Lo scenario musicale sardo è fatto di tanti talenti più o meno conosciuti, fra mille difficoltà e un mare che è meraviglia ma anche distanza, spesso culturale, scarsità di  occasioni. In quest’isola generosa e aspra al contempo nasce e si colloca fra le realtà più prolifere nel suo genere e talentuose Stefano Rachel: il Maestro Stefano Rachel, classe 1966, formazione accademica e propensione alla sperimentazione, alle contaminazioni, alla gioia di fare musica, in tutte le sue sfaccettature.

 

Piano e tastiera i suoi strumenti. Insegnante ma anche concertista. Musicoterapeuta e produttore. Vasta la sua esperienza. Dai concerti da solista alle collaborazioni con musicisti di fama mondiale. Colonne sonore di film che hanno partecipato a prestigiosi festival: Cannes, Venezia, Berlino. Incisione di dischi di musica classica e contemporanea (vedi partecipazione al progetto della band etno-rap CRC Posse). Organizzazione di eventi. Musicazione di reading per artisti quali Carlotto, Carofiglio e Marc Augè.

 

– Maestro, come nasce la sua passione per la musica e la decisione di farne una professione?

 

La cosa più logica, con il cognome che porto, sarebbe di dire che gli stimoli siano partiti dalla famiglia. In realtà la cosa è andata cosi. Un giorno, avevo appena compiuto nove anni, sono andato da mia madre e le ho detto che volevo suonare il pianoforte. Alla domanda sul perché proprio il pianoforte candidamente risposi: “Perché è molto grande”. Questo è quanto.

 

– Quali sono gli stimoli personali e ambientali che nutrono la sua creatività?

 

Tempo fa leggendo un libro di Luigi Pintor la mia mente fu invasa dalle note del concerto per violoncello e orchestra di E. Elgar. Passati più di 15 anni mi capitò l’occasione di musicare per il Festival  di Gavoi le pagine di Pintor. Nuovamente l’onda di Elgar. Inutile dire che dovetti far iniziare il lavoro proprio con quelle note. È la musica che viene a cercarti, e in qualche modo non hai pace finché non la metti sulla tastiera.

 

-Lei è insegnante di sostegno nelle scuole superiori. La sua vera anima è da educatore o da musicista?

 

Si potrebbe pensare che le conoscenze musicali possano essere asservite all’impegno di educatore. In realtà succede più spesso il contrario. Stare a contatto con i diversamente abili o con la follia è forse il vero segreto di quella che lei chiama la mia spiccata creatività. È la mia vera meditazione.

 

Il suo impegno in musica e società è molto sfaccettato. Quale settore dei suoi impegni le dà più soddisfazione?

 

Ho provato la massima soddisfazione quando durante un seminario sono riuscito a far cantare un mio alunno. Lo straordinario è che questo ragazzo è affetto da balbuzie afasica, ma se tu gli fai cantare la frase non balbetta più. Il cervello musicale viene in soccorso al cervello della parola. Affascinante, no?

 

– È remunerativo fare il musicista oggi in Italia e nello specifico in Sardegna?

 

Le rispondo con un esempio. Tra il 2007 ed il 2008 Sky Cinema ha mandato in onda una settantina di volte tre cortometraggi da me musicati. La Siae mi ha pagato per questi 8.30 euro. Con i diritti d’autore in Italia va così, nel resto del mondo un po’ meglio. Il prezzo per un reading nell’isola è di 50/70 euro quando va bene. Altrimenti ti devi accontentare della cena e di 2 birre e se porti tua moglie o un amico devono pagare. Un po’ meglio sono i cachet dei festival. Insomma è dura.

 

Lei ha raggiunto notevoli traguardi in giovane età. Quali sono i suoi obiettivi artistici?

 

Le rispondo con una massima attinta dalla saggezza orientale: “Il vero scopo del viaggio non è la meta ma il viaggio in sé”. Che suggerisce di partire e in qualche modo godersi la traversata. Anche se il rischio apparente è quello di non arrivare mai. Io sto con questa filosofia…

 

– La Sardegna è una terra meravigliosa. Ma con molti limiti. Cosa salverebbe, cosa valorizzerebbe e cosa stravolgerebbe della nostra amata terra?

 

Non vorrei un’ isola con le centrali nucleari, le spiagge cementificate e gli alberghi con accesso privato all’arenile. Non vorrei una Sardegna sudditante e deferente ai poteri del capitale; una Sardegna identificata esclusivamente con le faide, i rapimenti e il canto sardo; una Sardegna che paga migliaia di euro per ospitare artisti meritevoli solo di essere presenti ai talk show televisivi di deprimente livello. Non vorrei una Sardegna che non resiste all’appiattimento culturale nel quale è scivolata la nostra Bella Italia. Abbiamo scrittori, attori, pittori, scultori, musicisti,danzatori di ottimo livello, ma ancora il feedback che il “resto del mondo” tende a darci è quello di triste memoria lombrosiana. Certo le cose si stanno un po’ muovendo. Abbiamo eccellenze artistiche riconosciute a livello internazionale ma ancora la nostra mentalità ha sostanzialmente una tendenza all’inferiorizzazione. Compito di tutti i sardi è quello di spezzare questo circuito inferenziale.