Il vento di rivolta che ha interessato la Tunisia negli ultimi mesi ha avuto un clamore inaspettato sia per la casualità dell’evento sia per il fatto che nessuno potesse prevederne la portata e determinarne le conseguenze. È stato bello esserci e poter osservare dall’interno quello che stava accadendo. Sono stati giovani, uomini e donne che dopo 23 anni di dittatura velata e di controllo spietato di ogni aspetto della società, sono riusciti a rovesciare uno dei regimi più solidamente protetti dall’Occidente.

Il prestigio politico della Tunisia era basato sulla lotta all’integralismo islamico, motivo per il quale Ben Ali negli anni 80-90 uccise, perseguitò, torturò ed imprigionò gli esponenti del partito islamico, attualmente ritornato in auge con il rientro del leader di allora, Rachid Ghannouchi, in esilio per vent’anni a Londra, e guadagnò le simpatie delle potenze occidentali, tra cui l’Italia. Un altro aspetto caratterizzante della Tunisia era rappresentato dall’elevato livello di sicurezza del Paese che risultava invidiabile anche alle potenze occidentali e che ha attratto gli investimenti stranieri. Il ‘merito’ di Ben Ali é stato quello di aver creato un gap impressionante tra la realtà interna del Paese e la percezione dello stesso all’estero. Sicuramente ha potuto farlo perché aiutato dalle potenze occidentali che hanno sempre promosso e sostenuto la Tunisia da un punto di vista turistico e culturalmente vicino all’Europa piuttosto che soffermarsi sul rispetto dei diritti umani e delle libertà dell’individuo.

Cosa è successo esattamente? La forza di questa rivoluzione e forse di tutte le rivoluzioni è stata la solidarietà di piazza e l’obiettivo comune della popolazione. Tutta la Tunisia era determinata e decisa a liberarsi da Ben Ali. Senza se e senza ma. Senza pensare a cosa sarebbe accaduto, in quei giorni esisteva soltanto l’imperativo categorivo del presente e il bisogno ormai imminente di libertà. Liberazione da un regime autoritario e corrotto, da uno stato di polizia in cui comandavano soltanto gli ordini e la violenza, l’imposizione e il controllo, dalla disoccupazione in aumento, dalla mancanza di prospettive per i giovani, dalla mancanza di libertà, dalla disinformazione, da un sistema familiare mafioso che in 23 anni di governo si è impossessato di tutti i beni della Tunisia (a differenza di Algeria e Libia, non ha risorse minerarie) a discapito della sua stessa popolazione e dell’avanzamento di tutto il Paese.

 

Tutti i servizi, dalla gestione del parcheggio dell’aeroporto alle imprese di pulizie fino all’organizzazione dei pellegrinaggi a La Mecca al contrabbando di droga, macchine, sigarette erano monopolio unico e incontestato della famiglia presidenziale.

Quel che succederà adesso è difficile dirlo: ci sono ancora molte incognite e sfide da affrontare. Innanzitutto si deve cercare di lavorare sulla stabilità del Paese soprattutto in termini di sicurezza, per poter riconquistare quel prestigio che attirava molti imprenditori e turisti in Tunisia. Va considerato, inoltre, che la Tunisia dovrà affrontare delle difficoltà macroeconomiche notevoli: il Paese è attualmente soggetto a forti pressioni sociali la cui soluzione avrà costi rilevanti, cosí come andranno affrontati i danni che la crisi politica ed economica apporterà al settore turistico. Intanto, la Costituzione è già in fase di revisione. Sono state individuate e saranno penalmente punite le persone coinvolte negli affari dell’RCD. I nuovi partiti politici, costituitisi subito dopo la caduta di Ben Ali, stanno ricevendo il riconoscimento ufficiale del Ministero dell’Interno. Stanno nascendo le prime ong, think thank, associazioni e libere del post-rivoluzione.

L’impressione è quella di un Paese che per la prima volta si trova ad affrontare da solo delle questioni civili e sociali che ne determineranno le caratteristiche del futuro, prima fra tutte la possibilità di conciliare laicità e islam in una società in cui, nonostante l’infuenza della modernità, l’islam radicale (con annesso burqa) rappresenta un aspetto importante delle mille sfaccettature del vivere l’islam quotidianamente.

 

Finalmente la gente cammina spensieratamente in strada, si può cantare, gridare, riunirsi liberamente e soprattutto parlare senza essere aggrediti o minacciati da poliziotti corrotti che sembrano aver imparato a comunicare all’indomani della rivoluzione. Quello che mi colpisce e mi aveva colpito fin dalla dipartita di Ben Ali, è l’aumento del velo nelle donne, soprattutto giovani. 

 

È vero che durante il regime, dato che il presidente era protetto dall’Europa per la sua esplicita lotta all’islam radicale, le donne che indossavano il velo venivano derise, vessate e offese dalla polizia oltre a non aver la possibilità di accedere a buoni posti di lavoro pubblici. Nonostante questo però non so ancora come interpretare questo ritorno al velo. Potrebbe essere ritrovata libertà di espressione, appartenenza dichiarata ad una religione, radicalizzazione contro un modello occidentale la cui ingerenza non è mai stata temuta quanto in questo momento oppure un ritorno all’islam radicale, incubo dell’occidente. Il numero dei partiti cresce quasi di giorno in giorno, attualmente sono 49.