Ognuno di noi si è trovato almeno una volta, o forse cento o mille, di fronte a quelle grandi, antichissime, costruzioni in pietra che sono il simbolo della nostra splendida isola: i nuraghi. E quante domande, mentre con occhi sbarrati osservavamo quelle vestigia misteriose di un mondo scomparso… Per conoscere meglio i nostri antenati abbiamo fatto una chiacchierata con l’archeologo e docente dell’università di Cagliari Giovanni Ugas, autore di numerose pubblicazioni sul mondo nuragico e profondo conoscitore della Sardegna antica e dei suoi abitanti.

 

– A quando risalgono i nuraghi?

 

Se il nuraghe è un edificio che ha una dimensione cronologica e una diffusione spaziale, nuragico è un termine che, oltre a qualificare il periodo di costruzione dei nuraghi, accompagna la civiltà sarda per un periodo piuttosto lungo. Pensiamo che i nuraghi siano stati costruiti dal 1600 a.C. al 900 a.C. Poi riutilizzati e trasformati in un’epoca che va dal 900 al 510. Dal 510 al I sec. a.C. (se non d. C.) c’è la fase che Lilliu chiama ‘della resistenza’ ai punici invasori e ai romani. Per alcuni – ma siamo già nel campo dell’etnografia e della sociologia – una certa ‘nuragicità’ di parte della Sardegna interna arriva al periodo bizantino e magari ai nostri giorni.

 

– Cos’erano, quanti erano, quale ruolo giocavano?

 

Erano fortezze megalitiche. Opere difensive e residenze di capi che gestivano il territorio. Dal 1600 fino al 900 a.C. si diffondono capillarmente fino a raggiungere nel periodo ipogeico (apice della civiltà nuragica: 1300-1200 a.C.) la cifra di sette-ottomila, affiancati da 2500-3000 villaggi, per un fenomeno demografico notevole: tra 450 e 700 mila abitanti. Abbiamo nuraghi con una o più torri, con bastioni, con bastioni e cinta esterna. I capi più importanti abitavano nelle regge e dominavano il territorio tribale; altri gestivano aree più piccole: cantonali; altri un territorio minore e abitavano nei nuraghi semplici. Il popolo: agricoltori, pastori, allevatori, artigiani etc., viveva nelle capanne. Nei nuraghi con bastione e cinta esterna, dimoravano 70, 100 e più guerrieri: queste fortezze avevano un ruolo simile alle cittadelle dei regni greci-micenei, o dei principati e regni del Vicino Oriente.

 

– Chi viveva a quel tempo in Sardegna?

 

I popoli dominanti sono: Iliesi – nel centro sud, grosso modo giù del Tirso – Balari e Corsi. Gli Iliesi, di ascendenza mediterranea, si ricollegano ai popoli rossi d’Egitto, Creta, area cananea, Africa settentrionale: una popolazione che si riporta al neolitico. I Balari, connessi con popolazioni iberiche, si collegano probabilmente coi ‘brachimorfi’: genti dalla testa corta giunte alla fine del terzo millennio a.C. Infine c’erano i Corsi che abitavano la Galluraed erano imparentati con le popolazioni della Corsica. Tre popoli a loro volta formati da moltissime tribù: Gallilenses, Siculenses, Logudunenses e tante altre, spia di un processo di popolamento complesso a partire dal neolitico.

 

– C’era un re tra i re? Com’era organizzata politicamente l’Isola?

 

Non credo in un solo capo per tutti i sardi. Tuttavia le popolazioni vantavano capostipiti unici e si consideravano parenti tra loro: le tribù iliesi si riconoscevano come popolo unico, e questo può avere portato a scontri tra gruppi, se non tra popolo e popolo tra tribù di diversi popoli. Nel mito di Aristeo si dice che, venuto dalla Beozia, avrebbe rappacificato Libi e Iberi, che l’avevano preceduto. I Libi sono gli Iliesi, considerati di origine libica, discendenti da Sardo figlio di Maceride, l’Eracle libio ed egizio. Da un lato un capostipite antichissimo, del Mediterraneo sud orientale, dall’altro scontri tra le tribù e i diversi popoli, specie sulla linea del Tirso, confine tra Iliesi e Balari. Tornando al nuraghe, si passa dai protonuraghi, 1600-1330 a.C. circa, al nuraghe evoluto: 1330-900 a.C., e quindi da ambienti ellittici, coperture tronco-ogivali e lunghi corridoi a nuraghi turriti con camere circolari e torri molto più slanciate e di taglio ogivale. Un periodo di formazione così lunga – circa 700 anni – e un continuo fermento costruttivo presuppongono stabilità politica: ed è il popolamento che spinge alla costruzione di nuovi nuraghi e villaggi.

 

– Aumento di popolazione significa che non prevale la guerra…

 

Il nuraghe consente un controllo capillare dei capi sul territorio. Un sistema non legato a scontri frequenti. Credo che le guerre siano avvenute soprattutto quando la Sardegna era satura di nuraghi: finito il territorio da occupare ecco gli scontri e l’esigenza di emigrare. C’è un’implosione. Nel 900 c’è un cambiamento fondamentale: si passa dalle monarchie tespiadi, rette da capi tribù, a società rette dagli anziani, i migliori della comunità. Si approda alla proprietà privata, c’è un evento che porta alla distruzione, totale o parziale, di gran parte dei nuraghi.

