Yahya ha 21 anni, studia economia all’università di Mafraq, nord della Giordania: cinquanta chilometri più in là il confine con l’Iraq. Italiani? Welcome. Italy is good, mi dice subito, quasi a voler sottolineare la sua capacità di distinguere tra occidentali buoni e occidentali cattivi. E poi, a bruciapelo: di Israele cosa pensi?

 

Benvenuto in Medio Oriente, mi dico. Mi limito a spiegargli che le mie opinioni contano poco. Ciò che conta sono le decine di pronunciamenti dell’Onu, puntualmente ignorati. Lui mi guarda e dice: “Uccidono i nostri fratelli, distruggono i villaggi, ma per il resto del mondo i terroristi siamo noi”.

 

Adam di anni ne ha dieci. Il padre vive in Pakistan, fa il medico. Adam e la
madre hanno conosciuto la realtà dei campi profughi. Sono palestinesi. Qualche anno fa decidono di tornare a vivere in Giordania. La madre iscrive Adam in una scuola internazionale. “Voglio che impari l’inglese ed entri in contatto con altre culture. Voglio che sia pronto quando lasceremo questa terra e le sofferenze che ci ha imposto.” Incontro Adam nel pieno dell’ultima, devastante guerra di Gaza. Seguiamo insieme un notiziario della BBC. Lui guarda le immagini e commenta: “La solita storia. Noi tiriamo piccoli ordigni, loro ci massacrano con armi micidiali, senza fare distinzione tra civili e soldati. E nessuno dice niente”.

 

Ripenso alle parole di Yahya, 21 anni, universitario. Ascolto, sorpreso, lo sfogo di Adam, ultimo anno delle elementari. Due generazioni, identico stato d’animo. E penso a tanti altri palestinesi, come Adam, cresciuti nella consapevolezza di essere protagonisti e vittime di un torto storico. E mi dico: se già a dieci anni, qui si guarda il mondo con tanta, amara lucidità, chi riuscirà, in futuro, a fermare la metastasi?

 

Eppure c’è chi ci prova, da decenni, sfidando le frange estreme di un terrorismo che, nel 2005, ha portato qui distruzione e morte: tre autombomba devastarono altrettanti alberghi di Amman. Morirono decine di persone, ma l’episodio non indebolì la politica inaugurata da re Hussein e proseguita dal figlio Abdullah, attuale re di Giordania. Oggi è sufficiente camminare per Amman, frequentare le università, chiacchierare con un tassista per capire quale eredità abbia lasciato Hussein al suo popolo. Fu Hussein a siglare la pace con Israele, a chiudere ogni contenzioso sullo sfruttamento delle acque del Giordano. Fu Hussein ad avviare una serie di riforme interne che partorirono iniziative culturali e assicurarono stabilità al regno hashemita.

 

Paese senza petrolio tra grandi stati ricchi di oro nero. Paese neutrale (anche se non equidistante) in mezzo a laceranti conflitti. Paese trasformato nella meta di chi fugge da un destino di prigioniero o di profugo. 800 mila rifugiati arrivarono in Giordania dopo l’invasione irachena del Kuwait, nel 1991. Lo stesso fecero migliaia di iracheni dopo l’invasione anglo americana. Per la Giordania, tutto ciò si è tradotto in enormi costi sociali ma anche in grandi opportunità di crescita. Dal Kuwait arrivarono ricchi uomini d’affari e, con loro, denaro e investimenti. Dall’Iraq, insieme ad una marea di disperati, ha passato il confine una minoranza di facoltosi investitori. Attraversando in taxi un quartiere di Amman, scorgiamo decine di cantieri. Chiediamo al tassista da cosa nasca tutto questo bisogno di case nuove. E lui: “I costruttori sanno che qualcosa, prima o poi, accadrà anche in Siria. Preparano gli alloggi per chi scapperà dal prossimo conflitto”.

