione di minoranza linguistica da tutelare? Quando si è minoranza linguistica non conta il poco peso demografico all’interno di una Repubblica. Non a caso a Roma la minoranza sudtirolese ha un peso politico ben superiore rispetto alla Sardegna.

 

Infatti, per fare fronte comune, A Manca pro s’Indipendentzia ha proposto la “Convergenza Indipendentista”…

 

Niente di nuovo, U.R.N. Sardinnya significa “Unione per la Responsabilità Natzionale”. Anche Sardigna Natzione da anni non ha mai smesso di cercare unità e collaborazione, ma per noi non era sufficiente, servivano anche riforme e nessun dogmatismo ideologico. Responsabilità significa unirsi, a prescindere dalle etichette, per convergere sui temi di maggior rilevanza politica ed economica dell’isola. Dopo la proposta di A Manca pro s’Indipendentzia i fatti sono altri: in primo luogo non c’è nessuna “convergenza” fra movimenti sardi, né politica sul lungo termine, né puramente elettorale. Benché in alcune amministrazioni, come ad Oristano, si sta tentando l’esperimento per superare i personalismi che animano la vera ragione delle divisioni.

 

Acampora (ProgReS), in un recente intervento nella trasmissione “Monitor” di Videolina, ha considerato positiva la presenza di tante sigle indipendentiste. Noi invece consideriamo frammentazione ciò che altri considerano “pluralismo”. Il pluralismo esiste solo quando più partiti rappresentano un proprio elettorato con soluzioni diverse per far fronte a comuni problemi, in Sardegna invece ormai abbiamo più partiti sardi che italiani, i quali propongono analoghe soluzioni per i medesimi problemi. Ad esempio, a che ci servono quasi 12 movimenti sardi che parlano di “flotta sarda” sul problema dei trasporti? Nei fatti solo i sardisti raggiungono a malapena i numeri per governare, mentre tutti gli altri fanno testimonianza proponendo la solita minestra.

 

Voi cosa proponete?

 

Cinque cose fondamentali. 1) Fusione di tutte le sigle con programmi simili; 2) Dimissioni dei dirigenti che da anni non hanno proposto alcuna riforma istituzionale, né conseguito apprezzabili risultati politici; 3) Primarie per la scelta dei candidati (uno strumento per abbattere il leaderismo); 4) Revisione della comunicazione, introduzione concreta della Lingua Sarda e smantellamento della cultura statalista presente in vari movimenti sardi; 5) Nascita di un Partito Nazionale Sardo (non un partito unico). Quest’ultimo punto trova diversi consensi fra i nostri amici sardisti. In altre minoranze internazionali il nazionalismo è un fenomeno politico serio e moderno. La critica riformista di U.R.N. Sardinnya ha lo scopo di sottrarre l’indipendentismo Sardo dalle secche del marginalismo politico in cui si è cacciato a causa di pochi.

 

Non è utopia?

 

Sette anni fa, oltre il sardismo, era utopico immaginare un organismo indipendentista liberale, convintamente europeista, capace di attirare persino dei militari e vicino tanto agli imprenditori quanto ai lavoratori della Sardegna. Oggi quasi tutti questi c.d. indipendentisti sono europeisti, anche coloro i quali ci sbeffeggiavano per queste idee. Purtroppo, se osserviamo alcuni movimenti sardi noteremo che ancora oggi, nel 2012, non tutti sono disponibili ad aperture di questo calibro. Chi crea cittadini di serie A e cittadini di serie B non costruirà mai alcuna Repubblica indipendente.

 

Una domanda concreta. La “flotta sarda” – una flotta permanente – non sarebbe un buon strumento per collegare la Sardegna con il mondo?

 

Nel 2005 elaborammo un provocatorio prototipo di partito indipendentista chiamato “Progressisti” e, ingenuamente, la vecchia idea sardista di avere una “Flotta Sarda” ne faceva parte perché pareva quella più ovvia e scontata per fronteggiare come misura tampone lo strapotere degli armatori privati che oggi, più che mai, tengono in pugno la nostra mobilità. Ci sbagliavamo. La logica delle compagnie di bandiera sopravvive solo in pochi Stati al mondo, come Francia e Italia. Creare una seria infrastrutturazione dell’isola e una seria politica dei trasporti non consiste
esclusivamente nel voler caricare a spese dei cittadini ogni sorta di servizio pubblico.

 

Convergono con noi importanti settori del Partito Sardo d’Azione e Fortza Paris, la Regione non può vestire i panni dell’armatore. In questo differisce e si rivoluziona l’indipendentismo di U.R.N. Sardinnya rispetto ai movimenti indipendentisti veri e propri, e non solo sui trasporti. Superare la cultura statalista di cui è pregno l’indipendentismo sardo significa capire che l’efficienza di un servizio non è data dal suo possesso ma dalla natura della sua gestione. Noi proponiamo che a seguito della riscrittura dello Statuto Autonomo si arrivi alla formazione di un Antitrust Sardo distinto da quello italiano, capace di sanzionare seriamente le situazioni di oligopolio e monopolio e verificarne gli effettivi benefici sugli utenti. Non siamo a Cuba o in Venezuela, non dobbiamo parlare di “nazionalizzazioni”, dobbiamo parlare di regole e di sanzioni: quelle che l’Italia non applica danneggiando la nostra economia.

 

Allo stesso tempo, bisogna capire che le soluzioni-quadro richiedono una serie di misure per potersi definire “serie”. La defiscalizzazione delle accise sugli idrocarburi consentirebbe agli armatori privati di non poter giustificare l’incremento dei costi e inoltre aumenterebbe la competitività di eventuali nuovi vettori (anche nel comparto aereo) interessati a investire sulle nostre rotte (pensiamo alla formula del low cost). In sintesi, per una buona politica dei trasporti, non occorre solamente valorizzare il nostro patrimonio storico e ambientale, occorre introdurre regole ma anche un regime fiscale idoneo affinché si consolidi un modello duraturo per la mobilità dei Sardi.