Il rapporto dei Cagliaritani col mare è vecchio come il tempo, dato che il mare sta lì da sempre a fare l’occhiolino alla città. Ed è un tutt’uno Cagliari col suo mare, anzi, non è un azzardo dire che Cagliari è il suo mare. Vien da sé che is Casteddaius, appena vedono un pochino di sole e hanno il sentore di una giornata con un grado in più rispetto alla media, si fiondino in spiaggia senza indugi.

 

Quasi per reazione naturale, per istinto. Da marzo a ottobre. Ce l’hanno lì, infatti, la spiaggia, a un palmo dal loro naso

 

È ormai 150 anni che la tribù del capoluogo gode ad arrostire al sole tra un tuffo e l’altro. Ieri infilata in castigatissimi costumi, oggi con indiscutibile nonchalance tra boxer, bikini, topless e creme abbronzanti. I tempi cambiano, le mode pure, così i luoghi del desiderio dei bagnanti cittadini. Perché un tempo la spiaggia dei Cagliaritani era Giorgino, anzi Giorgino per i pillanzosi e Sa Perdixedda per tutti gli altri. Il Poetto è venuto dopo, 50 anni dopo. Forse troppo fuori mano per i bagnanti del XIX secolo, forse un paradiso ancora da scoprire.

 

E se per il popolo andare al mare significava far baldoria tutti insieme sull’arenile senza problemi di sorta, negli stabilimenti blasonati della spiaggia occidentale – voluti da Michele Carboni, Giovanni Devoto e Vincenzo Soro – l’etichetta e la morale prevedevano la categorica separazione tra i sessi. Durò finché durò, e forse fu vera gloria, ma pian piano – a causa dell’inquinamento provocato dai reflui riversati in quel tratto di mare – la qualità delle acque divenne insostenibile e seppure a malincuore il popolo del Golfo degli Angeli dovette levare le tende. Era finita così presto l’era dei bagni per i Cagliaritani? Nemmeno per sogno: c’era un gigantesco mostro di sabbia fina e bianchissima che si allungava dalla Sella del Diavolo alla Torre Spagnola e per i temerari anche oltre, forse all’infinito.

 

Era il Poetto. Meraviglia delle meraviglie, già prima della Grande Guerra nasceva per opera del solito Michele Carboni quello che più in là sarà il D’Aquila. Poco tempo dopo Gaetano Usai creava il Lido. Il Poetto ormai era battezzato, servito addirittura da un comodo tram a vapore. Tra rotondine, spazi ristoro e balera, i clienti degli stabilimenti potevano dirsi soddisfatti. Ma anche la gente comune che si riversava sul bagnasciuga se n’era innamorata. Dalla fine degli anni ‘20 iniziarono a spuntare i casotti in legno di proprietà delle singole famiglie e il Poetto ebbe il suo boom. Le piccole strutture in legno colorato, spesso dotate di terrazza, accoglievano un cospicuo numero di villeggianti. Il litorale si trasforma, sorgono le ville tra l’arenile e le saline, prendono piede alcune colonie estive. Arriva il tram elettrico e su Poettu è moda irrinunciabile.

 

Tutto fino alla seconda guerra mondiale, quando i casotti furono rasi al suolo per esigenze militari. Si ripartì subito, però, sia con la loro ricostruzione che con il ripristino degli stabilimenti. I Cagliaritani non potevano rinunciare al loro mare. Il successo della Spiaggia dei centomila da allora non ha conosciuto pause, sebbene due grandi ferite – mai rimarginate – l’abbiano profondamente trasformata. La prima, a metà degli anni ’80, è stata l’abbattimento dei casotti, con grandissimo dispiacere dei proprietari e della popolazione che a vederlo così nudo, il suo gigante bianco, nemmeno lo riconosceva. La seconda nel 2002 – dopo che il vento s’era portato via gran parte della finissima sabbia prima trattenuta dai casotti in eleganti dune, e mentre le mareggiate continuavano a mangiarsi l’arenile – è stata l’infausto ripascimento con sabbia prelevata dal fondo del mare a qualche centinaio di metri dalla battigia.

 

Del gigante bianco non è rimasta traccia, perlomeno nei chilometri di costa appartenenti a Cagliari. Quest’ultima ferita è ancora così viva che, a vedere quella sabbia scura, granulosa, ricca di ciottoli, la gente ancora si mangia le mani. Ma c’è da dire che i Cagliaritani amano comunque la loro spiaggia, e di giorno a prendere il sole, e di notte a sorseggiare un drink e a godersi un po’ di musica nei chioschetti sorti ognuno in una fermata diversa – è questo il nome dato alle varie zone del Poetto, in relazione alle fermate degli autobus che portano in spiaggia – corrono al Poetto. Come sempre: appena vedono un pochino di sole e hanno il sentore di una giornata con un grado in più rispetto alla media.