La leggerezza di uno sguardo assente o privo di qualsiasi forma di curiosità mal si abbina alla bellezza dei paesaggi che ci circondano e meritano molto più di un semplice piglio accigliato, riflesso di un’agitazione interiore tipica dei tempi moderni. Sarebbe utile imparare a trarre beneficio dallo splendore di una vallata fiorita o dalla pacatezza di un vicolo assolato e solitario. Gioverebbe pure lasciarsi meravigliare dall’austerità di un palazzo borghese o dallo stile barocco di una architettura religiosa.

 

“Ero uscito solo per fare una passeggiata ma alla fine decisi di restare fuori fino al tramonto, perché mi resi conto che l’andare fuori era, in verità, un andare dentro”. Il conservazionista e naturalista di origini scozzesi John Muir già agli inizi del secolo scorso aveva compreso cosa significasse sentirsi parte di un luogo, riscoprire se stessi grazie alle mille manifestazioni di una natura che merita di essere vissuta appieno. Soprattutto se essa si esprime in maniera florida e variegata all’interno di un unico territorio. Chi avesse desiderio di riscoprire e ammirare la generosità della natura e l’abilità creativa dell’uomo potrebbe cominciare il suo viaggio da un centro della provincia sassarese: Pozzomaggiore, cittadina situata nel territorio del Meilogu-Logudoro.

 

Il paese, collocato a 438 metri s. l. m. e caratterizzato da un paesaggio di sinuose colline verdeggianti, fu fondato in età medievale, probabilmente durante la dominazione bizantina. Curiose le notizie riguardanti questo territorio inserite nel Libellus Judicum Turritanorum, una cronaca medievale delle vicende dei re logudoresi,  che narra ad esempio del re Gonario, il quale, lottando nel primo quarto del XII secolo per la successione al trono giudicale lasciato vacante dal sovrano Costantino I de Laccon-Gunale “perseguit tantu sos enemigos et contrarios suos, qui fetit boquire, in sa porta de su Casteddu de Gosiano, a unu primargiu sou, de sos altos e mannos de Logudoro; et fetit boquire, in sa ecclesia de Santu Nicola de Truddas, da segus de su altare, de sos grandes lieros de Logudoro, de sos de Athene Archiados de Putumayore; et gasi, in pagu tempus, castigait totu sos inimigos suos”.

 

In realtà le prime notizie del paese, il cui nome è riportato con numerose varianti quali Puthu Maiore, Puzu Mayor, Puthumayor, apparvero nel Condaghe di San Nicola di Trullas e in quello di San Michele di Salvenor indicandolo come appartenente al Regno di Torres e alla curatoria del Nurcara.

 

La sua denominazione ha conservato nel tempo il significato di “pozzo più grande” e venne attribuita all’abitato in quanto il paese aveva un pozzo situato tra la parrocchiale e Sa domo ‘e su Vicàriu o, secondo altri, situato all’interno della stessa casa. Caratteristica del territorio è certo l’abbondanza dell’acqua che accostata alla fertilità del suolo lo rende ricco di pascoli e adatto alla pastorizia e all’allevamento dei capi ovini e di ottimi capi bovini.

Su questo poggia le sue solide basi l’economia del centro logudorese, dove è presente dal 1924 la Latteria Sociale che ad oggi conta 360 soci e si occupa non solo della raccolta del latte e della produzione industriale di formaggi, ma cura con particolare attenzione anche la riproduzione di capi selezionati. Altro settore fondamentale del sistema produttivo del paese è quello equino. Il cavallo è infatti in questo luogo indiscusso protagonista della vita di paese perché, oltre ad essere un punto di riferimento per diverse attività di carattere economico, è il simbolo di una ritualità e tradizione ricche di ricordi e suggestioni autentiche.

