Esiste un villaggio, nel cuore del Sinis di Cabras, in cui ogni anno a fine estate antiche e potenti energie si risvegliano. Immerso, quasi perduto in quella vasta pianura che è il Sinis, il cartello indicante il villaggio San Salvatore si incontra quasi per caso e introduce in una stretta stradina bianca.

 

Per chi è in zona alla ricerca di spiagge o luoghi più vacanzieri scegliere di percorrere quella stradina diventa un caso o forse una ricerca di qualcosa di nuovo. E non c’è errore in quella scelta.

 

È certamente un luogo inconsueto e inopinato che appare improvviso come un sogno.
San Salvatore è costituito da un centinaio di casette molto piccole, umili, rurali (cumbessìas), che si stringono a formare un quadrilatero irregolare attorno alla chiesa centrale anch’essa semplice e piccolissima, costruita in blocchi squadrati di arenaria. Percorso da stradine bianche transitabili solamente a piedi, il villaggio possiede un aspetto abbandonato perché effettivamente rimane disabitato per tutto l’anno tranne durante la settimana dei festeggiamenti per San Salvatore in cui l’apoteosi viene raggiunta con la corsa degli scalzi.

 

La settimana che precede la prima domenica di Settembre si prepara la festa. Gli abitanti della vicina cittadina di Cabras (a cui il villaggio appartiene) arrivano ad abitare le cumbessìas. All’ingresso di ciascuna cumbessìa vengono legate delle fronde di alloro, le porte tenute sempre aperte fanno intravedere i colori degli interni e la vita delle persone che li abitano. San Salvatore viene trasformato, acquista vita propria e parla un linguaggio nuovo fatto di colori e profumi percepiti e condivisi da abitanti e visitatori. La festa viene preparata con preghiere e raccoglimento e tutto, nello sperduto villaggio, diventa intenso e lento.

 

Ogni anno, all’alba del sabato che precede la prima domenica di Settembre, gli uomini di Cabras e Solanas si preparano per il loro compito: raggiungere il villaggio con il piccolo simulacro di San Salvatore conservato durante l’anno nella chiesa grande dedicata all’Assunta, a Cabras. Raggiungeranno il villaggio a piedi scalzi, in corsa, vestiti con una semplice tunica bianca.

 

Prima che l’alba rischiari il cielo centinaia di uomini indossano s’àbbidu. Lo fanno in silenzio, ciascuno solo con se stesso. Nel momento in cui la tunica viene indossata e benedetta dal sacerdote l’uomo è perso. È diventato curridore e non c’è altro al di fuori di questo. Il simulacro di San Salvatore viene portato fuori dalla chiesa dell’Assunta e sembra quasi galleggiare su un mare bianco. Le centinaia di tuniche candide dei curridores rischiarano l’alba e dànno una luce strana, innaturale e mistica. In corsa e scalzi i curridores percorreranno i sette chilometri che separano Cabras dal villaggio e restituiscono San Salvatore al suo villaggio. È una corsa veloce e unica, che lascia impronte profonda in chi la vive.

 

Non è un momento folcloristico perché nel folclore c’è una componente che si prepara e si condivide con gli altri. Non c’è questa intenzione nella corsa. Nessun corridore condivide niente con nessuno, è un momento intimo che ciascuno vive da solo e questa unicità che contraddistingue il momento di ciascuno, proprio perché cosi’ raccolto e sentito, diventa condivisione per tutti .

 

Nel momento in cui il Santo arriva nel villaggio si apre la festa grande, che è una festa soprattutto pagana, i curridores si svestono del loro abito che indosseranno l’indomani per il rientro in paese. La festa ha il profumo dei muggini arrosto, il sapore dolce della vernaccia e la musica delle launeddas che invitano a ballare con i corpi legati in abbracci stretti.

 

La domenica pomeriggio gli stessi uomini si preparano, per la corsa del rientro, all’interno delle cumbessias o nelle stradine del villaggio. Si spogliano dei loro abiti, del loro quotidiano e indossando la tunica sono già distanti da tutto il contesto che li circonda, dai loro parenti, dal villaggio, dalla festa. Dimentichi di tutto hanno altri occhi e un altro viso. Sono pronti a ripercorrere la strada chiamata il cammino del Santo. A restituire il simulacro di San Salvatore alla chiesa dell’Assunta.

