La via del male di Grazia Deledda: primo passo verso un Nobel meritato o principio di un grande inganno? Esiste un tribunale permanente, incorporeo e senza tempo, affollato da fior di critici intenti a processare il Nobel per la Letteratura Grazia Deledda. Chi è questa donna? Una talentuosa ed originale scrittrice col merito di aver dato voce, cuore ed anima allo sconosciuto popolo di Barbagia o una dilettante fortunata rea d’aver creato un’immagine odiosa dell’isola? Io voglio parlar di Sardegna.

 

Voglio narrar storie e leggende di quest’isola crocevia di Popoli e Civiltà. L’isola dei Saraceni e dei Giudici, dei Doria e dei Malaspina. Così la giovane Grazia si  presenta nei volumi Leggende Sarde e Racconti Sardi. Una Deledda poco conosciuta e lontanissima dall’autrice che riceverà il Nobel (seconda donna ad ottenere questo onore) nel Dicembre 1926. Nata nel 1871 da una famiglia nuorese benestante approfondisce non solo la conoscenza della letteratura e dei movimenti in voga nell’epoca, come il naturalismo francese, ma si dedica con passione alla storia sarda ed a quella di Arborea, l’antico Stato indigeno sotto cui per la prima volta l’isola conosce i concetti di nazione e popolo.

 

Non a caso la giovane si dichiara seguace dell’opera di Enrico Costa. Questi è uno dei suoi primi modelli, un sassarese scrittore e giornalista che ha nella divulgazione della storia sarda la sua missione. Le ricerche della Deledda sono alimentate anche dalla pubblicistica sarda ottocentesca che, risoluta a rintracciare le antiche glorie dell’isola, riscopre un’ardente desiderio storicista. Gli esordi letterari hanno esiti modesti (Deledda ha quindici anni quando  pubblica la prima novella), ma qualunque lettore leale simpatizza con una giovane intenta a cercare sé stessa prima che uno stile narrativo. I contenuti sono preferibilmente leggende a sfondo storico o vicende paesane tramandate attorno al focolare, drammi d’amore o tragedie personali.

 

Si intuisce, al di là di personaggi poco elaborati e guidati da un ritmo narrativo traballante, una giovane piena di entusiasmo, decisa a dire qualcosa di importante, che dia lustro alla sua terra. Deledda è in quegli anni come un esploratore incerto che cambia spesso sentiero senza trovare uno sbocco. Presto giungono i primi romanzi e con essi si intravede la prima scossa di assestamento. Anime oneste e Fior di Sardegna, due titoli che da soli indicano la nuova via perseguita dalla ragazza, cioè comporre affreschi di luoghi e persone. Forse già consapevole delle difficoltà del romanzo storico, Grazia rivolge l’attenzione al mondo circostante e quotidiano.

 

I detrattori della Deledda dimenticano facilmente l’inconsistenza del romanzo popolare italiano e la torre d’avorio in cui la gran parte degli intellettuali si rifugia, componendo versi comprensibili a una sparuta élite. Da allora e fino al Novecento, ogni modello letterario da Capuana a Verga, da Deledda stessa fino a Svevo e al singolare caso di Salgari, sarà in massima parte frutto di un percorso personale. Un panorama ben diverso da Francia e Inghilterra, dove i variegati generi del romanzo hanno una sistematica e dei termini di paragone importanti, a cui altri possono attingere per costruire la propria originale idea di scrittura. Zola, Dumas, Conrad, Scott Deledda ha lo sguardo rivolto a quegli autori ed in Italia ha difficoltà a rapportarsi con colleghi che in gran parte la considerano rozza e illetterata. Eccezione di rilievo è Luigi Capuana, le cui esortazioni affettuose daranno forza e tenacia alla intraprendente scrittrice nuorese.

 

Nel 1896 arriva la svolta con La via del male, dove per la prima volta il talento deleddiano trova il canale espressivo perfetto. Pietro Benu, protagonista maschile del romanzo, è un giovane di misere origini che matura presto un tenace rancore verso la vita ed una parte della sua stessa famiglia. Si tratta dei suoi parenti ricchi, i quali non si distinguono da lui né per saggezza né per cultura, ma a causa del destino, che ha concentrato nelle loro mani la roba (i beni). La frustrazione di Pietro trasformerà l’amore per la cugina Maria in ossessione e al tempo stesso l’odio gli dà la forza per non arrendersi. Lotta, cambia la sua vita e riesce persino ad apprendere l’italiano, a viaggiare e superare in agiatezza e istruzione i superbi parenti. In un magico incontro fra Decadentismo e Verismo, La via del male è il romanzo storico (forse l’unico in senso stretto della produzione) a cui Deledda ambiva. L’introspezione psicologica è obiettiva e disinteressata, priva di intenti morali.

 

Personaggi vividi, un affresco che cattura la Nuoro del tempo, ormai immersa nell’Italia unita e nelle nuove occasioni di vita per i sardi, partiti in massa per cercar fortuna in Algeria. Dal 1990 in poi, la Mondadori ha ristampato diversi libri di Deledda tra cui La via del male. In appendice sono presentati due capitoli come scritti nel 1896, riveduti insieme ad altre parti del romanzo nel 1906, su consiglio del Capuana: miglioramento stilistico notevole, accompagnato dalla padronanza del  ritmo narrativo. Seguiranno romanzi di atmosfera intimista (come Cenere o l’autobiografico Cosima), noti per le descrizioni di paesaggi indimenticabili, collocando Deledda principalmente nel Decadentismo, senza rinunciare a qualche incursione nel Verismo. Né la svolta né il Nobel placano gli intellettuali a lei ostili. Giuseppe Dessì che stilisticamente le è debitore, le rimprovera di tratteggiare un volto immutabile e cupo dell’isola.

 

Il pessimismo deleddiano è palese, ma è evidente come non sia ricercato e forse nemmeno voluto. Grazia ha trovato la sua via, cioè scrive di ciò che conosce. A 85 anni dal Nobel, rispolveriamo quanto scritto in un saggio per aspiranti scrittori da un romanziere americano, inconsapevolmente  nominato difensore della Nobel: “Per me scrivere è seguire un’idea, un ricordo. Attorno a quest’immagine scavo e costruisco il mio romanzo, come un archeologo. Scrivete di ciò che conoscete e vi appartiene se volete fare questo mestiere.” Stephen King, On Writing (Sullo scrivere), 2000.