 

Luogo di particolare pregio, situato a poche centinaia di metri dal paese in località Su Cularidanu, il centro ippico di Pozzomaggiore è una moderna struttura con un’estensione di circa sette ettari che racchiude al suo interno un maneggio coperto con tribune, un campo di gara con fondo in sabbia dotato di impianto di irrigazione fisso, una struttura del salto in libertà, un campo di prova e un centro di fecondazione. Il centro è gestito dall’Associazione Ippica Pozzomaggiorese che si è impegnata a fondo per fare in modo che il centro divenisse affiliato FISE (Federazione Italiana Sport Equestri) e che ogni anno organizza i concorsi regionali di corsa ad ostacoli di tipo C e ai quali partecipano cavalli e cavalieri provenienti da tutta l’isola. Inoltre il centro offre la possibilità di frequentare una scuola di equitazione e sono in fase di avviamento anche dei corsi di ippoterapia rivolti a soggetti malati.

 

“I cavalli allevati e riprodotti nel nostro territorio sono presenti in tutto il mondo”, riferisce con orgoglio il sindaco del centro logudorese Tonino Pischedda che ambisce alla piantumazione dell’intera area del centro ippico e alla fornitura di illuminazione per dare vita anche alle corse notturne. “Il cavallo è certo parte integrante della storia di Pozzomaggiore, delle sue tradizioni ed è per noi una grande risorsa, una possibilità realmente esistente di sviluppo, una carta da giocare per farlo diventare oggetto di eventi turistici. È anche vero che per creare i presupposti per un turismo sostenibile non dobbiamo solo appellarci al cavallo quale risorsa o solamente ai nuraghi, dovremmo invece ritornare nelle nostre soffitte e riscoprire e tirare fuori quelle tradizioni troppo spesso dimenticate”.

 

Parla di progetti adatti alla crescita del territorio il primo cittadino di questo centro che conta 2.800 residenti. Tra i più importanti che l’amministrazione comunale segue con particolare interesse è quello che prevede la costruzione di un tracciato stradale snello e breve che consenta il collegamento agevole con la città di Bosa e permetta al turista balneare di entrare maggiormente in contatto con i paesi interni della regione. La realizzazione di questo progetto richiede senza dubbio tempi lunghi e partecipazione costante da parte dei comuni e degli altri enti interessati, ma le prime basi per la sua riuscita sono già state poste grazie alla disponibilità dei presidenti delle due province di Oristano e Sassari, i quali hanno sottoscritto un accordo di programma. “Abbiamo tante cose da regalare al turista” afferma con slancio il sindaco.

 

A partire dal Museo del Cavallo, unico in Sardegna e  terzo in tutta Italia che si trova nei locali che furono la sede del Convento degli Agostiniani nel XVII secolo prima e dei Carabinieri a cavallo in seguito. È articolato in 10 sale tematiche che hanno come filo conduttore l’importanza del cavallo nella vita dell’uomo. E in questo centro settentrionale dell’isola il cavallo continua ad intrecciarsi alla semplicità del fare quotidiano anche nelle ritualità e nella religiosità ancora molto sentita. Il carattere religioso e le abilità equestri sono infatti presenti nella corsa dell’Ardia che ricorre in tre occasioni particolari dell’anno: per le feste in onore di San Giorgio, San Pietro e San Costantino.

 

La solidità del rapporto tra l’uomo e l’animale, tra la sacralità e il mito, è raffigurata e resa immortale  anche nel gruppo ligneo San Giorgio e il drago collocato al centro dell’altare barocco della Parrocchiale dedicata proprio al Santo. In stile gotico-aragonese, il monumento più importante di Pozzomaggiore si presenta oggi al visitatore con una struttura dovuta alla sovrapposizione di diversi interventi, ma che conserva il suo impianto primitivo. Stesso stile si rileva soffermandosi ad osservare la facciata della Chiesa di Santa Croce, in origine di ridotte dimensioni e con una copertura in legname a due spioventi. Il rione Cunventu ospita invece la Chiesa di Sant’Antonio Abate risalente al XVI-XVII secolo, che presenta una facciata in stile barocco.

