“Da piccolo ho sempre sognato di avere un’azienda agricola. Mio padre che non era agricoltore ma era figlio di pastori e contadini, la domenica mi portava sempre in campagna. Così mi sono appassionato in particolare all’orticoltura”.

 

 

È così che inizia l’intervista a Salvatore Bussa, un imprenditore agricolo che ha svilupato la sua azienda seguendo una linea imprenditoriale poco ortodossa, riuscendo a mantenere allo steso tempo i valori antichi di quella terra che lui stesso coltiva. Massajos è il coronamento di un sogno che nasce e si afferma attraverso un miscuglio di ingredientei diversi, come lui stesso afferma “idee, entusiasmo, formazione, una laurea in scienze politiche, una famiglia che mi ha sostrenuto economicamente e una compagna di vita: Milena. Da questo miscuglio di ottimi ingredienti nasce il progetto Massajos, ovvero credere che una Sardegna e un mondo diverso sono possibili, soprattutto se impariamo a credere di poter cambiare prima di tutto noi stessi e contemporaneamente chi ci sta vicino”.

 

 

La filosofia espresso attraverso Massajos non si limita ai metodi della coltivazione ma abbraccia diversi campi. Quest’anno infatti Bobore ha sviluppato con sua moglie Milena un programma per le scuole nuoresi, in particolare il progetto  è stato realizzato presso il Liceo Classico. L’obbiettivo principale era spiegare il concetto che “produrre cibo non è un fatto esclusivamente economico ma soprattutto culturale”.  Per Bobore la cultura agroalimentare non ha un valore secondario nell’educazione dei più giovani, infatti afferma che Non possiamo permetterci di allevare generazioni di cittadini convinti che sia normale avere le zucchine e i pomodori d’inverno o come capita a certi bambini di pensare che il latte nasce dal frigorifero”.

 

 

Nonostante gli sforzi rivolti ai liceali resta comunque il fatto che vi sia da parte dei giovani una certa reticenza nell’intraprendere le attività agricole, infatti solo il 6% degli occupati in Sardegna lavora nel settore agricolo. Bobore vi identifica in queste reistenze un fattore culturale piuttosto recente, infatti dice: “Qualcuno ha fatto credere alle generazioni dei nostri genitori e nonni che l’agricoltura fosse solo sacrificio. Per certi versi era così. Poi in Sardegna in particolare la politica ha fatto il resto. Il pullulare di enti di assistenza, di contributi a fondo perduto, di restrizioni al credito, le tasse, le organizzazioni di categoria, i cantieri forestali hanno creato il mito dei soldi facili e del posto fisso. Così per decenni i pastori e gli agricoltori hanno investito milioni per far studiare i propri figli e portarli il più lontano possibile dalla campagna. L’altro fattore determinante è il reddito. Si pensa che non convenga fare agricoltura. In effetti per il carico fiscale attuale e per le condizioni di svantaggio che ha la Sardegna dovute all’insularità, fare agricoltura da noi costa dal 20 al 30% in più di quanto costa in Italia e in Europa, ma se questo è motivo per frenare l’entusiasmo c’è da dire che quacuno sta producendo alimenti per noi, dunque sedersi e studiare ipotesi innovatire per fare impresa anche in queste condizioni di svantaggio potrebbe aprire a tanti giovani nuove opportunità. Noi e tante imprese giovani e meno giovani che sono nate e lavorano bene in Sardegna siamo un esempio”.

 

 

In ogni sua frase Bobore lascia intendere che la società non è composta da compartimenti stagni ma che al contrario essa è la risultanza delle azioni degli individui, per lui non è comprensibile una separazione tra politica e professione, o tra impegno sociale e politica.  “Quando hai un ruolo professionale sei nella società e la vivi tutti i giorni, dunque dovrebbe essere normale occuparsi di politica per contribuire a migliorare l’ambiente nel quale si vive”. Così oltre ad aver sviluppato una passion per l’orticultura Bobore ha pazientemente coltivato il suo interesse per la politica. Ex segretario di un ProgReS nascente oggi riveste il ruolo di coordinatore della macroarea Territorio e Ambiente, questo include anche il settore agricolo.

