Appena varcata “la porta del Castello”, ingresso principale del vecchio borgo di Sanluri, si prova  una sensazione magica: quella di essere proiettati in un’altra dimensione temporale. C’è un sapore d’antico tra i viottoli in acciottolato che disegnano scorci ricchi di storia, dense atmosfere da amarcord nel rivedere, come un film in bianco e nero, antichi mestieri che resistono  al tempo che scorre, altri che inesorabilmente sono scomparsi.

 

Fa tenerezza imbattersi nell’austera figura de “su bandidori”, ricomparsa dall’oblìo, che sembra quasi voler annunciare agli abitanti del Borgo l’inizio della festa: la rinascita  di una comunità contadina che si apre a “sos istranzos” con un atavico senso dell’ospitalità.

 

Merito della Pro-Loco di Sanluri, che da 12 anni promuove  la manifestazione con la collaborazione degli abitanti del centro storico e il prezioso contributo di Comune, Regione Sarda, Provincia del Medio Campidano, Fondazione del Banco di Sardegna, Consorzio Industriale di Villacidro e Tiscali. “La presenza di oltre 6000 visitatori – spiega il presidente della Pro-Loco Antonello Porcedda – dimostra come l’intento della manifestazione, quello di far assaporare  ai forestieri i momenti di vita del nostro Borgo antico, continua ad essere l’elemento trainante della festa”.

 

E così, in un caldo pomeriggio di fine settembre, i sensi incantati dei visitatori fanno un tuffo nel Medioevo, quasi rapìti dalle possenti mura del Castello Giudicale Villasanta di Sanluri, costruito nel 1355.  Attorno allo splendido  giardino si snodano, come un filo sottile,  oggetti e figure che raccontano storie di guerra: una catapulta del XII secolo perfettamente ricostruita,  un fabbro che forgia con invidiabile maestria le taglienti spade,  abili arcieri  che offrono una dimostrazione di tiro con l’arco. Ma c’è l’angolo della vita quotidiana, lontano dal triste scenario guerresco:  uomini e donne in costume d’epoca servono ai visitatori minestra di ceci e castagne, secondo una tipica ricetta medievale.

 

Poi, come una magìa,  fuori dalle mura del Castello, la vita del Borgo ritrova il fascino della cultura contadina, in un atmosfera di mille colori. Un ballo sardo si snoda nel piazzale della trecentesca chiesa di San Lorenzo e  intorno al tempio, tra is cumbessias, un tessitore di erbe lacustri manda a memoria le sue agili mani che modellano cestini, panieri e canestri. La festa entra nel vivo con l’inconfondibile tocco degli scalpellini e le figure di ricamatrici, sarti, calzolai,  arrotini, carrettoneris, scannaius, mentre nell’aria si espande un inebriante fragranza, quella del pane appena sfornato.

 

A Sanluri, il culto della panificazione è sempre vivo, un raggio di sole che alimenta la vita del Borgo. E così, in rapida successione, è possibile ammirare l’intero processo di lavorazione del “civraxiu”, dalla spiga fino al pane; come se  uno scrigno carico di segreti tramandati di madre in figlia si aprisse all’improvviso per regalarci un tesoro. Il frutto della madre terra offerto a tutti i suoi figli. E nello splendente pomeriggio autunnale, nel Borgo si festeggia un altro rito ancestrale, “sa binnenna”, che viene rievocata  utilizzando antichi strumenti  e ottenendo il mosto grazie alla pressatura dell’uva a piedi nudi. Le case abbellite dai suggestivi portali sembrano ammantarsi di una vitalità nuova: al loro interno si lavora il formaggio, si riparano oggetti in terracotta (curiosa la figura de s’acconciacossu) mentre due donne  sanluresi, con minuziosa abilità mostrano alcune fasi della lavorazione della lana.

 

Assunta Campanile,  con morbidi tocchi delle mani districa le fibre per renderla voluminosa (“sa cramiadura”) e Laura Spada con “su fusu e sa cannuga”  inizia la delicata fase de “sa filadura”.  Occhi rapìti dalla curiosità scrutano in silenzio i loro movimenti, quasi a voler catturare ogni segreto di questo lavoro: per poi incrociare  Tziu  Serafinu Cabras, “su mastru tebasciu”. Un artigiano che da Segariu, cuore della Marmilla, dimostra come un mestiere quasi scomparso, che dava lavoro a mezzo paese, possa ritrovare linfa per rinascere. Un impasto di argilla mista a paglia, ed ecco plasmarsi, con pochi morbidi tocchi, l’inconfondibile sagoma della tegola.

 

Arriviamo a Funtana Sisi dove  uno scorcio di rara bellezza fa da cornice all’attività di un fabbro, Tonio Leo, che mostra le varie fasi de “sa ferradura”, l’applicazione del ferro allo zoccolo del cavallo. “Accanto alla riscoperta dei vecchi mestieri, spiega Antonello Porcedda, la Pro-Loco in questi anni si è posta l’obiettivo di recuperare tutte le fontanelle del centro storico: così sono state restaurate, grazie alla preziosa collaborazione di imprese edili e artisti locali, Sa Funtana de Battista Atzori, Funtana Murus, Funtana Sisi. In “Sa Funtana de Arremundu Coccu”, l’ultima restaurata, è bello fermarsi ad osservare una donna in costume che attinge l’acqua, mentre le prime ombre della sera avvolgono il Borgo.

 

Uscendo dalle viuzze strette una musica cadenzata sembra salutare sos istranzos: è la timbrica sonorità de sa serraggia, antico violino sardo dalla cassa armonica costruita con la vescica di maiale. Quel suono antico è l’ultimo dono di una festa colma di suggestione: fotografia esemplare di una Sardegna che si specchia nelle sue tradizioni piu genuine.