 

Di differente segno, un piacevole stile liberty, la Chiesa dedicata a San Costantino eretta per volontà degli emigrati e dei reduci del primo conflitto mondiale. La religiosità e di questa popolazione non si è espressa solamente con l’erezione di chiese ed altari. Ma anche con la presenza di persone che hanno manifestato la loro fede in tutta la loro esistenza: è il caso di Edvige Carboni, vissuta tra il 1880 e il 1952. Le virtù eroiche di questa donna, il suo spirito di abnegazione, di offerta e preghiera e il suo misticismo sono stati di esempio per i suoi concittadini che si sono sentiti in dovere di adoperarsi per il processo canonico che si è quasi concluso, essendo già stata presentata la Positio super virtutibus, atto che prevede la raccolta di materiali che dimostrino le presunte virtù eroiche del Servo di Dio.

 

Altri personaggi hanno dato lustro al paese come i fratelli Oppes, campioni olimpionici di equitazione e il Generale Eugenio Unali a cui è intitolato il centro ippico e che fu uno degli inventori del carosello dei carabinieri a cavallo. Da non dimenticare il poeta Giorgio Pinna in onore del quale è stato ideato il Premio di Poesia in lingua sarda che richiama esperti ed appassionati da tutti i centri dell’isola. Altra manifestazione legata alle tradizioni del paese è quella di Càntigos in carrela organizzata dal Coro di Pozzomaggiore, costituito da 28 elementi e con al suo attivo ben 400 concerti, in collaborazione con altri cori del circondario e non solo con l’intento di conservare e mostrare le proprie tradizioni in un paese che tra i palazzi signorili e le antiche chiese sente risuonare la voce di una Sardegna arcaica.

 

Sentir riecheggiare queste voci o ascoltare compiaciuti il chiacchiericcio vivace degli anziani in una mattina di sole primaverile o ancora cercare di immaginare i cavalli al galoppo nella loro corsa tra le vie del borgo è stato un andare fuori per riuscire ad arrivare al cuore di questo luogo e comprendere l’anima dei suoi abitanti che meglio di altri sanno esprimere in versi tutto l’amore per il proprio paese fatto di radiosi ricordi e di rimpianti intrisi di dolce nostalgia, come in questa composizione di un poeta molto noto: Antoni Maria Pinna, figlio di Giorgio, il poeta di cui si diceva sopra.

 

 

 

Piata mia

 

 

Ogni muru, ogni pedra ‘e contonada

est presa a fune de s’ammentu meu,

inoghe s’est pesadu reu reu

su cadditu ‘e sa primma currelada!

 

 

Cantu fit bellu in sa piata manna

currinde a tota fua, sempre in testa

tra sonos de ischiglias in sa festa,

sa festa bella ‘e sos caddos de canna.

 

 

E fin puru de canna sos fusiles

ch’impitaimis pro nos fagher gherra,

ma non s’’idian sos mortos in terra

ne mamas pianghinde in sos janniles.

 

 

Bi godimis in tanta pobertade

inventende sos jogos e appentos

a coscias nudas a cara a sos bentos

divertidos in tanta umilidade.

 

 

Oh Piata ‘e Guventu, cantu addane

ch’est cussu tempus e mi paret como

chi merendai inoghe acant’a domo

e mi pariat tùcaru su pane.

 

 

E tùcaru parian sas candelas

d’astrau in téulas pende pende,

fit un gosu ca sutza sutzende

non nde lassamis unu in sas carrelas.

 

 

Fit sempre festa: féminas e mascios

miscios a pare umpare jogaimis,

nos rispetaimis e nos amaimis

che frades in sos tantos isfalascios.

 

 

E como chi t’an postu in beste noa

sa mudesa ti faghet cumpagnia:

nemmancu sos puzones faghen cria

subra sas naes ne cantan a proa.

 

 

Ne si setzin inoghe, in custas petzas,

féminas faineras filadoras

a fusu in manu, istaian oras

nende contanscias cun trassas avetzas.

 

 

Como su sole cun manos atzudas

non ponet in sos chizos su suore

a pitzinneddos joghende in vigore

subra sas pedras diventadas mudas.

 

 

Che boghe in su desertu, sas campanas,

sonan sas oras de s’Ave Maria,

ma in piata non b’hat allegria

ne betzas in faina pili canas.

 

 

Solu a sa festa de Nostra Signora

sos risos e ciasconos pesan bolu,

ma durat una die, una solu

poi torras deserta e muda ancora!