 

Tra i meriti di Hussein e Abdullah, però, non c’è stato solo il lavoro diplomatico che ha ridisegnato i rapporti con gli stati vicini. I due re hanno profuso molti sforzi per cambiare il paese al suo interno, puntando su educazione e istruzione. Con l’aiuto di alcune ONG (organizzazioni non governative) hanno contrastato la dispersione scolastica. Grazie al “microcredito” hanno dato vita ad associazioni che lavorano sul tessuto sociale delle aree rurali. Con grandi investimenti hanno potenziato i poli universitari, dove oggi i giovani studiano le lingue straniere e trovano opportunità di stage all’estero. Qui, ad esempio, hanno studiato Ragheb e Thamer Masarweh, fratelli, 24 e 23 anni, matematici. La loro storia è emblematica degli sforzi compiuti dal governo giordano per contrastare povertà e degrado delle zone periferiche.

 

I due abitano nel villaggio di Jadaa, a Kerak, sulla strada per Petra. Il tempo libero lo trascorrono elaborando nuove teorie. Una li catapulta sulle pagine dei principali giornali giordani. Uno studio sui numeri primi, che in futuro potrà essere utilizzato sul terreno della sicurezza nazionale per la formazione di codici. Un progetto sostenuto non solo dall’università, ma anche dal re Abdullah II che fornisce loro il denaro per i computer e per il corso di inglese. Nei sogni dei due ragazzi ci sono Inghilterra e Stati Uniti, ma anche il nostro paese. “Saremmo felici di partire per l’Italia e non ci dispiacerebbe proseguire i nostri studi in una regione bella come la vostra”.

 

I due non sono i soli a sognare il Bel Paese. Sui tavoli dell’ambasciata piovono richieste di stage, borse di studio o viaggi d’istruzione. Merito, anche, del lavoro che qui svolgono le lettrici delle università di Amman e in quelle di Mafraq e Irbid. Tra loro, una docente sarda, alla seconda esperienza all’estero. Sette anni fa insegnava in Islanda. Dai ghiacci di Reykjavik al caldo del deserto. Maria Rosaria Coda, origini ogliastrine, insegna a Mafraq e Irbid da circa un anno. L’impatto con la realtà giordana non è stato semplicissimo. “Provengo da un’esperienza in Islanda. Qui bisogna fare i conti con un paese povero, con atenei nei quali all’impegno dei docenti e alla volontà degli studenti non corrispondono qualità e quantità delle strutture. Ma forse, proprio per questo, il lavoro qui è ancora più stimolante. E fa piacere vedere che sono soprattutto le ragazze a raggiungere i risultati migliori. Forse perché da parte loro c’è la volontà di affrancarsi da una mentalità che le relega ai margini delle decisioni più importanti.” Questa oggi è la Giordania. Paese orgogliosamente legato alla sua storia e alla sua cultura, da un lato. Dall’altro, pragmaticamente aggrappato agli aiuti economici esterni che forniscono ossigeno ad un’asfittica economia. “Siamo un paese che vive grazie alle “mance”, sussurra perfido un tassista. Senza i dollari americani, che comprano la nostra neutralità, saremmo finiti”.

 

I passi compiuti sul terreno della pace sono stati importanti. Molto rimane da fare, invece, sul fronte della condizione femminile. Fortissime restano le resistenze ai tentativi di modificare codice civile e di famiglia, su temi delicati come poligamia e diritti delle mogli. Per le riforme si batte da anni la Jordanian Women Union. Nadia Samrouk è una delle leader di questo movimento. “Cos’è che ha liberato le donne occidentali? La rivoluzione industriale, che qui non abbiamo mai avuto. Quando la gente è disperata si rivolge a Dio. Prendiamo Gaza: mentre i carri armati entravano nella Striscia, gli imam hanno invitato tutti in moschea. Invece che a manifestare, sono andati a pregare.” Troppo timidi, sostiene l’Unione delle donne giordane, i passi verso una compiuta parità di diritti. Intanto, però, cresce la presenza femminile nel parlamento giordano: 10 anni fa, nessuna donna partecipava ai processi legislativi; nel 2008, invece, in sei hanno conquistato uno scranno nella principale assemblea nazionale.