Il promontorio di Capo Pecora spesso sferzato da venti e onde mostra la bellezza di una natura implacabile ma racconta anche storie e vicende di marinai e di defunti.

 

Il gigante sta lì, quieto e immobile da più di 400 milioni di anni: Punta Mumullonis, di mt 499 s.l.m., domina tutto il territorio da Corru Longu sino a Su Tramatzu e oltre.

 

Stiamo parlando di un complesso “montuoso” di vulcaniti, calcari, dolomie e arenarie tra i più antichi d’Europa e ricco di metalli, che chiude ad est le regioni di Corru Longu, Perdas Albas, Su Sensu, Su Tramatzu e Sa Mola, le quali formano il promontorio di Capo Pecora a sud della Costa Verde. Già vecchio quando nacquero le Alpi, il gigante osserva e subisce impassibile l’incedere del tempo e le vicende umane che ne hanno modificato i tratti e le forme. Oggi vi raccontiamo di quando, diversi millenni fa, il gigante fece da spettatore silenzioso all’antropizzazione nelle sue immediate prossimità.

 

La varietà di specie animali e vegetali dovute alla presenza del bacino e della foce del Rio Mannu resero e rendono ancora oggi il contesto inquadrato altamente ricco e favorevole allo sviluppo della vita. Numerose segnalazioni ci indicano tutt’ora che, corrispondenti alle attuali località di Santu Nicolau e Portixeddu, antichi insediamenti videro la vita dalla preistoria sino all’epoca medievale. È verosimile pensare che uno di questi insediamenti prese vita nel Bronzo Antico (1900-1600 a.C) se non precedentemente e i suoi abitanti presero a cavare, dal nostro gigante spettatore, i minerali da cui trarre i metalli necessari per gli strumenti di tutti i giorni. La vita attorno a Capo Pecora, durante l’età dei metalli, dovette essere frenetica e il toponimo di Portixeddu ci offre ora una testimonianza indelebile relativa ad un antico punto di sbarco molto importante.

 

La letteratura ci tramanda che il Rio Mannu fosse per alcune miglia navigabile e, compiendo delle ricognizioni nel tratto di mare che va dalla foce del fiume sino alla spiaggia di Santu Nicolau, si possono ancora osservare numerose antiche ancore e accumuli di anfore da carico, a conferma del fatto che nella località ci fosse un porto. Per avvalorare la tesi che il porto fosse praticato sin da epoca remota può essere utile osservare la punta compresa tra Bruncu su Sensu a Nord e Capo Pecora a Sud. A poche decine di metri da Capo Pecora, a strapiombo sul mare, rimangono ancora tracce ben evidenti dell’impianto di un monotorre forse circondato da due capanne. L’allineamento fisico, osservabile dal mare, dell’impianto con la struttura prossima detta Nuraghe Conca Muscioni, ci permette di inquadrare questo edificio come parte di un sistema portuale che permise l’atterraggio verso la località di Portixeddu. Torniamo per un attimo al nostro gigantesco osservatore che, silenzioso e immobile, vide gli uomini preistorici scegliere l’area di Perdas Albas per erigere le sepolture dei loro defunti.

 

Viste la conformazione del terreno e la bellezza del paesaggio gli uomini preistorici eressero alcune allées couvertes inconfondibili per la cista megalitica e per il corridoio a taglio trilitico, iniziando nella zona una tradizione funeraria che perdurò a lungo. Alle forme più antiche vennero adattate le nuove e i corridoi dolmenici divennero Tombe dei Giganti a prospetto murario ed ecco che una ricognizione semplice mostra, in un’area di 1 kmq, almeno sette Tombe dei Giganti a prospetto murario coronate da concio a dentelli. Avendo già discusso in altre sedi e ampiamente spiegato che le Tombe dei Giganti erano le sepolture per la classe aristocratica si pone, anche in questo caso, il quesito relativo a dove siano le sepolture per il resto della comunità. Il nostro spettatore silenzioso avrà visto gli uomini del Neolitico? Dove saranno le Domus de Janas, le sepolture nate durante l’Età della Pietra in Sardegna? Interviene qui un geologo, Aurelio Fadda, che da appassionato di archeologia indica la completa assenza di Domus nel territorio, spiegando che i graniti e i calcari della zona hanno circa 500 milioni di anni e sono durissimi alla lavorazione da parte di strumenti di metallo.

 

Questa considerazione spinge a spostare la ricerca delle sepolture dalle pareti della collina al territorio pianeggiante. Ad un osservazione attenta le sepolture compaiono numerosissime, terranee e concentriche attorno alle tombe monumentali. La similitudine di comportamenti e di edilizia è fortemente stringente con la situazione dell’area funeraria di S’Ena e Thomes di Dorgali dove l’elemento litico, il granito, è lo stesso. Esperti del territorio quali Roberto Fadda e Pino Uda segnalarono tempo fa, ad arricchire il contesto del quartiere funerario, la presenza di un pozzo sacro e di una cinta muraria che delimita a Nord l’area, assicurando che le Tombe dei Giganti fossero almeno quattordici in un’area di pochissimi kmq. Che la zona fosse sacra lo riscontriamo benissimo nella toponomastica attraverso il toponimo antico Monti Altari precedente all’attuale Capo Pecora, relativo al promontorio stesso. A conferma di ciò, si possono osservare le rovine di un edificio con paramento a sacco circondato da presunti circoli tombali proprio sulla cima della punta appena citata.

 

Riflettendo su questo punto, ci chiediamo dove possiamo inquadrare la zona dei vivi, l’abitato, la città corrispondente a questo immenso quartiere per i morti? Già i rinvenimenti fortuiti di superficie ci indicano una collocazione urbana in prossimità del corso del Rio Mannu ma qui interviene un sistema di dune, forse il più grande d’Europa, a toglierci il piacere della scoperta. Lo studio della letteratura, la comparazione tra l’Itinerario di Antonino e la Geographia di Tolomeo, ci aiutano nel collocare una delle città più importanti della Sardegna antica. La ricchezza metallifera del territorio ha stimolato studi competenti nella rielaborazione della rete viaria e della collocazione degli oppida del vecchio cantone nuragico sulcense, suggerendo con disarmante precisione e meticolosa accuratezza che l’antica città di Metalla giaccia tuttora coperta dalle dune tra Portixeddu e il Nuraghe Conca Muscioni. Senz’altro l’abitato avrà avuto dimensioni colossali, in aderenza alle abitudini edilizie del Bronzo Medio e dell’epoca storica sarda, ma a questo punto sorge un dubbio atroce: che fare? Alterare un bellissimo contesto naturalistico, quasi unico, di incomparabile bellezza per soddisfare la ricerca archeologica oppure privarci di un’importantissima testimonianza di vita e possibilità di sviluppo nella già trascurata ricostruzione storica della Sardegna in nome della tutela ambientale? Per saperne di più: http://ilpopoloshardana.blogspot.com/