Emilio Lussu (1890 – 1975) è stato, oltre che un politico di prim’ordine, fondatore tra l’altro insieme a Camillo Bellieni del Partito Sardo d’Azione, anche uno scrittore di eccezionale livello. Laureato in giurisprudenza, temprato dalla crudezza della Grande Guerra – che lo vide in prima linea, sul Carso, come ufficiale di complemento della Brigata Sassari, esperienza da cui scaturì Un anno sull’altipiano, diventato poi un film, Uomini contro, di Francesco Rosi – Lussu, da parlamentare, si oppose strenuamente al fascismo, e per questo ebbe non pochi ‘problemi’.

 

Tra le sue sventure-avventure, famosa è quella che lo vide circondato, in casa sua: in piazza Martiri, a Cagliari, da un’orda di camicie nere, che in seguito all’attentato di Bologna contro Mussolini, messo in atto da Anteo Zamboni il 31 ottobre del ’26, come rappresaglia ne esigevano a gran voce la pellaccia. Il brano che segue è la cronaca di quell’avvenimento, riportata nell’altro capolavoro letterario di Lussu: Marcia su Roma e dintorni, edito nel ’45 da Einaudi.

 

La piazza, la più centrale della città, era deserta. Case, botteghe, tutto era chiuso. Di lontano arrivava il clamore dei canti fascisti. Ero solo nella casa vuota. Incominciai a preparare la difesa. Un fucile da caccia, due pistole da guerra, munizioni sufficienti. Due mazze ferrate dell’esercito austriaco, trofei di guerra, pendevano al muro. Due giovani amici salirono di corsa le scale e concitatamente annunziarono che una folta colonna di fascisti marciava verso la mia casa, reclamando il mio linciaggio. Quando dissi che io non intendevo fuggire, si offrirono per la difesa.

 

Dovetti obbligarli a partire. Non appena dietro di loro si chiuse il gran portone sulla strada, sentii il mio nome urlato minacciosamente dalla colonna che si avvicinava. […] Io avevo predisposta la difesa, nella previsione che la porta avrebbe ceduto subito. La porta invece non cedette. Avvisati da me che io attendevo armato al di dentro, i fascisti pensarono, dopo i primi sforzi, che non era obbligatorio esagerare nello zelo. Allora la colonna, che occupava la piazza, si divise in tre parti: una rimase a sostegno di quanti avevano invaso le mie scale; un’altra incominciò la scalata ai cinque balconi che davano sulla piazza; l’ultima girò alle spalle dell’edifizio e tentò di penetrare in casa, per il cortile. Io non avevo preveduto tanta arte di guerra e mi trovavo imbarazzato a difendermi, solo come ero, da tre aggressioni simultanee, opposte e distanti. Dovevo rapidamente spostarmi da un settore all’altro per affrontare la prima breccia a tempo.

 

Confesso che, nella mia vita, mi sono trovato in circostanze migliori. I clamori della piazza erano demoniaci. La massa incitava gli assalitori delle finestre con tonalità da uragano. Un balcone fu raggiunto. Feci fuoco contro il primo che mi si presentò dinanzi. Il disgraziato precipitò giù. Il terrore invase la folla. In un baleno, la piazza rimase deserta. Per le scale dell’appartamento non più anima viva. Più volte il conte Cao di San Marco tentò di riordinare la colonna e ricondurla all’assalto. Invano. La mia casa sembrava incantata…

 

La veemente reazione di Lussu all’agguato, che costò la vita ad un avventato giovane cagliaritano, spalancò all’onorevole le porte del carcere, per tredici mesi. Infine, assolto per legittima difesa, Lussu fu deportato a Lipari dove avrebbe dovuto scontare una condanna a cinque anni di confino come “avversario incorreggibile del regime fascista”. Ma dopo vari tentativi andati a vuoto, nell’estate del ’29, l’armungese insieme a Carlo Rosselli e a Fausto Nitti riuscì a mettere in atto una clamorosa fuga. Ma questa è un’altra storia…