Il carcere di Macomer è comunemente considerato un carcere punitivo da parte di molti detenuti, ex detenuti e osservatori del mondo della comunità penitenziaria. Un istituto dalla “disciplina più accentuata”. Una preoccupazione che ha determinato la visita della nostra delegazione. Macomer è un carcere di soli uomini e sovraffollato trasformato in un forno insopportabile dal caldo estivo. Nelle celle che possono ospitare due detenuti, attualmente vengono ristretti in tre, con l’aggiunta di un letto a castello. Alle condizioni invivibili dei detenuti abbiamo constatato l’elevato utilizzo di turnazioni pesanti e irregolari da parte del personale. Questo carcere ospita 80 detenuti comuni, di cui quattro ristretti nell’ala separata chiamata “AS2” (Alta Sorveglianza). Abbiamo visitato sia la sezione AS2 sia i due piani della sezione dei detenuti comuni. Abbiamo incontrato i detenuti e dialogato con alcuni di loro, e ci siamo confrontati con il direttore del carcere, Gianfranco Monteverdi, il medico, Dott. Massimo D’agostino, il vice commissario e comandante di reparto Angelo Giardino e l’ispettore superiore Antonio Cuccu.

 

Le zone grigie della sezione dell’alta sorveglianza. In questa ala del carcere, costruita per ospitare 30 detenuti, sono presenti quattro persone, di cui due tunisini, un algerino, un irakeno (un quinto detenuto di nazionalità francese, non era presente al momento della visita per la partecipazione a un processo), tutti accusati di terrorismo internazionale e ospitati in celle singole. Questo tipo di alta sorveglianza rappresenta un livello di sicurezza tre volte più alto rispetto ai detenuti comuni ed è riconducibile ad un circuito di tre prigioni(oltre Macomer, Benevento e Rossano-CS). Nel 2009 questa sezione ha ospitato, pur per poco, un detenuto arrivato dal famigerato carcere di Guantanamo e trenta persone accusate di terrorismo internazionale. Si sono verificati in passato episodi di tensione, denunciati nel Giugno del 2009 anche dall’associazione “Antigone” tra gli agenti di polizia penitenziaria e i detenuti di religione islamica. L’ultimo episodio, nel febbraio del 2012 causato da una perquisizione. Gli sguardi delle persone detenute nella sezione AS2 sono sguardi di persone terrorizzate, alcuni di loro ci hanno dichiarato di non sapere come passare il tempo e di soffrire il caldo. Chiedono un sostegno sopratutto perché il Ramadan è imminente e sono in difficoltà per reperire carne e datteri necessari per l’unico pasto notturno. Lamentano che con 40 euro al mese possono acquistare molto poco.

 

Il tentativo di rivolta. Secondo l’agenzia Adnkronos del 21 Giugno, ci sarebbe stato un tentativo di rivolta nel carcere, poi sedata dagli agenti della polizia penitenziaria. Abbiamo chiesto spiegazioni sull’accaduto e il direttore ci ha dichiarato che non ci sarebbe stata nessuna rivolta. Il protagonista è un giovane detenuto di nazionalità rumena, precedentemente detenuto a Sassari e inviato a Macomer in quanto è presente anche il fratello, che abbiamo incontrato. Il detenuto è un sofferente mentale che ha rischiato l’invio in Ospedale psichiatrico giudiziario, e, secondo il direttore, avrebbe inscenato un grave episodio di autolesionismo. Avrebbe cercato di conficcarsi un pezzo di forchetta nella testa come estremo gesto di protesta, ma l’episodio sarebbe stato sventato dagli agenti.

 

Condizioni di vita, trattamento, lavoro esterno. Il direttore del carcere, Gianfranco Monteverdi è presente nell’istituto due volte a settimana. Da un confronto con la direzione e il personale del carcere, emerge che il problema del personale sottodimensionato, (problema certamente più accentuato in molte altre carceri italiane) a Macomer è ancora tollerabile e gestibile. Non sono particolarmente rilevanti le percentuali riguardanti detenuti che vivono l’esperienza della sofferenza mentale, della tossicodipendenza, della doppia diagnosi e dell’Hiv. Il 60% delle persone detenute in questo carcere è di origine migrante, in prevalenza dell’Europa dell’Est. L’ora d’aria è permessa per due ore al giorno. Attualmente 14 detenuti sono coinvolti in due progetti di lavoro all’esterno (articolo 21, ordinamento penitenziario). Un progetto dell’Enap di Ghilarza coinvolge 7 detenuti in prevalenza sardi e italiani con corsi di formazione professionale per ristorazione. Attualmente frequentano lo stage a Santa Cristina. Il secondo progetto, coinvolge detenuti in prevalenza stranieri, ed finanziato dalla Cassa delle ammende con 5 mila euro per lavori di giardinaggio. L’importanza di questi progetti è fondamentale per il miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti e degli operatori in quanto con le celle aperte al lavoro esterno diminuirebbero progressivamente le tensioni e le rivolte. Sopratutto oggi, con il personale sempre più sottodimensionato e l’invivibilità causata dal caldo infernale.

 

Violato il principio di territorialità della pena. Da sottolineare ancora l’illegalità strutturata in tutte le carceri italiane e sarde della “non applicazione” del principio di territorialità della pena. Totalmente disattesa la legge sull’ordinamento penitenziario e sulla concreta attuazione del protocollo d’intesa tra il Ministro della Giustizia e la RAS. Se sono numerosi i detenuti sardi, in esecuzione di pena o in attesa di giudizio, rinchiusi nelle carceri della penisola, a Macomer, sono invece numerosi i detenuti che vengono trasferiti nell’istituto, in assenza di famiglia e considerati “non più gestibili”.

 

Anche a Macomer stenta a decollare l’applicazione della riforma sanitaria. Il rinvio a settembre dell’effettivo passaggio della sanità penitenziaria alla RAS deve garantire il rispetto del diritto alla salute dei cittadini privati della libertà personale e il rispetto delle tutele sindacali delle lavoratrici e dei lavoratori della salute penitenziaria. Da un confronto con il personale medico del carcere emerge la preoccupazione del rischio di un disconoscimento dei ruoli e delle competenze maturate in decenni di servizio. Sono davvero tanti i problemi legati al definitivo trasferimento delle funzioni di assistenza sanitaria in carcere dall’amministrazione penitenziaria al SSN. Il principio costituzionale della tutela alla salute non viene ancora rispettato, e il cittadino detenuto continua ad avere una disparità di trattamento rispetto al cittadino libero.

 

Claudia Zuncheddu – consigliera regionale di Sardigna Libera

 

Sulaiman Hijazi – portavoce della Comunità Mussulmana

 

Roberto Loddo – associazione “5 Novembre”