Cizhu, inizio del 1900. L’entrata di Pumei è un ponticello in legno pericolante. Le macchine non possono entrare. All’orizzonte si vedono solo le montagne, le risaie e i contadini. Sia il cammino in pietra che conduce al villaggio sia la stele di accoglienza sono scritti in una lingua sconosciuta.La prima cosa che si vede all’ingresso del paese è la scuola museo di Nushu. Letteralmente, in cinese mandarino (hanyu, lingua degli han) significa scrittura delle donne. Non la inventarono, però, uomini han ma donne analfabete appartenenti alla minoranza etnica Yao.

 

Nella contea di Jiangyong, nella provincia meridionale dell’Hunan, non si sa neanche quanto tempo fa le donne iniziarono a scrivere, parlare e cantare in una lingua creata solo per loro. Dopo la morte, quattro anni fa, dell’ultima autrice in nushu, Yang Huanyi, quest’importante eredità culturale parrebbe destinata a sparire. Solo il recente interesse del mondo accademico lascia aperta la speranza a un suo futuro.

 

 

In piedi davanti all’ingresso della scuola museo, la professoressa Fu, 45 anni, fa lezione a due ragazze. Fu è la nipote di Gao Yinxian, una delle più famose scrittrici di nushu. In sintonia con la tradizione, è stata la nonna a insegnare il nushu alla nipote, quando era ancora una bambina. Tra i 30 studenti della professoressa Fu c’è anche sua figlia, Tang Li Ying, 20 anni. Nella scuola si impartiscono lezioni di ascolo, scrittura e, soprattutto, canto – chiamato nuge, canto delle donne. Il nushu è in primo luogo una lingua che le donne cantavano nelle lunghe ore passare davanti al telaio, per distrarsi e consolarsi dell’amaro destino che le aveva fatto nascere donne in una società confuciana e, pertanto, maschilista.

 

La proibizione dell’uso della lingua delle donne da parte di Mao ha significato la perdita di quasi tutti i testi: molte delle donne che lo parlavano e scrivevano lo dimenticarono. Inoltre, dato che la tradizione voleva che alla morte dell’autrice venissero bruciati i suoi scritti, risulta oggi estremamente difficile stabilire l’origine della lingua.

 

Davanti alla mancanza di prove abbondano le teorie. Da quello che individuano l’origine degli oracoli rinvenuti in ossa e dorsi di tartaruga – che risalgono a più di 2000 anni fa – fino a quelle che iscrivono lo sviluppo del nushu all’interno di un sistema matrilineare (matriarcale) anticamente forte in alcune zone del sud del paese. Tra le varie ipotesi ce n’è una che, anche se non corrispondesse alla realtà, riflette pienamente lo spirito, di lamento, dei testi che sono sopravissuti.

 

È una leggenda della contea di Jiangyong secondo la quale l’inventrice sarebbe Hu Yuxie, scelta come concubina dall’imperatore non per la sua bellezza ma per il suo talento letterario. Triste y sola, Hu attorno all’anno 1100 avrebbe inventato il nushu per poter scrivere alla famiglia senza che i censori del Palazzo potessero capire il significato delle sue parole. I testi delle sue lettere avevano senso solo se cantate nel dialetto di Jiangyong.

 

Il nushu non assomiglia alla lingua degli “han” né nella forma né nella sostanza.

 

Mentre il cinese ufficiale identifica un ideogramma con un significato, il nushu rappresenta sia suoni sia concetti. La lingua delel donne si compone di 2000 caratteri di forma romboidale – e non quadrati come i cinesi – che si leggono da destra a sinistra e in grande maggioranza sono versi (probabilmente per necessità ritmiche legate al canto).

 

Diari intimi, poesie, racconti che acquisiscono un significato speciale all’interno della tradizione del Jiebai Zimei, il giuramento di fratellanza che univa le donne di queste zone con legami che arrivavano ad essere più forti di quelli familiari. Secondo la tradizione le donne, dopo il matrimonio, dovevano trasferirsi nel paese del marito. Tre giorni dopo le nozze le giovani ricevevano dalla madre e dalle amiche il San Zhao Shu (il libro del terzo giorno). Nelle prime pagine vi trovavano parole – in nushu, solo per loro – di auguri e tristezza per la partenza, mentre le altre erano in bianco, perché fossero loro a scrivere. I diari di autrici come Yi Nian Hua, Yang Huan Yi e Gao Yin Xian (le tre sono morte pochi anni fa) rappresentano fonti imprescindibili per gli studiosi.

 

Se l’insegnamento del cinese ufficiale è stato, fino a metà del secolo scorso, proibito alle donne, in teoria niente impediva agli uomini di imparare il nushu.“Nonostante spesso si dica il contrario, la lingua delle donne non aveva niente di segreto per gli uomini di Jiangyong”, spiega Zhao Liming, professoressa di Nushu dell’Università Tsinghua di Pechino e una delle studiose più riconosciute sull’argomento. “Abbiamo prove del fatto che alcuni contadini, che non parlavano né scrivevano la lingua degli han, impararono il nushu dalle loro mogli”.

 

Nella contea di Jiangyong si parlano tre dialetti diversi, oltre al mandarino e al nushu.

 

“Semplicemente in generale agli uomini non interessava la lingua in cui sentivano cantare le donne e quelli tra loro che andavano a scuola si accontentavano del mandarino”, afferma Zhao.

 

Anche se negli anni ’50 l’allora ventenne Zhou Shuovi, impiegato del dipartimento culturale della contea di Jiangyong, aveva riportato alle autorità pechinesi la scoperta della lingua delle donne, è solo a partire dagli anni ’80 che si è iniziato a prendere in considerazione il nushu come fonte di studio. Il materiale che Zhou aveva trovato durante la Rivoluzione Culturale è stato bruciato dalle Guardie Rosse. Il nushu veniva proibito e, contemporaneamente, cambiava la vita delle donne in Cina.

 

“Non è stata solo la proibizione ma anche il ruolo voluto per le donne dal partito comunista che ha fatto si che si perdesse il nushu”, ritiene la professoressa Zhao. “Prima le donne dovevano solo tessere e confezionare i vestiti, ora devono lavorare nei campi e non hanno più tempo libero”.

 

Nel 1982 Zhou Shuoyi era già tornato alle sue ricerche sul nushu. Nel frattempo lo studente cinese Gong Zhebing faceva la sua scoperta parallela – dopo aver studiato sul campo la minoranza etnica Yao – dando così il via alla conoscenza e studio del nushu. Nella scuola di Pumei la professoressa Fu ha 30 alunne per corso annuale. Nell’Università Tsinghua – dove lo studio del nushu risale a soli due anni fa – la professoressa Zhao Liming ha tra i 40 e gli 80 alunni per corso. Gli studenti sono sia uomini sia donne. Tra gli stranieri vi sono giapponei, coreani e malesi.

 

Zhou Shuoyi è morto qualche anno fa. La sua storia la racconta un altro uomo, Zhou Shan, 42 anni di Jiangyong, un impiegato dell’ufficio delle imposte che ha ereditato la passione per il nushu dalla madre. Zhou Shuoyi è stato suo professore 15 anni fa, nella scuola di Pumei. Nella parete del salone di casa dell’alunno Zhou sono appesi ventagli ingialliti con scritte in nushu. Nella libreria sono riposti i quaranta libri di racconti in nushu scritti da lui. Sono quasi tutti in rima, perché si possano cantare.