 

E qual è?

 

È legato a scontri interni che portano alla fine di un’epoca. E il nuraghe cambia funzione: diventa santuario. I capi locali mantengono un valore sacro, dinastico-religioso, ma perdono il valore politico. Si passa da un sistema quasi matriarcale a uno patriarcale. Il persistere di rituali neolitici – l’uso di tombe collettive coi morti rannicchiati su un fianco, che nell’età del bronzo resiste solo nell’Isola – ci dice che l’elemento fondamentale è la schiatta, il vincolo del sangue. La comunità è unita dal legame parentale, derivato soprattutto dal ruolo della donna. Il nuraghe si tramanda da madre in figlia, ed è il suo sposo ad assumere il comando. Ce lo dicono tradizioni legate all’uccisione dei vecchi padri, connesse con l’eredità per via femminile.

In Sardegna sono numerose: Sa Babaieca è una roccia da cui si scaraventavano i vecchi a Gairo. C’è l’avvelenamento con la cicuta, da cui il riso sardonico. Ulisse viene ucciso dal figlio Telegono con la spina sardonica: una freccia armata con l’aculeo della razza. Nella successione matrilineare il rituale si collega a eventi importanti, come la proliferazione del nuraghe. Penso che i figli dei capi, raggiunta una certa età, per non scontrarsi col nuovo re emigrassero per fondare nuovi nuraghi e villaggi. C’è un modello di popolamento centralizzato. Sorgono nuraghi in piane senza pietre: a Pabillonis, San Gavino. C’è un’autorizzazione ad andare nelle colline del sardarese o del guspinese a prenderle, c’è un consenso a occupare un nuovo territorio. Controllo e organizzazione avvenivano attraverso le tribù, su aree simili alle curatorie medioevali: i nuraghi si concentrano proprio in zone che fungeranno da confine nel medioevo. Il condizionamento del territorio è legato alle differenze di costumi, consuetudini, lingua tra le tribù. Le varietà della Sardegna attuale, non derivano solo dalla storia recente, ma da frazionamenti antichi che incidono sui cambiamenti successivi.

 

– Qual era il rapporto tra Nuragici e mondo extraisolano?

 

Fino al ’75 si pensava a un popolo chiuso. Tra la Civiltà dei Sardi di Lilliu delle edizioni ’73-’75 e quella dell’’88 ci sono profonde differenze. Lilliu coglie il cambiamento della ricerca e evidenzia le notevoli relazioni della civiltà nuragica con l’esterno. I segni li troviamo in Sardegna e fuori. I nuraghi hanno analogie con le costruzioni della Corsica meridionale e delle Baleari, in particolare Minorca, l’antica Nure. C’è una Tirrenia: terra delle torri, con la Sardegna al centro del processo a partire dal 1600 a.C. Ci sono decise affinità sul modo di proporre la volta in Sardegna e nell’ambito miceneo. I sardi erano maestri nel costruire le cupole, le volte, nel realizzarle slanciate, nel costruire edifici idraulici.

Troviamo edifici con la cupola, in ambito per esempio miceneo, solo in tombe interrate: sono i sardi ad aver scoperto le costruzioni aeree e ad aver proposto le cupole in tante versioni, risolvendo i problemi di natura statica. Abbiamo nuraghi con tre cupole una sopra l’altra. Quella sarda era un’architettura molto sviluppata, più di quanto si pensi. Dalle sue capacità pratiche sono nate quella etrusca e romana. Non a caso i Greci l’attribuivano al loro massimo artefice: Dedalo. Troviamo relazioni nella cultura materiale: ceramica micenea, vetri, avori che raggiungono la Sardegna dal XIV a tutto il XII secolo a.C. Si può pensare a navigli egei, micenei o cretesi, ma nel contempo ecco la ceramica nuragica in Sicilia, a Creta, Tirinto: i sardi navigavano verso Occidente e Oriente. Abbiamo viaggi di eroi dalla Grecia in Sardegna: Aristeo, Iolao. Norax viene dall’Iberia, Sardo dal Mediterraneo sud orientale. Sardoa, moglie di Tirreno, dalla Lidia, gli Iliei da Troia. Tutte rotte praticabili. Nell’Isola e tra le potenze del Mediterraneo orientale circolavano i lingotti in rame a quattro braccia: quelli sardi pesano kg 33,3 e sono imperniati su gr. 5,5, l’unità di misura usata nell’Egeo. Di quest’unità ponderale sono emersi pesetti a Santu Brai di Furtei.

La grande diffusione dei lingotti in Sardegna, e il fatto che abbiano segni riscontrati nell’antica scrittura lineare A cretese, e nel lineare B miceneo, implica forte relazione tra i Nuragici e il Mediterraneo orientale. Inoltre chi possedeva molti lingotti controllava i mercati: quello sardo era forte e ricco: rivaleggiava con Creta, col mercato ittita, egiziano… E il rame era alla base dell’industria bellica, col rame si potevano armare grossi eserciti.