 

 

Come imprenditore Agricolo Bobore ha un’esperienza diretta delle difficoltà politiche e culturali di una terra che sembra aver scordato l’importanza del comparto agroalimentare. I problemi del settore non sono sconosciuti agli imprenditori agricoli così come non lo sono alla regione che li reassume nel documento del Piano di Sviluppo Rurale nel seguente ordine carenze rispetto alle comunicazioni con i contesti esterni, carenze infrastrutturali di vario tipo, comprese quelle relative alle comunicazioni interne,  inadeguata disponibilità di fonti energetiche, carenze in tema di risorse idriche, disponibilità insufficiente di servizi economici, sociali, tecnologici e di altro genere. 

 

 

Di questi problemi, dice Bobore, ne sono a conoscenza tutti: “Il problema risiede nel fatto che chi si è occuopato di politicha agricola in Sardegna lo ha fatto improvvisando o interagendo con le organizzazioni di categoria che oggi non sono più in grado di rappresentare le istanze delle imprese. Oggi servirebbero interventi immediati in vari settori e le organizzazioni dovrebbero essere in prima fila a proporle. Il problema è che anche loro, come i partiti italianisti hanno le sedi principali in Italia e devono rispondere a logiche che prima di tutto tutelano gli interessi della nazione italiana”.

 

 

L’analisi che egli stesso fa del settore è critica ma non priva di suggerimenti e di possibili iniziative attuabili nel presente. “Ad oggi, per fare qualche esempio, la regione è intervenuta tramite i fondi del PSR, con le misure sul primo insediamento. Quella misura è stata fallimentare e chi l’ha sostenuta deve avere il coraggio di ammetterlo. Venivano dati 35.000 euro a fondo perduto, la metà se ne andavano in tasse, consulenze e adesioni a varie associazioni per avere punteggio. Quello che rimaneva doveva servire per avviare l’impresa. Su 100 domande, magari una ventina realmente diventavano imprenditori agricoli, gli altri semplicemente si facevano intestare un po’ di bestiame e terreni dal padre e i soldi finivano a finanziare gli studi universitari o a comprare una macchina nuova nel peggiore dei casi”.

 

Soluzioni?

 

“Si potrebbero pensare degli sgravi fiscali ulteriori per chi dimostra di risparmiare energia e salvaguardare l’ambiente nei processi produttivi, non coprendo ettari di terra fertile con pannelli fotovoltaici, ma magari rinunciando ai concimi chimici, privilegiando pratiche agronomiche come le rotazioni che tutelano la fertilità. Privilegiando la vendita nel mercato locale anziché internazionale. Il tutto non in un’ottica autarchica ma esattamente l’opposto, ovvero evitare traffico inutile di mezzi di trasporto, garantendo ai visitatori e ai residenti in Sardegna veri prodotti sardi. Si otterrebbe un duplice risultato, ovvero la crescita dell’economia locale e il rispetto dell’ambiente”.

 

 

Basterebbe poco, continua Bobore “La provincia del Medio Campidano ad esempio, praticamente a costo quasi zero, coinvolgendo i produttori locali e modificando i capitolati d’appalto delle mense scolastiche in un anno ha fatto inserire i prodotti locali nelle mense. Oggi in quei comuni il 70% e oltre dei prodotti è di provenienza locale entre i 50 km. Lo stesso progetto l’abbiamo proposto come gruppo politico in provinca a Nuoro e dopo oltre un anno di trattattive con la maggioranza, finalmente a breve andrà in porto”.

 

 

In questi ultimi mesi la regione Sardegna ha subito numerose critiche per la sua lentezza burocratica, il rischi riguarda la mancata spesa di 173 milioni di euro stanziati in parte dall’ UE, il che sottolinea il fatto che la crisi agraria non sia causata da una mancanza di finanziamenti. Bobore sostiene “Abbiamo risorse materiali: soldi, materie prime, terreni, clima, animali e anche risorse immateriali: conoscenze nel settore, esperti, centri di ricerca, dati. Siamo un po’ carenti nelle risorse relazionali, ovvero dovremo migliorare la nostra capacità di fare rete, di mettere a sistema tutto ciò che abbiamo. Abbiamo bisogno di credere in noi stessi, nessuna tragedia è alle porte, se crediamo in noi stessi avremo la serenità per cogliere le opportunità che anche questo momento di crisi può regalare. Ovvimente il fattore trainante per la nostra agricoltura dovrebbe essere un vero progetto di crescita dell’agricoltura della nazione sarda e questo fattore manca. Ma il fatto che manca, dovrebbe servire da stimolo per chi ha voglia di scriverlo. Io lo vorrei scrivere e credo di non essere solo”.