Per i maestri dell’arte manuale il proprio laboratorio è un pezzo infinito di mondo, un cantuccio solitario e personale dove si respira la storia di chi lo vive quotidianamente, e dal suo ventre porta alla luce manufatti di grande pregio. Giuseppe Scarpa il proprio angolo creativo lo ha a portata di mano, dietro la casa che abita da sempre, a Macomer: vicino agli affetti familiari, ma abbastanza riservato per potervi lavorare indisturbato. La sua bottega è un piccolo e grazioso rifugio, uno spazio congegnato secondo un particolare gusto per l’antico e funzionale all’attività di sarto a cui Giuseppe si dedica con passione ed abilità da diversi anni.

 

Le ingerenze della modernità sono limitate all’essenziale, in un’atmosfera di lavoro che rievoca senza pretese i tempi passati, specialmente attraverso l’esperienza e la stimolazione dei sensi: il profumo forte e penetrante delle pelle conciata e del legno antico, la gamma di colori delle stoffe e dei materiali utilizzati, la diversa sensazione che recano al tatto, il suono cantilenante prodotto da un’antica macchina da cucire. È un laboratorio che potrebbe parlare da solo, quello di Giuseppe.

 

Basterebbe dar parola ai tanti oggetti in esso contenuti per sentirsi raccontare infinite storie, come quella delle maschere lignee, dell’antico letto in ferro, della cassettiera e dell’armadio intagliati, delle giacche di velluto e orbace, ed ancora delle staffe e delle briglie per i cavalli. Una sorta di museo etnografico in miniatura catturato in una foto d’epoca, poetico così come lo è Giuseppe, anima impetuosa sempre in moto che, a soli trentacinque anni, ha già tanti racconti ed aneddoti da riferire, mai sazio di ciò che ha appreso.

 

Abbigliamento sportivo, Giuseppe è un ragazzo semplice e genuino, diretto nell’esprimere ciò che sente senza lasciarsi condizionare dalle logiche moderne dell’utilità e del profitto. Cucire è per lui un diletto, un modo per far esprimere le sue mani capaci e ricreare un ponte con quel passato in cui ama spesso immedesimarsi, per capirne le logiche e la funzionalità di ciò che si indossava. ”Si utilizzavano cose semplici ma estremamente pratiche, concepite con razionalità”, spiega.

 

Dotato per natura di una particolare propensione a svolgere attività pratiche, Giuseppe è divenuto sarto da autodidatta, quasi per gioco oltre che per un piacere personale. All’età di vent’anni ha iniziato a lavorare la pelle producendo le prime cinture, fatte inizialmente per sé e per qualche amico. La svolta è arrivata negli anni novanta quando, entrato a far parte del coro Melchiorre Murenu, ha iniziato ad interessarsi con serietà e motivazione al costume tradizionale di Macomer. E la sua curiosità in merito ha preso il largo, divenendo ben presto una vera ricerca etnografica, condotta negli anni con criterio e metodo.

 

Il suo lavoro di raccolta è testimoniato dalle tante fotografie d’epoca, dalle interviste agli anziani nonché dai tanti preziosissimi pezzi antichi che custodisce con orgoglio e grande cura. Provare a mettersi in gioco diventa in quel momento un passaggio forse azzardato ma istintivo: perché non cercare di realizzare da solo uno di quegli abiti antichi tanto apprezzati e studiati? Il pensiero corre veloce, spinto da profonde intuizioni interiori e motivato dal legame stretto con le proprie radici. Le mani lo seguono concordi, consapevoli di ciò che devono fare come se lo avessero sempre saputo.

 

L’antica macchina da cucire appartenuta alla nonna rinasce, il suo cuore riprende a cantare dopo tanti anni. È Giuseppe a ridarle vita, ne sistema le parti non più funzionanti e con essa inizia la sua avventura da sarto. Il tessuto prende forma tra le sue mani, non è più tela anonima ma acquista un’identità ben definita. Ed ecco venire alla luce le camicie, ricamate con su bastonete, ed ancora sos zipones, sos coritos, sas ragas. Non mancano poi le colorate bardature per i cavalli e sos batiles, i sottosela. Le creazioni di Giuseppe sono tutte legate alla tradizione, nascono dall’incontro col passato e ripropongono fedelmente l’abbigliamento di un tempo, studiato in tutti i suoi particolari ed infine realizzato mantenendo la foggia tipica, nel rispetto dei materiali e delle simmetrie dei disegni, talvolta impreziositi dall’estro dell’artista.

 

 ”L’oggetto a cui sono più legato è la caratteristica sella femminile, chiamata s’istriglione”, rivela il giovane sarto. Un oggetto impegnativo da realizzare la cui bellezza ripaga, a fine lavoro, l’impegno profuso. Quelli che ha confezionato sono ormai diversi, e Giuseppe li mostra con l’entusiasmo e lo sguardo intento di chi sente propria ogni creatura generata con arte e gusto personale. A conferma che il mito de su tempus de sas manos si perpetua ancora là dove, per potersi esprimere, ingegno e perizia adottano l’uomo e la sua manualità come unico mediatore.