 

Si racconta che lo facciano per ricordare che tanti anni fa, quando i Saraceni invadevano le coste dell’Oristanese, un gruppo di uomini o forse donne cercarono di portarsi in salvo e con il simulacro del piccolo Santo cercarono rifugio forse all’interno dell’ipogeo del villaggio. Durante la corsa si sollevò un enorme polverone e i Saraceni credendo che andasse loro incontro un grande esercito cambiarono rotta per non tornare mai più.
È davvero solo una forma di ringraziamento per un fatto forse mai accaduto che spinge sempre più uomini ad indossare l’abito ogni anno? Oppure, se esiste qualcos’altro, quanto è antica la forza che li spinge? Da dove arriva il richiamo misterioso che li chiama alla corsa?

 

Perché un villaggio così modesto, umile, quasi anonimo può coinvolgere tanto chi lo visita? Perché chi assiste alla corsa ne viene totalmente coinvolto, investito, diventando una cosa sola con i curridores? Da dove arriva quell’energia che i curridores portano, che penetra e lava, da cui difficilmente ci si ritrova uguali.

 

Forse le risposte hanno origini nascoste. La chiesa intitolata a Gesù Salvatore, posta al centro del villaggio, sorge alla fine del 1600 sull’area di un santuario ipogeico che aveva svolto sino ad allora la funzione vera di luogo di culto sotterraneo. Al di sotto di un’apertura a botola posta sulla navata sinistra dell’attuale chiesa si accede mediante una ripida scala all’ambiente sotterraneo. L’ipogeo è costituito da un lungo corridoio su cui si aprono due stanze quadrate laterali, in testa al corridoio un ambiente circolare con un pozzo e illuminato dall’alto per mezzo di un pozzetto di areazione.

 

L’acqua del pozzo è considerata medicale e costituisce il punto di partenza di un culto con antiche radici. Da questo ambiente circolare si accede a due ambienti laterali rettangolari e ad uno frontale semicircolare con due pozzetti di areazione e un altare che prova l’utilizzo cristiano del sotterraneo adibito, forse nel IV secolo, come battistero. Pur non negando l’uso cristiano del sito gli studiosi negano l’origine cristiana dell’edificio. L’ipogeo di San Salvatore ha origini che affondano radici in culti ben più lontani, pagani, che hanno il loro fulcro attorno all’antico pozzo: il ritrovamento nel suo interno di un betilo di ambito nuragico quasi certamente non più visibile al tempo dell’edificazione dell’ipogeo in età tardo-romana diventa traccia indelebile del passaggio di antiche genti.

 

Uomini che arrivavano da Paesi lontani, che avevano lingue e culture diversi, avevano scelto quel luogo per innalzare al cielo le loro preghiere. Sulle pareti dell’ipogeo affollate di immagini e segni di scrittura trasudano silenziose invocazioni e sussurri in lingue incomprensibili. Lettere in latino, raffigurazioni di antichi vascelli, un intero alfabetario greco dalle lettere chiare e regolari (la cui presenza in un paese dove si parlava e si scriveva in latino richiama il valore magico e sacrale dell’alfabeto). Un lungo testo arabo che contiene un’invocazione forte per Dio misericordioso e clemente. Immagini di aurighi, animali, cavalli in corsa e alati, pantere e un pesce.

 

L’immagine di Venere. Secondo Apuleio Venere ha capacità di maga e oltre a essere dea della magia conserva anche uno stretto rapporto con l’acqua, da cui nasce. La bella immagine della dea vuole forse confermare la teoria di Doro Levi che individua nell’ipogeo un santuario pagano incentrato sul culto delle acque. L’acqua salutare, terapeutica, magica. E quell’antico monogramma. RVF. Tracciato otto volte da mani diverse e in momenti storici differenti.

 

Otto volte, ancora visibili in diversi punti dell’ipogeo. RVF: salvare, guarire, dare salute.  Attraverso i secoli quell’invocazione graffiata profondamente sui muri arriva a noi decisa e potente: guarire, dare salute…. SALVARE.

 

E l’immagine di Ercole, dio delle molte fatiche e divinità salutifera: Eracle Sotèr, il salvatore. Immediatamente a destra della porta d’ingresso l’immagine di Ercole che strozza il leone Nemeo. Sotèr.

 

Sotèr, il Salvatore. E i cristiani che intitolano una chiesa e un villaggio a Gesù Salvatore. SALVARE, guarire, dare salute. E i Cabraresi che lo portano con una corsa faticosa e tenace inneggiando forte evviva il Santo Salvatore rispondono forse a questi antichi richiami?

 

Esiste un villaggio, nel cuore del Sinis di Cabras, da cui si srotola un filo invisibile e continuo che ha legato attraverso i secoli uomini, culture e culti diversi che sono diventati uno solo, ancora vivo, unico e uguale per tutti, ai  margini di un pozzo millenario.