– Nuragici e Shardana vuol dire la stessa cosa?

 

Che il nome dell’Isola sia ‘Sardegna’ dal 900 a.C. lo dicono la stele di Nora, Omero e altri autori greci del nono-ottavo secolo che parlano di riso sardonico e Sardegna: chiamata dai Greci Sardò-Sardoa, dai Fenici SRDN, dai Latini Sardinia… Traslare gli eroi dell’Iliade e dell’Odissea, quindi Ulisse che ride sardonicamente, alla fine del XIII o agli inizi del XII secolo a.C., significa riconoscere che la Sardegna si chiamava al tempo come ora, o comunque con la base Sard nella parola.

Per Erodoto e altri il nome deriva da Sardoa, che venne dalla Lidia intorno al 1200-1150 a.C. Per Pausania deriva da Sardo: capostipite e guida dei Libi, che condusse per primo per via di mare in Sardegna, dove abitarono con gli indigeni in capanne e caverne. In sostanza la Sardegna avrebbe avuto il suo nome dal neolitico. Detto anche che ‘Sardegna’ corrisponde in pieno a ‘SRDN’ e a ‘Shardana’: credo che questi siano proprio i sardi.

 

– Il nome corrisponde, ma altre prove?

 

Gli Shardana erano Popoli del mare, e vennero in contatto con l’Egitto prima in maniera pacifica, poi bellicosa insieme a popoli di cui si discute la provenienza: Tursha (Etruschi), Shekelesh (Siculi), Peleset (Palestinesi), Akawasha, Denen etc. Questi popoli, a giudicare dai documenti egiziani, sconfiggono l’Egitto, si insediano nel Vicino Oriente e distruggono l’impero ittita. Nello stesso periodo scompaiono i regni micenei. Tra la fine del XIII e la metà del XII secolo a.C. i grandi regni mediterranei vengono messi a soqquadro. Crollano le grandi monarchie e nascono le aristocrazie, cadono gli steccati tra Occidente e Oriente: nasce in sostanza il mondo moderno.

Per alcuni i Popoli del mare vengono dall’Egeo o da Oriente, per altri e per me la gran parte arrivano da Occidente e Mediterraneo centrale: Shardana compresi. Lo si deduce dalle caratteristiche di questi guerrieri: mercenari del grande Ramesse II, acerrimi nemici di Ramesse III. C’è una nuova politica shardana verso l’Egitto: non si chiedono più terre dove stanziarsi a servizio di un altro popolo, si vuole occupare e governare. Gli Egiziani chiamavano i Popoli del mare “popoli delle isole che stanno in mezzo al grande verde” o “nel cuore del grande verde”. Terre che stanno in mezzo al Mediterraneo: isole. Per la prima volta si parla espressamente di Shardana in testi egizi del tempo di Amenofi IV (Akenaten). Sono soldati nelle guarnigioni e nelle fortezze di Biblos, Ugarit… e hanno un ruolo importante nei piccoli eserciti con cui l’Egitto controlla questi territori. Successivamente, all’inizio del XIII secolo, con Ramesse II sul trono, gli Shardana non solo sono assoldati nel contingente dell’esercito ma addirittura formano la guardia reale.

Hanno fama di guerrieri fortissimi ed è interessante il loro abbigliamento: elmo cornuto, spade larghe e massicce, scudo tondo. Tutti elementi della bronzistica nuragica. Se è vero che i bronzi figurati risalgono all’inizio del primo ferro, intorno al 900-800 a.C. è vero anche che fanno riferimento a modelli più antichi. Gli eroi di Omero sono personaggi dell’età del bronzo, di un mondo di alcuni secoli precedenti al momento del racconto, così è per i bronzetti. E noi sappiamo della straordinaria resistenza dei costumi in Sardegna. Inoltre gli Shardana erano popoli rossi. Gli egiziani distinguevano popoli neri: sudanesi e africani; popoli rossi: egiziani, etiopi, cananei, cretesi etc.; popoli di colorito chiaro, roseo: ittiti e popolazioni indoeuropee, micenei e altri; e infine i gialli: semiti. Differenze colte nell’iconografia egizia: perciò gli Shardana non erano popolazioni indoeuropee o semitiche. Il cerchio si restringe.

I sardi poi, dalla fine del bronzo antico e l’inizio del bronzo recente, utilizzano spade larghe. Quelle di Decimoputzu hanno l’alma larga, triangolare, e implicano un uso ‘di taglio’ per vibrare i fendenti e ‘di punta’ come fanno gli spadaccini. Gli Shardana sono spadaccini eccezionali, come i sardi, che dall’inizio della civiltà nuragica usano spade possenti che presuppongono l’uso di scudi per difendersi, e probabilmente anche di elmi cornuti. E in quanto a tradizione di maschere cornute la Sardegna ne ha a bizzeffe. Mentre non abbiamo, per gli altri popoli, proposte soddisfacenti, ci sono svariate ragioni per pensare agli Shardana come ai Nuragici: una civiltà guerriera, formidabile.