Col tramonto nel cuore e l’alba negli occhi. Per Andrea, col suo vento nelle vele, per arrivare lontano. E con la voce di Beppe, con gioia e per merito – Pure se non sta mai fermo, svela Gigi Camedda – cittadino novello del pianeta Tazenda. Lo storico gruppo sardo risplende, più brillante che mai, nel cielo della musica. Il trio è rifiorito col nuovo, intenso lavoro: Vida, e già calca le tappe del tour, macinando chilometri tra l’Isola e il Continente.  “Siamo in giro con uno spettacolo forte, all’altezza dell’album – annuncia grintosissimo Gigi -. Molti puntano tutto sul disco, noi ci siamo sempre considerati animali da palco. Ci ispiriamo cambiando”. Mentre Gigi rimette mano alla tastiera, per provare ancora la versione live di Sa fiza ’e su re, il chitarrista Gino Marielli si offre di sottostare al terzo grado di Làcanas.

Ci racconti Vida?

È composto da sette inediti – i primi sette brani – e da un best off di cinque pezzi storici rimasterizzati, tra cui un duetto virtuale tra Beppe Dettori e Andrea Parodi in Non poto reposare.

– Nel singolo Domo mia, che è anche il pezzo d’apertura dell’album, cantate con Eros Ramazzotti. Com’è avvenuto l’incontro?

L’album è uscito per la Radiorama, la sua etichetta. Una volta registrato e giunto in fase di edizione – 5 o 6 mila copie erano già state stampate – a Eros è venuto il ghiribizzo di cantare con noi. Gli è talmente piaciuta la canzone Domo mia che non ha rinunciato a duettare con Beppe, che l’ha aiutato anche nella pronuncia sarda.

– Come sta andando il disco?

Benissimo, già da subito. Questa collaborazione ci dà una grande spinta, c’è stato un movimento enorme in internet. Abbiamo incuriosito i fans di Eros: da tutto il mondo entrano nel sito, ci scrivono, acquistano l’album. Forse si può parlare di fortuna, ma eravamo preparati: siamo riusciti a sfruttare al meglio questa opportunità.

Già si parla di un nuovo corso per il gruppo…

Forse perché negli ultimi anni siamo stati un po’ indecisi. Abbiamo oscillato tra etno folk di nicchia e pop. Non dimentichiamoci che noi nasciamo con gente come Morandi e Bertoli. Ora vogliamo decisamente puntare sul pop, con canzoni da tre o quattro minuti che abbiano una presa immediata, per cavalcare quell’interesse che da troppo tempo manca su di noi. Sarà questo il nuovo corso. C’è stato un piccolo pregiudizio verso i Tazenda, dopo l’abbandono di Andrea. Nel 2005 siamo usciti con Bum-Ba!!!, ma in pochissimi l’hanno voluto ascoltare. È mancata la spinta esterna, la presenza in radio. Con Vida questo non succede. Le radio lo danno continuamente.

Italiano e sardo nell’album rispondono a necessità di comunicazione differenti?

L’italiano è la lingua del pop. Un brano come La ricerca di te, di stampo battiatiano, sarebbe stato un errore farlo in sardo: quando c’è bisogno di far capire un testo a molte persone, anche al di fuori dell’Isola, è necessario utilizzare l’italiano. Quando al contrario la melodia è la vera anima della canzone preferiamo l’armonia e i suoni del sardo. In noi si è assopita la voglia di portare alla ribalta veri e propri manifesti sociali come Mamoiada o Pitzinnos in sa gherra, ed è nata l’esigenza di comporre testi introspettivi, universali. Oggi i guai del mondo li discutiamo di persona. Nelle canzoni, invece, indaghiamo l’interiorità. Per costruire un mondo migliore pensiamo sia giusto lavorare su noi stessi. Operando su te stesso produrrai cose buone per la società. Più che con le ideologie che vorrebbero cambiarla. Il mondo non si sposta, l’abbiamo capito: allora proviamo ad aggirarlo.

In Vida c’è un pensiero per Andrea…

Ce ne sono mille, forse anche inconsci. Per decidere il titolo, abbiamo setacciato le parole più frequenti nei testi: universo, cosmo, vida. La scelta è ricaduta su Vida, che era breve e comunicativa. Subito c’è venuto in mente Andrea. Il suo ultimo periodo, come artista e come uomo, è stato un inno alla vita. E allora quest’album è per lui: è il nostro The show must go on. Anche se il gruppo non si sarebbe ricomposto, se Andrea fosse rimasto qualcosa insieme l’avremmo fatta: magari un disco inedito. Perciò non è stato semplice il periodo scorso. Volevamo abbandonare. Poi, quando è comparso Beppe, che era un osservato speciale già da tempo, abbiamo scelto di riprovare alla grande. Ci siamo risvegliati da cellula dormiente, come i Kamikaze.

Come vedi la situazione artistica sarda?

– Noi, Piero Marras, i Bertas siamo colpevoli di aver sdoganato troppo il pop sardo. Abbiamo reso facile quella via. Oggi prendi qualsiasi musica, ci mischi un po’ di cose sardeggianti, crei una sorta di cartolina e vai sul mercato. Ma qualità non ce n’è: solo piccole idee senza profondità. A un certo punto, pur essendo stati tra i primi a battere un genere, ci siamo sentiti parte del minestrone. Speriamo che venga fuori qualche giovane con le palle, che sbaragli tutta questa musica da bancarella.

-Qual è stato l’anno migliore per i Tazenda?

Penso il ’90, quando abbiamo vinto Gran Premio di Pippo Baudo. In poco tempo siamo passati a fare da due date a novanta. Forse è stato ancora più bello di Sanremo.

Il nome del gruppo l’avete preso da Asimov. Cosa leggete di solito?

Io mi attesto intorno ai cento libri l’anno, anche Gigi è un vero appassionato. Quando stavamo mettendo su la band ero immerso nella Trilogia della fondazione. Prestai Crollo della galassia centrale a Gigi. Lui trovò questa parola curiosa: Tazenda, che divenne il nostro nome provvisorio, talmente provvisorio che dopo vent’anni ce l’abbiamo ancora. Di recente ho divorato non so più quanti libri sulla Pnl, branca della moderna psicologia americana. Ora alterno Gurdjieff, maestro spirituale russo, ai sufi. Il sufismo è il cuore mistico dell’Islam. Ci sono arrivato dopo Bibbia e Corano, ma non è una questione di conversione, è solo la ricerca di una metodologia di vita.

E della situazione sociale sarda che pensi?

Che c’è paura di emergere, di fare il decollo economico. Mi viene in mente la proposta di ospitare il G8 alla Maddalena. Prima, da pseudo no-global, ho detto: che rottura! Ma ripensandoci mi son fatto: val la pena partecipare, in modo critico ma propositivo. L’Isola è così bella, spero che i nostri figli possano conoscerla intatta: ci vorrebbe una classe politica giovane e onesta, che promuovesse lo sviluppo e il benessere senza rovinarla. Il mio sogno è vedere la Sardegna al centro del mondo.