Ore due del mattino. L’appuntamento è al porto di Santa Teresa Gallura. È buio pesto. La vigilia della partenza si presenta un po’ fredda ma basta un giubbino per alleviare la leggera brezza.

 

La motobarca “Sampei” ha ancora i motori spenti. Vincenzo e Franco, i due proprietari, stanno organizzando l’uscita. Controllo generale del motore, olio,  carburante, reti, strumenti di bordo. È un mestiere cha fanno ormai da tanti anni. Ci credono.

 

Da qualche tempo l’ultima frontiera è la “pescaturismo”, ovvero offrire un modo estremamente interessante di vivere il mare, le emozioni e l’avventura  che si fondono permeando un’intera giornata di fascino, tradizioni e cultura. E pare che l’idea piaccia molto. La tipologia del pescato varia a seconda dei sistemi di pesca utilizzati. Si potrà anche assistere alla pulizia delle reti ed eventualmente alla loro nuova calata in mare.

 

Non potevano pensare che la loro professione un giorno sarebbe diventata anche un’attrazione turistica. Eppure quel posizionare la rete, tirare in barca i pesci, riconoscerli, districarli dalle maglie e pulirli, è un’arte ormai in via d’estinzione.

 

Franco e Vincenzo indossano una cerata dai colori sgargianti. Fanno parte della Cooperativa di pescatori di Santa Teresa. Mi raccontano, con poche parole e un gallurese schietto, della fatica del loro lavoro e della lotta continua con la Regione per il fermo biologico che a sentir loro serve a ben poco.

 

Verso le due e mezza è tutto pronto. L’avventura ha inizio, si parte. Vengono mollati gli ormeggi rotta verso Ovest.Vincenzo e Franco si scambiano due battute. Si parla del meteo che ha previsto tempo buono. Pescare significa combattere con molte incognite, dalle variabili meteorologiche e marine all’imprevedibilità del risultato finale, per non parlare della concorrenza. “Il mare è coperto”, dicono i pescatori: non si sa cosa si può trovare sotto. Chi decide l’esito della pesca non è il tempo, ma le correnti.

 

Davanti a noi un mare color cobalto si presenta calmo, increspato qua e là da una leggerissima brezza di levante. La notte è limpida e la visibilità ottima. Franco ne approfitta e prepara il caffè. La navigazione procede tranquilla. Il silenzio del mare viene interrotto solo dal nostro motore e dalla prua che scivola nell’acqua. Nella cabina i due pescatori si alternano al timone. Ogni tanto l’occhio cade sul radar a fosfori verdi. Tutto tranquillo, tutto nella norma. Un mestiere antico che chiede aiuto alla tecnologia. GPS e ecoscandaglio sono la manna dal cielo.

 

Gli scogli granitici della costa fanno da contorno ad un orizzonte poco visibile ad occhio nudo. Poi una luce. È il faro di Capo testa, l’intermittenza che ci segnala la rotta giusta. Dopo circa un’ora e mezzo di navigazione sul lato occidentale dell’isola si arriva al punto esatto. È ancora buio. Si può iniziare la calata in mare delle reti. I motori non vengono fermati. Franco si posiziona sull’estrema prua dell’imbarcazione e Vincenzo nell’estremo opposto. E le reti in mezzo che passano da una mano all’altra e finiscono in mare.

 

Reti da posta, lasciate in mare in attesa che il pesce nei suoi movimenti vi incappi e vi resti imprigionato. Una pesca antica che nel tempo è cambiata ben poco. In un’ora le reti sono tutte in acqua. Mestiere duro, ma che i più cocciuti non possono abbandonare per non abbandonare il loro elemento vitale: il mare. Ora si deve solo aspettare l’alba, quando con la luce del primo mattino si farà l’operazione opposta, ovvero tirarle su e sperare che l’uscita sia ricompensata da una buona pesca. È questa la vita degli uomini di mare che lavorano tutto l’anno, fermo biologico permettendo.

 

Le prime luci arrivano puntuali, così come i gabbiani che seguono la barca in cerca di cibo. Ad un tratto, osservando l’orizzonte, mi accorgo che non siamo soli. Altre barche che con l’oscurità non avevo potuto vedere sono ora apparse d’improvviso. È una zona un po’ affollata. Quella che era una sensazione di solitudine dovuta al buio della notte viene di colpo a mancare.

 

Un’altra oretta per tirare su le reti con il verricello. Franco a prua e Vincenzo a poppa, e via mentre albeggia. Poi, con la luce del giorno, la ripulitura delle reti e la separazione del pescato. Un rito tutto manuale, tutto con movimenti meccanici. Verso le 10 la pesca è praticamente conclusa. I due pescatori non sembrano molto soddisfatti della resa anche se le cassette piene sono una decina.

 

C’è un po’ di tutto. Due calcoli veloci, divisione dei pesci per specie, poi si rimette in moto la “Sampei” e si fa rotta verso casa.  Un’altra giornata di lavoro è passata. Stile di vita per certi versi anacronistico, a costante ed intimo contatto con la distesa blu e tutto ciò che comporta. Non è semplice passare le notti in mezzo al mare a bordo di una imbarcazione non certo a cinque stelle. E pensare che per loro il dondolio del mare, la luce dell’alba che si riflette sull’acqua e sulle squame d’argento dei pesci, il silenzio e il fruscio delle onde, sono l’abitudine.