Se l’Isola diventa un mondo di maschere spassose, se anche il sole ci guarda stupito, se eleganti gallinelle bizantine fanno capolino tra contadini che vendemmiano, raccoglitrici di olive, venditori di formaggio e pescatori più arcigni di Sanpei, beh: forse stiamo guardando un quadro di Paolo Laconi. Il portabandiera del surrealismo etnico made in Sardinia.

 

Pittore cagliaritano autodidatta fiorito tra i tenui campi dell’acquerello, cittadino custode del seme prezioso dell’identità, l’artista si può annoverare di certo tra i più originali interpreti dell’essere sardi oggi: capace di inventare o reinventare per noi quella terra laboriosa, curiosa, divertente e divertita che ciascuno porta nel cuore. “Io ero un classico paesaggista, facevo scorci di Cagliari, marine, vedute della Sardegna – racconta Paolo – poi mi è venuta l’idea di studiare nuove formule pittoriche in stile, e sono approdato a raffigurazioni ispirate alle maschere dei mamuthones, che mi ricordano molto i tratti somatici tipici dei Sardi”.

 

L’artista – in mostra per tutta l’estate nelle gallerie Shardana di Palau, Immagine di Santa Teresa di Gallura e Cireddu di Muravera – ha iniziato a sperimentare questo genere di pittura circa dieci anni fa. La conferma che quella era la strada giusta è arrivata quattro anni or sono, quando la Tiscali gli ha commissionato due schede ricaricasa, in occasione di un meeting sul collezionismo a Rimini. Ma il trampolino di lancio vero e proprio, per Paolo è stato la manifestazione cagliaritana Pittori e Scultori in piazza del Carmine, che ancora oggi si ripete ogni terza domenica del mese sotto la guida attenta di Franco Sedda e Alberto Scalas.

 

“È stata una vetrina importantissima. I primi anni c’era un flusso di persone incredibile, la piazza era sempre piena, il gazebo con i miei lavori veniva regolarmente preso d’assalto”. Quelli di Paolo sono lavori eseguiti con colori acrilici su supporti rigidi, su un fondo materico di stucco e colla. L’artista gioca molto sugli effetti cromatici e sulle forme, cercando di stilizzare al massimo il contesto del paesaggio. Ed ecco un susseguirsi di immagini tratte dalla vita quotidiana del mondo agropastorale, rurale e tradizionale sardo: la mungitura, la raccolta delle olive, delle ciliegie, dei fichi d’india, la preparazione del pane, le processioni religiose, le corse a cavallo, il canto a tenore, la cottura di un porcetto; senza però dimenticare le giornate al mare, a pescare o sotto l’ombrellone. Infinite sfumature di una terra capace di rinnovarsi accogliendo l’eredità del passato.

 

“I miei sono personaggi per certi versi bizzarri, che trasmettono un’allegria e un fascino diversi, perché raccontano l’Isola in modo ironico, distante dalla classica rappresentazione stucchevole. Così provo a sdrammatizzare anche quelli che sono i nostri problemi”. Spesso bussano alla porta del pittore medici, farmacisti, avvocati, rappresentanti di commercio, dentisti che chiedono un lasciapassare per il mondo surreale degli uomini in berritta. Paolo non si tira mai indietro: ha interpretato le più svariate professioni, ha messo in scena battesimi e matrimoni, e dai bambini ai vecchi, non ce n’è uno che non porti in cara i segni dell’appartenenza al popolo sardo.

 

“Questo stile mi dà la possibilità di dipingere qualsiasi soggetto nella più grande libertà, senza mai perdere di vista le linee guida che ho deciso di seguire – dice Paolo, che aggiunge – Più di tutto mi piace raffigurare i costumi tradizionali, specialmente di Desulo, Aritzo, Atzara, Samugheo, che sono colorati e che quindi, stilizzati nell’opera, rendono moltissimo. Un altro protagonista dei miei quadri è l’asinello, uno dei simboli del nostro mondo antico”. Nel suo studio di piazza Michelangelo, Paolo lavora incessantemente, non tralasciando di portare le sue opere in giro per l’Isola in occasione delle varie rassegne artistiche. Sono tanti i premi che associazioni e istituzioni gli hanno conferito: “Ma i premi lasciamoli ad altri, se proprio vogliono prenderseli, a me interessa accontentare la gente. Io sento il giudizio del popolo, non tanto quello del critico, che tende a questo o quello stile. Addirittura alcuni esperti – in particolare un ex giornalista sardo di cui Paolo non fa il nome – in principio hanno bocciato il passaggio dall’acquerello al nuovo linguaggio, ma io sono andato avanti, perché vedevo in chi osservava i quadri un’emozione particolare, un’attrazione e una curiosità fuori dal comune”.

 

Il pittore ci tiene a fare una precisazione, un distinguo sul quel metodo espressivo che ormai l’ha caratterizzato e fatto conoscere al pubblico: “La mia arte non è naif, e non lo dico perché non lo consideri uno stile valido. Tutt’altro. Il naif nasce al di fuori da un’accademia e dà sfogo a impulsi pittorici spontanei, elementari. Qui invece c’è uno studio dietro, una ricerca continua, e perciò bisogna parlare di surrealismo etnico, magari caricaturale e un po’ fumettistico, ma per nulla naif. Sono dei mondi che vanno tra il sogno e la realtà, e io continuerò a farli finché vivrò. Poi più in là nasceranno nuove tendenze, nuove sperimentazioni, ma non abbandonerò mai quella che è stata la mia fortuna”.